Logo Stile Pisano



Ugolino della Gherardesca





Ugolino della Gherardesca. Mito e realtà storica
Articolo scritto a cura dei Soci dell’Associazione "PISA GHIBELLINA"


        La storia del conte Ugolino della Gherdardesca è nota ai più, immortalata dal Sommo poeta nei versi del XXXIII canto dell’Inferno:



La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.


Conte Ugolino della Gherardesca nel XXXIII canto dell’Inferno
Conte Ugolino della Gherardesca nel XXXIII canto dell’Inferno.


Con queste celebri righe, le vicende tragiche che videro protagonista l’allora signore di Pisa, erede di uno dei rami della famiglia più importante di Pisa, che da sempre aveva intrecciato le sue vicende con quelle della città, rimasero indelebili nella memoria dell’uomo, come scolpite nel granito.
Il conte Ugolino, secondo la maggior parte dei cronachisti e degli storici successivi, fu incolpato della sconfitta della Meloria, avvenuta il 6 agosto 1284, da lui ricercata per giungere al potere nella città Alfea. Venne inoltre tacciato di tradimento, a causa del suo parteggiare per i guelfi e per aver stipulato un accordo con la lega Toscana per la cessione dei castelli di confine ai più atavici nemici di Pisa, le città di Firenze e Lucca; venne anche additato come uno dei peggiori signori del tempo, un tiranno che nel suo delirio di potere, privò i cittadini delle libertà comunali aumentando nel contempo, la tassazione in maniera iniqua.
Questa è la “Storia nota” e tramandata fino a giungere a noi moderni; purtroppo per gli storici successivi a Dante e per i “Dantologi”; questa non è la realtà storica in merito alle vicende che videro protagonista il conte Ugolino, come ben riassunto da Nello Toscanelli in “I conti di Donoratico della Gherardesca Signori di Pisa”.
Le fonti e i cronachisti coeve dei fatti, mai fanno cenno ad un tradimento del conte Ugolino, né al suo comando della flotta alla battaglia della Meloria, né ad un accordo per la cessione dei castelli di confine a Lucca e Firenze. Inoltre dai Brevis comunis” del 1287, redatti dal conte, in merito alle nuove leggi in Pisa, non traspariscano affatto comportamenti tirannici o dittatoriali o lesivi delle libertà comunali, bensì è vero il contrario; il conte Ugolino con i Brevis comunis del 1287 tentò di ridurre i privilegi dei grandi nobili e mercanti a favore dei piccoli artigiani e del popolino minuto.
Come si desume dai documenti dell’epoca, la realtà dei fatti fu molto diversa da quanto si conosce; la Battaglia della Meloria, fortemente cercata e voluta dai Pisani, risultò essere l’episodio culminante di una guerra di corsa, che tra scontri, scorrerie e prove di forza non cruente, come il passaggio della flotta davanti all’entrata del porto della città avversaria, furono perlopiù a favore della repubblica ligure. Lo scontro navale nacque dalla provocazione della flotta genovese comandata dal celebre ammiraglio Doria, che si presentò davanti alle coste toscane, mentre la sconfitta pisana derivò da una serie di ingenuità ed errori tattici imputabili all’ammiraglio veneziano Morosini e al suo secondo in comando. Dai documenti dell’epoca risulta che il conte Ugolino, anziano e non pratico di guerra né tantomeno di cose di mare, in quell’occasione, venne insignito anche lui e “ad honorem” del titolo di capitano generale con il solo compito di presidiare il Porto Pisano con le poche navi che non erano in grado di tenere il mare.
Nulla della sconfitta può essere imputato al conte, che quando si avvide della trappola dei genovesi, uscì in mare con le tre sole navi che potevano, ma davanti alle trenta galee nemiche non poté fare altro che ritornare all’interno del porto e alzarne le catene per impedire ai genovesi di devastarne le strutture. Questa condotta reputata dai contemporanei come la più giusta, venne giudicata una fuga negli anni posteriori agli eventi, tanto che i Pisani, compresi gli storici, ci ricamarono sopra, fino a inventare che Ugolino risalì il fiume per giungere a Pisa con la notizia nefasta la sera stessa e, mentre tutti si disperavano, lui ne gioiva.
Nella realtà delle cose, il conte Ugolino dovette rimanere al porto come responsabile per gestire la situazione, fino a che non venne chiamato dopo due mesi, al principio di ottobre, a sostituire il figlio del Morosini, che tra agosto e inizio ottobre ricoprì il ruolo di potestà al posto del padre prigioniero a Genova.
La situazione infatti stava rapidamente peggiorando per la città Alfea, con la formazione di una lega toscana a danno della stessa e che oltre a tutte le città guelfe o che orbitavano sotto Firenze e Lucca vedeva la partecipazione della stessa Genova. In quest’ottica, i maggiorenti della città pisana, ritennero che per il suo passato politico orientato al guelfismo, il conte Ugolino fosse la scelta migliore, per tacitare gli alleati della lega, togliendo loro la motivazione del ghibellinismo.
Il nuovo signore di Pisa era un abile amministratore, ma totalmente digiuno delle cose militari e alquanto sprovvisto di tatto politico, a differenza del suo grande predecessore, Gherardo il “vecchio”; inoltre ormai rivolto verso gli 80 anni, la senilità gli fece commettere il grande errore di atteggiarsi, con superbia, a unico risolutore, in buona fede, della difficile situazione interna ed esterna della città.
Da subito si mise in luce per cercare di dividere gli alleati della lega seminando, con intrighi e incontri separati, pomi di discordia tra le tre città più coinvolte: Firenze Lucca e Genova; è qui che si inserisce il passo in cui Dante, e solo lui, parla della cessione dei castelli ai Fiorentini, evento che i contemporanei dei fatti, Guido da Corvaja e l’anonimo del Tomo XXIV del Muratori, non ne fanno parola. La vicenda è piuttosto oscura e probabilmente prende spunto dalle voci che il poeta allora sentì in Firenze, e che parlavano di un compromesso coi i suoi concittadini, il resto lo fece la fantasia del Poeta, allora giovane ventenne e, preso più dagli amori che dalla politica, infarcendo, con inesattezze, queste voci riportate probabilmente di terza mano. Non si conoscono i nomi dei castelli ceduti, che spesso vengono confusi e vagamente identificati, anche dai commentatori della Divina Commedia; mentre non vi sono atti né ufficiali, né ufficiosi che accennino a tale compromesso o alla cessione di castelli o altro, risultando quindi unica la parola di Dante, a cui si conferisce, a torto, un valore storico decisivo.
Di certo c’è che la segreta politica, piuttosto ambigua, che il conte tenne nei confronti degli alleati della lega, in breve tempo portò critiche e voci malevoli sul suo conto. Tra le critiche più diffuse al signore di Pisa, vi era quella di fare tanto per accordarsi con una città, Firenze, con cui non si era in guerra e di non fare nulla per risolvere la situazione delle migliaia di prigionieri in mano Genovese dopo la Meloria, non cercando in alcuna maniera di trovare un accomodamento per il loro rilascio.
Anche in politica interna le cose non erano delle migliori, infatti concentrando sulla sua persona le cariche di potestà e capitano del popolo, accumulò tutti i poteri della Repubblica, ed in tal modo il conte escluse dalle cariche pubbliche gli appartenenti alle casate più importanti di Pisa, che gli erano sempre state avverse; Ugolino tolse loro diversi privilegi e ne aggravò le tasse, considerando inoltre che queste famiglie non avevano feudi all’esterno della città e che gli introiti derivanti del commercio erano andati in crisi a seguito della guerra persa, tutti questi nobili cominciarono ad odiarlo e si strinsero attorno al giovane nipote del conte Ugolino, nella speranza di poterne aggirare l’ostilità, e incitando la popolazione, costrinsero il signore di Pisa a farsi affiancare dal nipote.
Per due anni dal 1286 al 1288 la città di Pisa venne retta dal così detto governo dei due signori, che differentemente dalle altre città non prevedeva due signori uno ghibellino ed uno guelfo, essendo entrambi i signori di Pisa guelfi. Durante tale periodo i rapporti tra i due signori furono spesso conflittuali essendo uno, il conte, anziano e quindi non propenso ad ascoltare un giovane e l’altro, il Visconti, ventenne e quindi insofferente dell’autorità senile di Ugolino; tra assenze e ritorni del nipote al governo della città, la situazione interna sia in città che nel contado, non fece altro che degenerare fino ad arrivare ad avere scontri armati con omicidi tra i vari partigiani delle fazioni avverse, e all’impossibilità di farsi obbedire dagli stessi magistrati che il conte nominava.
In questo clima quasi di guerra civile, l’impossibilità di tenere la situazione sotto controllo, non fece che peggiorare i difetti del vecchio signore di Pisa, il quale, nella superbia derivante dalla elevata età, incolpava tutti, tranne se stesso, dell’ingovernabilità dello stato.
I commentatori successivi, dal Villani in poi, si diedero molto da fare per presentare il conte Ugolino come un uomo facile all’ira, tiranno e sanguinario, dando credito, come Dante prima di loro, alle peggiori voci malevoli, che seppur prive di fondamento, attribuivano al vecchio signore di Pisa, sia il presunto omicidio del suo parente, il conte Anselmo per avvelenamento, sia quello di un nipote dell’arcivescovo Ruggeri, il quale accorse in aiuto di un tal Anselmo (l’Anselmuccio del XXXIII canto dell’inferno). Questi non è da identificare con il conte Anselmo, di cui abbiamo parlato precedentemente, ma di un parente acquisito tramite matrimonio che incorse nell’ira di Ugolino e da questi venne ferito.
Alla luce dei dati e delle fonti storiche, questi episodi risultano alquanto assurdi: nel primo caso infatti, la dipartita prematura del conte Anselmo privò Ugolino di un appoggio potente e sicuro all’esterno della città, poiché alienandosi le famiglie cittadine, aveva nel contempo favorito quelle che all’esterno delle mura facevano parte della sua consorteria; quindi la voce del Villani che vuole l’avvelenamento di un potente alleato da parte di Ugolino, risulta priva di logica e di fondamento.
L’uccisione del nipote dell’Arcivescovo viene invece messa in giro dai ghibellini, dopo che erano tornati al potere, per giustificare la terribile sorte che toccò al Conte Ugolino e ai suoi figli. Tali voci riportate da Dante vennero accolte con compiacenza dal Villani e dagli altri cronachisti e commentatori successivi. Dal commento del canto XXXIII di Francesco Buti, pare invece, che la morte del nipote dell’Arcivescovo sia avvenuta ad opera di un altro nipote di Ugolino chiamato anche lui Nino e soprannominato il Brigata, per una questione di cuore. I fatti storici videro un Conte Ugolino che sebbene signore di Pisa non riusciva a governare la città, riempitasi di nemici a causa del suo comportamento altezzoso e delle sue riforme che danneggiarono gli interessi delle grandi famiglie cittadine; l’Arcivescovo Ruggeri a capo dei Ghibellini, manovrò e cospirò per sbarazzarsi di uno scomodo personaggio che per la maggior parte dei Pisani aveva rinnegato la fede Ghibellina e il grande avo Gherardo “il Vecchio”. L’alto prelato pisano assunse il ruolo di catalizzatore di tutti gli scontenti della politica di Ugolino, riuscendo nel contempo a manovrare a suo piacimento, il signore di Pisa per farlo cadere nella sua trappola, e giustificare a se stesso e agli occhi del mondo esterno il “colpo di stato” che spodestò il legittimo signore della città.
L’Arcivescovo Ruggeri, facendo leva sull’invidia di Ugolino verso il nipote Nino Visconti, convinse il vecchio signore ad attuare una manovra per disfarsi del nipote e rimanere unico signore di Pisa; Ugolino si finse stanco della politica e dichiarò di volersi ritirare presso il suo castello di Settimo, lasciando le redini in mano al nipote, il quale, solo uso a smargiassate e ciarlonerie, presto fu costretto a lasciare anch’esso la città.
Il vecchio conte avrebbe dovuto aspettare la nuova acclamazione da parte del popolo, ma per impazienza e perché già si credeva nuovamente unico signore, si presentò in città, e dietro suggerimento dell’Arcivescovo, Ugolino lasciò buona parte dei suoi uomini presso la sua abitazione, che a sua insaputa, era tenuta sotto controllo dagli avversari. Si diresse, con appena 50 fidi, verso la piazza delle sette vie (oggi Piazza dei Cavalieri), ove nella chiesina di San Sebastiano (oggi non più esistente), luogo storico dove si riuniva il parlamento Pisano, credeva che in un tripudio popolare sarebbe stato rieletto.
Man mano che vi si avvicinava però, non vi erano acclamazioni per le strade e le finestre e le porte erano sprangate, cosicché in Ugolino si risvegliò la natura sospettosa e approntò una difesa presso le case del Comune, nella località Castelletto e presso la chiesa di San Frediano.
Come Ugolino entrò nella chiesa di san Sebastiano, un vocio di malaugurio a stento represso lo accolse, ma nella sua alterigia ritenne di poter tenera a bada i rappresentanti delle famiglie nobili mercantili cittadine, ostentando una gran sicumera, scatenando forti proteste quando apostrofò la platea con parole grosse ed irritanti. L’Arcivescovo si alzò e tacitò le aperte minacce che si erano sollevate da più parti e accennò velatamente a usurpazioni intollerabili, diritti del popolo conculcati e antiche leggi tenute in dispregio intimando, col consenso del parlamento, a desistere da qualsiasi pretesa sulla signoria di Pisa. Il conte, in palese inferiorità, per trarsi di impaccio, finse di cedere alle richieste del Ruggeri e di tutto il parlamento e gli venne accordato tempo fino all’ora nona per la decisione definitiva; sciolto il parlamento Ugolino corse ad asserragliarsi negli edifici del Castelletto insieme ai figli e ai suoi cinquanta uomini fidati, ordinando che la campana venisse suonata per chiamare a raccolta i suoi dal quartiere di Kinsica, ove si trovava la sua dimora e da fuori le mura. A questo palese atto di resistenza, tutte le campane della città suonarono chiamando a raccolta il popolo, capitanato dalle grandi famiglie rivali del conte Ugolino, che posero il Castelletto e le case del Comune sotto assedio. Mentre il popolo fedele al Gherardesca, rimaneva interdetto da questa mobilitazione, il cui capo era il più alto rappresentate della chiesa in Pisa, contro il legittimo signore di Pisa; i rinforzi che Ugolino aspettava vennero tagliati fuori e fu impedito loro di accorre in soccorso.
Sembrerebbe che all’inizio l’intenzione dei Ghibellini fosse quella di lasciar andare Ugolino con i suoi familiari, purché rinunciasse alla signoria su Pisa, ma la strenua difesa che il conte oppose, esacerbarono gli animi dei rivoltosi che, in tre giorni di vera e propria guerra civile per le strade della città, vide morti da entrambe le parti; cosicché al terzo giorno non riuscendo a venire a capo dei difensori, i ghibellini appiccarono fuoco all’edificio in cui Ugolino si era asserragliato per l’ultima difesa, riuscendo a stanarlo una volta datolo alle fiamme.
Catturato il conte Ugolino con i suoi figli e nipoti, per un certo tempo venne tenuto prigioniero nel Castelletto, mentre il popolino, istigato, si dette a distruggere la torre che il conte aveva in Kinsica.
Successivamente i Della Gherardesca vennero rinchiusi in una torre dei Gualandi, affittata al Comune, che sorgeva nella piazza delle sette vie e che era chiamata della Muda, perché vi si tenevano i falchetti a mutare le penne; solo successivamente, a causa della tragedia di Ugolino, tale edificio assunse il nome di torre della Fame.
Anche la vicenda della morte per fame, narrata da Dante, che la tradizione vuole sia occorsa a Ugolino e ai suoi parenti, è in gran parte da sfatare; innanzi tutto i figli del conte ed i nipoti non erano affatto dei bambini o adolescenti, dal momento che il vecchio signore di Pisa, quando venne imprigionato, aveva circa 80 anni, mentre i suoi figli erano più che cinquantenni e i nipoti sui trent’anni; oltre a ciò, è da riconoscere che la voce popolare di morte per fame, derivi dalla pratica in uso al tempo, di ridurre al minimo il cibo durante le trattative del riscatto per la liberazione dei prigionieri, questo per incentivare ad accettare il prezzo, che nel caso del conte e dei suoi era particolarmente esorbitante.
A questa pratica, l’altro ex signore di Pisa, Nino Visconti, il quale era riuscito a fuggire, rispose facendo occupare, con i fuoriusciti guelfi, il paese di Calci e altri castelli, aiutato dai fiorentini, che avevano posto il campo vicino a Pisa, credendo in tal modo, di poter intimidire i ghibellini, i quali invece non se ne curarono. Le trattative andarono avanti per oltre due anni, nei quali Ugolino cercò di trovare anche accordi con i ghibellini, dando l’impressione di voltare le spalle ai Guelfi e passando da uomo infido, nell’immaginario di entrambe le parti politiche. Voci che giunsero anche all’orecchio di Dante, il quale allora militava nelle fila dell’esercito fiorentino, dove ebbe modo di frequentare Nino Visconti,; il quale, non potendo sostenere il trinceramento della città, fu sostituito dai Fiorentini e dai Lucchesi.
L’ultimo atto di questa tragedia non è stata la morte per fame, poiché i cronisti contemporanei ed anteriori a Dante non ne fanno menzione; non si conosce come furono uccisi Ugolino e suoi parenti prigionieri, ma di sicuro morirono in tempi diversi e l’ultimo fu il vecchio conte. Di certo si tenderebbe a escludere la morte per fame, in virtù anche del fatto che non è verosimile che Ugolino, ottantenne, sia morto di stenti e denutrizione dopo i suoi figli e nipoti, uomini in forma ed in salute.
Vi è il sospetto invece che i carcerieri o chi sorvegliava i prigionieri per odi personali o spirito di rivalsa, abbia deciso di eliminare gli ingombranti ospiti, dopo un lungo periodo in cui avevano fatto di tutto per ostacolarne la liberazione tramite riscatto, inattuabile dopo la morte dei due figli Gaddo e Uguccione, e avendo quindi una motivazione in più ad eliminare anche gli altri tre scomodi testimoni.
Non è certo se sia stato fatto un processo ed emesso una condanna, ma di sicuro c’è che i veri uccisori di Ugolino e dei suoi figli e nipoti si adoperarono molto intensamente per nascondere i mezzi con i quali si sbarazzarono dei nemici, commettendo un’azione delittuosa per odi e risentimenti personali, sotto la parvenza della difesa dello stato e occultandola accuratamente.



Bibliografia

N. Toscanelli “I conti di Donoratico della Gherardesca signori di Pisa” - Nistri-Lischi editori, Pisa, 1937
A. Musarra “1284 la Battaglia della Meloria” - Editori Laterza, Bari, 2018
I. Del Punta “La battaglia della Meloria. Il più grande scontro navale del Medioevo” - Arkadia, 2015
R. Roncioni “Istorie pisane e cronache varie pisane” - Forni editore, Bologna, 1972 (rist. anast. Ed. Firenze 1844-45)
Bernardo Marangone “Vetus chronicon pisanum” - Ed. Bonaini, Archivio Storico Italiano (ASI) 1845
Ranieri Sardo “Cronaca di Pisa” - Istituto storico italiano, 1963
A. Zampieri “La storia di Pisa nelle celebrazioni del «6 agosto» (1959-2008)” - ETS, 2008, pp. 79-103
M.L. Ceccarelli Lemut “Il conte Ugolino Della Gherardesca: un episodio della storia di Pisa alla fine del Duecento” tratto da “Momenti di storia medioevale pisana. Discorsi per il giorno di S. Sisto”, 1982 pp. 97-115