Fortezza della Verruca (di Francesco Bernieri)

domenica 31 Luglio 2005, intorno alle 19 è successo un fatto storico.
Pisa risvegliatasi dal sonno e dal torpore che la parvede da troppo tempo, si è ancora una volta fatta grande. La gloria di Pisa è giunta fino all' antico baluardo della Verruca, luogo epico impregnato del sangue di uomini valorosi che hanno difeso al costo della vita il nome di Pisa.
domenica 31 Luglio 2005 intorno alle 19, la Verruca è stata riconquistata!
Adesso una bandiera rossocrociata sventola libera sulla piana pisana.
Gloria a Pisa!

Cronaca d'un assedio

Nel 1498 era morto in Francia Carlo VIII al quale era successo il cugino Lodovico, Duca d'Orleans. Fiorentini e Pisani gli furono attorno, bramosi, gli uni e gli altri di conquistarlo alla propria causa. Il Duca 'd'Orleans finì perschierarsi con i Fiorentini, ai quali inviò un contingente di oltre cinquemila armati.Nel luglio del 1500, le milizie fiorentine e francesi, si portarono sotto le mura di Pisa e dalla parte della porta calcesana, fino a S. Francesco, sferrarono un poderoso attacco che ancora una volta venne vittoriosamente respinto dalle forze písane.Passarono ancora due anni e nel 1503 Firenze decise di riprendere, con nuovo vigore, la sua tenace guerra contro Pisa.Assoldato il Balì d'Accon, che era uno dei più reputati capitani francesi, fu messo a capo di un potente esercito che si com. poneva di varie centinaia di cavalleggeri ed oltre tremila fanti.Il Balì, nei primi giorni di giugno, marciò su Vico e lo conquistò e subito dispose l'assalto alla Verruca.Era al comando del presidio del Forte Giovanni Rossi dei Lanfranchi, detto il « Buttafuoco ». Quel suo soprannome sintetizzava efficacemente la sua personalità di combattente.Nottetempo, su per l'erta pendice del monte, i Fiorentini tra. scinarono i più potenti pezzi d'artiglieria di cui disponevano ed alle prime luci dell'alba intrapresero, violenta, la battaglia che incessantemente continuò per tre giorni e due notti.Fra i tiri dell'artíglieria, i Fiorentini, arditamente si dettero alla scalata del forte. Dall'alto i difensori, con pari ardimento, li respingevano. Nell'infernale lotta, la fortezza restava imprendibile.All'alba del 18 giugno, i Fiorentini riuscirono a conquistare una delle torri all'ingresso del forte, ma la resistenza pisana non intese piegarsi.Il combattimento continuò di torre in torre, sugli spalti, sulla piazza d'armi, dall 5alto del maschio centrale.Al tramonto, disfatti dalla immane fatica ed ormai senza più alcuna prospettiva di successo, dall'alto del maschio fu ammainata la bandiera pisana ed il Buttafuoco, con i valorosi superstiti, si arrese al nemico.Il BaPi, da quel grande capitano che era, ammirato da tanto valore, fu generoso e cavalleresco con quei generosi combattenti. Ordinò che fosse salva la loro vita ed all'uscíta dal Forte, i vincitori, rendessero l'onore delle armi ai vinti, consacrandoli Eroi.Neppure nello sgomento profondo, provocato dalla perdita della Verruca, il popolo di Pisa, non smarrì la volontà di resistere ad oltranza.Con una forza d'animo che ha dell'incredibile, messo nelle più disperate condizioni di sacrificio e di disagio, difficile a descrivere e non facile ad immaginare, in una lotta che non conosceva esclusione di colpi e priva di prospettive, quel popolo meraviglioso seppe raccogliere il meglio delle proprie energie per resistere agli assalitori ancora per sei lunghissimi anni.Tanto può la forza di un nobile ideale!Quasi identiche si ripetono le circostanze che si verificarono durante l'assedio del 1405.Fu un lungo, estenuante, inesorabile braccio di ferro, durante il quale le sofferenze, la fame e la morte stessa, parevano impotenti a piegare una volontà, spinta al di là di ogni limite ragionevole, sì che potremmo indurci a ritenerla come forma patologica dell'irrazionale o della follia collettiva, che soltanto nella primavera del 1509 raggiunse la sua ora estrema.1 Calcesani, annientati dalla perdita della Verruca, soffrirono con la Madre Patria quella lunga agonia.Come figli devoti, furono sempre vicini alla Madre morente, che aiutarono fino all'ultimo, come a sottolineare la forza di quei vincoli strettissimi che nel corso dei secoli, li avevano accomunati in una lunga storia gloriosa e sfortunata.Di questa presenza calcesana, nel tormentato periodo dell'assedio ed in quello angoscioso della resa, una testimonianza ci è fornita anche dal Machiavelli, quando il celebre Segretario fiorentino, inviato presso le milizie assedianti scrive al suo governo che in una notte di maggio, alle undici, si sono presentati al campo fiorentino presso Mezzana, due inviati dei Pisaní: Francesco del Lante e Tomeo da Calci, i quali hanno dichiarato che Pisa era finalmente disposta a trattare la resa.Francesco di Federico era della famiglia vicarese Del Lante;Tomeo genericamente detto « da Calci » apparteneva alla famiglia dei Meucci di Montemagno.Ambedue questi ambasciatori fecero parte della delegazione písana incaricata delle trattative di resa con Firenze: cinque rappresentanti della Città (cives Pisaní), cinque rappresentanti del Contado (Comitatus Pisarurn) e firmarono l'atto di capitolazione: « Dominus Franciscus olim Federici de Lanthe utriusque iuris doctor ser Thomas olim Meuccí de Monte Magno ».Le trattative condotte in Firenze per 18 giorni, si conclusero il 4 giugno. Il giorno 7 il trattato fu ratificato in Pisa ed il giorno 8 l'armata fiorentina entrò ordinatamente in città, portando con sé abbondanza di viveri, di vestiario, di generi di conforto per la popolazione nuda ed affamata che, allucinata dai patimenti e dal dolore, vagava miseramente per le strade e per le piazze, sporche di rifiuti, ingombre di macerie e di detriti fetidi.Ai lati di quelle vie e di quelle piazze, le case torri, diroccate e deserte erano lugubri come spettri dalle occhiate vuote e si stagliavano nell'aria greve di morte.Già come nel 1405 la città si era svuotata. Nobili e notabili, le famiglie più facoltose e rappresentative, quanti disponevano di mezzi, di relazioni o di amicizie, fuggirono il giogo fiorentino trasferendosi nelle altre città della Penisola, in Sardegna, in Sicilia e nella Provenza francese, per ricostruirsi una vita libera, fuori della Patria distrutta « con sempre sugli occhi una lacrima per Pisa schiava e con in cuore un palpito per Pisa indipendente ».Così, com'era stato nel disegno dei Pisani, Firenze non ebbe Pisa, ma soltanto il suo cadavere.

Versante dei Monti pisani che và dal Monte Serra alla Verruca.

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Un pò di storia


La Fortezza della Verruca, della quale sono giunti fino a noi imponenti e suggestive vestigia, di tutte le fortezze e castelli della Valle calcesana è la più celebre e celebrata, la più importante e documentata.Con le notizie bibliografiche e d'archivio abbiamo potuto tracciare questo profilo:
Nel punto terminale Est del Monte Pisano, si erge la cima ricorda la forma conica di un vulcano, chiamata fin dalla più ta antichità: Verrucola o Verruca, che nel significato lessicale ta per « escrescenza ».Nella sua caratteristica fisica, il monte presenta sul fianco che guarda la Valle calcesana, una scogliera che si compone di sei ammassi rocciosi, sovrappostí a distanza quasi uguale, che a partire ,dalla base, fino al vertice, vanno facendosi sempre più voluminosi e frastagliati, con picchi aguzzi, dalle forme più bizzarre.Questi macigni, di un tetro color grigio ferro, collocati su per la pendice, possono ricordare una colata lavica.
Sulla sommità dell'ammasso più alto, posto a 537 m.s.m., di ciclopica imponenza, fin dai tempi della preistoria è esistita un'opera manufatta, la quale nel corso di tanti secoli può avere avuto compiti e finalità diverse: ora tempio, ora fortezza, quando, probabilmente tutt'e due insieme.quasi certo che Giove, il Padre di tutti gli antichi dei, qui ebbe, un tempo, la sua dimora, Tempio o Rocca che fosse. La testimonianza ci verrebbe da un frammento lapideo, scoperto dall'insigne letterato svedese Giona Bijornstahl, appassionato archeologo del secolo XIX: agli inizi di quel secolo, quel frammento si sarebbe trovato murato in un muro diroccato del monastero di S. Michele Arcangelo, lì presso esistente.

Secondo la descrizione, che lo stesso scienziato fece in una lettera indirizzata da Costantinopoli, allo studioso pisano Ranieri Tempesti; su quel frammento, del quale purtroppo non abbiamo altre notizie, erano incisi caratteri etruschi o fenici, molto somiglianti, è detto, « nella formazione a' samaritani ». In quei caratteri si intese leggere VI - FIAZ, che completato in (IO) VI FIAZ (ZO) avrebbe voluto dire: « dedicato a GIOVE BocCAFORTE »o Bocca del Forte.

Come a suffragare questa testimonianza, si potrebbe ritenere che la grande testa marmorea, rappresentante appunto Giove Boccaforte, che tutt'ora si trova murata (evidentemente ritenuta com prezioso cimelio da conservarsi) nella parte a cotto, all'altezza del le campane, nella facciata di Levante della Torre della Pieve d Calci, possa provenire dall'antichissimo tempio verrucano e che d questo possa esserne ulteriore testimonianza Anche un'altra testa marmorea, anch'essa rappresentante Giove, più piccola della prima, che si trova murata nell'angolo di una delle case della Piazza Cairoli di Calci (oggi palazzo Celandroni) presumibilmente potrebbe avere la stessa provenienza verrucana come (e perché no?), le colonne granitiche ed i capitelli jonici e corinzi che ornano l'antica Pieve di Calci.
t, comunque documentato che già prima dell'anno Mille esisteva sulla Verruca, una Rocca o Castello. Lo attesta un diploma, originale, dell'Imperatore Ottone III, datato 996 e conservato nell'Archivio Arcív.le di Lucca, nel quale si legge che la « Roca etiam que dicitur Verruca, cum omnibus ibi pertinentibus », per richiesta del Marchese Ugo di Toscana, venne donata al Monastero di S. Salvatore di Sesto. Dallo stesso documento si trae la notizia che la Rocca verrucana e la sottostante chiesa di S. Maria e Michele Arcangelo, erano sotto la giurisdizione della Diocesi di Lucca.
el _-1103 il governo della Repubblica Pisana, per meglio salvaguardare la sicurezza del proprio territorio e della città, decise di costruire in vetta alla Verruca la grande fortezza, la cui data di fondazione si può rilevare da una pietra che si trovava collocata sotto il cordone del bastione occidentale, nella quale si legge:A DI DOD ICI DI GU GNO - MCIII

A DI DODICI GIUGNO 1103 Stando a quanto dice una memoria che si legge nel Campione Q dell'archivio di Montemagno, scritta dal Pievano Salutij, questa iscrizione fu rinvenuta e trascritta nel 1761, dai Monaci certosini.Si riporta l'interessante memoria nel testo integrale (compreso l'errore della data che riguarda la Contessa Matilde, ritenuta vivente un secolo e mezzo dopo la sua morte - n. 1046 - m. 1115).« A di 23 novembre 1761 - RICORDO come in questo suddetto giorno i MM.RR. Monaci della Certosa sono andati alla Verruca per leggere una iscrizione antica che si trova in quella fortezza, in una pietra di marmo, posta dalla parte di fuori, verso l'occidente. Vi era presente ancor io Píevano Salutij che vi andai in lor, compagnia. Per arrivare a leggere la detta iscrizione vi fecero fare palco e con una scala vi salì il Padre Vicario e copiò le parole che sono intagliate in detta pietra e per quanto si può intendere si dice così: A DI DODICI DI GIUGNO 1103, sicché sono anni 658 che fu fabbricata questa Fortezza.Si diceva che la suddetta Fortezza fosse stata fatta fabbricare dalla Contessa Matilde, ma non ha del probabile perché la detta Contessa visse circa gli anni 1263, come ho veduto da alcuni scrittori. Fu fabbricata anche avanti S. Ranieri perché nacque nell'A. 1128 e mori nell'A. 1161 ».Narra lo Scorzi che questa pietra, diverta nel XVIII secolo dalla sua sede originaria e presumibilmente dispersa dai montanari,

venne accuratamente ricercata dal nobile Giovanni Lanfranchi Lanfreducci, che rinvenuta, la collocò murata nel muro di cinta della fattoria di Noce, dove rimase fino all'anno 1791. In quell'anno una piena dell'Arno portò via quel muro e la pietra andò nuovamente smarrita.
Dopo poco più di un secolo, esattamente nell'anno 1900, la pietra ricomparve, sembra ritrovata sul greto dell'Arno presso Campo, da alcuni renaioli. Consegnata al Comune di Pisa, oggi questo cimelio si conserva nel Museo Civico della città. iR da considerarsi frammento di rilevante importanza storica e letteraria, in quana sua iscrizione, per concorde affermazione di più studiosi, rapsenta il più antico documento esistente della lingua italiana.
La fortezza verrucana è a forma quadrata. Sul lato di levante aveva due grandiosi torrioni rotondi, al centro dei quali si apriva l'angusto portone d'ingresso. Tutt'ora si può constatare quanto difficile ed impervio fosse l'accídentato sentiero che si inerpica sull'aspro macigno, per raggiungere l'entrata del forte. Sul lato di ponente stavano due bastioni squadrati e più bassi dei torrioni. Al centro della ristretta piazza d'armi si levava, secondo la tradizíonale tecnica edilizia di questo genere di fortificazioni, il maschio possente, ora completamente distrutto. A destra entrando, dirimpetto alla rocciosa base del maschio si vedono tutt'ora, quasi intatti, i muri perimetrali della cappella del castello. Sul lato sud della piazza d'armi, al di sotto del piano terra c'è la costruzione a volta della cisterna nel fondo della quale, stranamente, tutt'ora polla l'acqua. Tutt'intorno, al di sotto del caminamento di guardia, erano situate le stanze per gli uomini, i magazzini per le derrate alimentari, le armi e la santabarbara.

Nella fortezza era costantemente mantenuto un presidio, col compito di effettuare il servizio di vedetta. Da quella posizione si domina tutta la sottostante pianura pisana e lo sguardo si spinge fino nella parte superiore del Valdarno, nella Valdera, nella Valdinievole, sulla costa ligure e sul Tirreno.
Gli uomini addetti al presidio erano in gran parte calcesani, butesi e vicaresi, contadini e montanari, ben allenati alle asperità

del monte.In caso di movimento del nemico o di minacciate incursioni verso la città, le vedette davano tempestivo avviso a mezzo di segnali convenuti « et con lenzuola, stendardi, et fumo et talhora anco con fuochi et colpi d'artiglieria, facevano intendere in qual parte si voltavano (i nemici) et ciò spesse volte aveva arrecato ai fiorentini difficoltà grandi di far la guerra » (G. Giovio).
Nella secolare contesa fra Firenze e Pisa, la conquista della Verruca fu sempre al centro della strategia fiorentina e perciò, a prezzo di altissime perdite, furono combattute ripetutamente acca-

nite e sanguinosissime battaglie.
Si può facilmente immaginare con quanta cura i Pisani si industriassero di rendere ben guarnita e sempre più imprendibile l'importante posizione.
Quando, per la prima volta nella sua lunga storia, la poderosa fortezza cadde in mano al nemico, ciò avvenne perché, mercanteggiata la Signoria della città, il presidio ebbe ordine di non combattere e di consegnare il Forte ai soldati del nuovo padrone.Col patto di Sarzana del 20 Luglio del 1405, infatti il Visconti, allora Signore di Pisa, cedette il dominio della città a Firenze. In esecuzione Commissario di guerra fiorentino, prese possesso di tutte le fortezze e difese pisane. Ad occupare la Verruca fu mandato il capitano Piero da Terni

cui la guarnigione consegnò il Forte.

L'abbondanza del bottino che fu tratto dalla Verruca fu tale, da arricchire il suo facile conquistatore, così come racconta poetando, il cronista fiorentino Giovanni di Ser Piero: Po' Pier da Terni con sua compagnia
Si mise in guato in su nell'alto monte
Della Verruca, perché si tenìa Per li Pisani; e con sue voglie pronte Ed argomenti e forze gli acquistone E per se tolse ciò che vi trovone,
E per l'acquisto fu ricco a cavallo Dove prima era povero pedone.Passarono 26 anni durante i quali Firenze esercitò il suo dominio su Pisa senza sussulti, finché, nel 1431, Milano non gli fece (yuerra.
Nel marzo di quell'anno le truppe milanesi al comando di Niccolò Piccinino, provenienti dal territorio lucchese, attraverso il valico di Asciano, penetrarono nel territorio pisano e per la via di Lungomonte, si diressero verso Calci. Nei calcesani si accesero illusoríe speranze di liberazione: accorsero incontro al Piccinino e lo accolsero come liberatore, rioccupando, col suo aiuto la fortezza verrucana. La tennero per poco, perché nel luglio di,,quello stesso anno le soldatesche fiorentine capitanate da Sforza da Cutignola la ricoiiquistarono e l'anno seguente il governo la fece smantellare, risultando il suo mantenimento troppo costoso ed al momento, giudicato superfluo tenere in piedi un Forte ormai inutile,.
Nel 1494, dopo la venuta di Carlo VIII e di tutti gli avvenimenti che seguirono, il governo della restaurata Repubblica pisana ripristinò la Fortezza abbandonata, rafforzandola nelle sue strutture.
In vetta al Maschio fu inalberata la bandiera rosso-crociata, glorioso signacolo della Repubblica risorta a libertà.

L'importante sistema difensivo del Monte Pisano, comprendente: la Verruca, i Castelli di Calci, Caprona e Buti nonché i valichi montani, per il biennio 1496-'97, venne affidata al Capitano Bartolomeo di Simone della Chiostra, calcesano, di antica famiglia calcesana.

Già Capitano di cento soldati, era stato castellano della Fortezza di Stampace. Per i meriti acquisiti il governo della Repubblica gli affidò quell'importante incarico col titolo di Commissario. La sua partecipazione alle battaglie che seguirono accrebbe la sua fama di valoroso che gli valse nuovi onori e l'aumentato prestigio gli procurò altri importanti incarichi nel governo della Repubblica.
Nel 1496, il governo fiorentino ordinò al Capitano Bernardo da Diaccetto di muovere contro le difese del Monte Pisano e con quistare la Verruca, ma la Fortezza restò inespugnata. In compenso il Diaccetto si avventò contro gli inermi Monaci della Badia di
S. Michele: li cacciò dal monastero, lo saccheggiò e dette fuoco al-
la chiesa profanata e fu la rovina.Migliore fortuna non ebbe Paolo Vitelli, quando due anni dopo, nel 1498, ebbe ordine di cimentarsi nella medesima impresa.
Nonostante l'attacco violentissimo, conclusosi nella sanguinosa battaglia al Sasso della Dolorosa, la Verruca, anche questa volta restò imprendibile.Finalmente, nel 1503, l'esercito fiorentino riuscì a conquistare l'agognata posizione, ma a quale altissimo prezzo!
Quando nella lunga ed aspra contesa con Firenze, Písa aveva perduto tutte le sue fortezze disseminate nel contado, la Verruca, unica e sola, non capitolava.
Assurse a simbolo famoso, mitico, quasi sacro della tenace volontà di resistenza e del valore pisano.Chi dall'ampio orizzonte, guardava alla Verruca, vedeva sul maschío del forte, alto sul monte, sventolare la rossa bandiera crociata.Se prostrata ed avvilita, assediata ed affamata, lassù Pisa viveva ancora La Verruca era il pinnacolo della città. Era il simbolo dell'onore e del valore tanto per chi stava a difenderla, quanto per chi voleva conquistarla.
Per i Pisani essa rappresentava l'ultimo vanto, per i Fiorentini era il classico pruno nell'occhio.
Nel giugno di quell'anno 1503, il Balì d'Accon, prestigíoso c pitano francese assoldato dai Fiorentini per la conduzione della interminabile guerra contro Pisa, marciò sul contado pisano.Annientate subitamente le difese di Calcinaia, fu a Vico, che conquistò rapidamente e senza por tempo in mezzo, si dispose a dare l'assalto alla Verruca.

Era una calda notte della metà di giugno. Le lucciole brillavano fra il grano maturo. L'Arno scorreva quieto rispecchiando le stelle del cielo senza luna. Pisa riposava nel sonno, reso leggero dagli inquietanti avvenimenti del giorno avanti. Con quel particolare fervore che alimenta la speranza, il popolo pisano si apprestava a celebrare l'annuale festa del Patrono S. Ranieri.
Su per le pendici della Verruca, coperti dalla fitta vegetazione, si arrampicavano gli uomini del potente esercito nemico. Erano trecento uomini d'arme, duecento cavalieri, tremila fanti e gran numero di guastatori. Pesanti pezzi di artigliera, i migliori di cui disponeva l'esercito fiorentino, erano trascinata per gli aspri sentieri verso improvvisate postazioni.
L'operazione di accerchiamento della Rocca veniva personali-nente diretta dal Balì, il quale, con fredda determinazione era deciso a conquistare la maledetta fortezza che nelle parole di un cronista fiorentino « era del continuo quasi stata uno stecco à gli occhi della Repubblica ».Quel famoso capitano, andava sfidando se stesso, il suo orgoglio, la sua fama di guerriero. Doveva ad ogni costo, mettere il piede sulla piazza d'armi della Verruca, per soddisfare la sua rabbia, suscitata da chi lo ammoniva « che durante questa guerra era stato inutilmente tentato d'averl,a ». Doveva soddisfare l'imperíoso desiderio di chi lo pagava.
Dentro al forte giungevano ormai i rumori che salivano dal bosco sottostante ed insieme ad essi, lo sforzo di un esercito in movimento che vanamente voleva rispettare il silenzio.Il presidio verrucano era al comando del valoroso capitano Gíovaiini Rossi dei Lanfranchi, di antica e nobile famiglia pisana, che, per le sue riconosciute attitudini di combattente, tutti chiamavano il « Buttafuoco ».Dal libro mastro dei debitori e creditori della Certosa a carte 542 (As. Pisa) si rileva che costui era al comando della Verruca e delle difese circostanti fin dall'anno 1500.Tutti gli uomini della guarnigione erano in agitazione, andavano disponendosi ai loro posti, pronti al combattimento. 1 bagliori dei fuóchi che preparavano l'olio bollente, con sinistri fiammeggiamenti, arrossavano i torrioni. Le ore della notte si facevano sempr e più lunghe e l'orgasmo dell'attesa aumentava la tensione.Era ancora buio, quando dagli spalti eruppe alto un grido di sfida cui rispose soltanto l'eco del monte.Poi il silenzio si fece assoluto. Si udiva soltanto il fruscio delle fronde agitate dalla brezza che precede l'alba. Un chiarore rosato tinse il cielo ad oriente. Da Montemagno salì il latrato di un cane.
Il giorno si allargava e tutto era immobile. Improvviso un merlo s'alzò sopra il bosco e fuggì via chioccolando.La campana della Certosa segnò ai monaci l'inizio di un'altra giornata di preghiera. Un attimo... fuoco! ed il primo colpo d'artiglieria colpì i bastioni della fortezza. Dalle bocche del forte risposero le bombarde e subito s'incrociò un furibondo tiro d'artigliere. Le difese circostanti la Rocca furono ben presto annientate e l'esercito fiorentino stringeva il suo cerchio.
Di sotto si gridarono inviti alla resa, di lassù si rispose con grida di battaglia. Il combattimento si faceva sempre più serrato.
Si mossero i guastatori e tentarono una prima scalata, con pali altissimi, con scale, con castelli di legno improvvisati. Dall'alto i difensori li respinsero con sassi, con tizzoni ardenti, frecce, con olio bollente.Con speciali ramponi si respingevano le scale e gli assalitori andavano a sfracellarsi, sui macigni sottostanti. Grida di dolore, si confondevano alle ímprecazioni, le urla di odio agli incitamenti alla resa. Nell'infernale battaglia la Verruca appariva imprendibile.Gli echi giunsero a Montemagno, a Calci a Vico gettando nello sgomento le popolazioni atterrite. Le madri chiamavano a gran voce i ragazzi che accorrevano nei boschi, nascosti fra i cespugli per seguire attenti la furiosa battaglia.A Pisa il popolo era raccolto, orante, nel Duomo, intorno alle spoglie di S. Ranieri, seminascoste al centro di una selva di candele accese. Dal Ponte si guardava ansiosi alla Verruca ed ancora la Bandiera pisana garriva al vento sotto il sole di giugno.L'accanimento dei difensori era pari a quello degli attaccanti. I morti ed i feriti ormai non si contavano più. Inesorabile il Balì, ai soldati caduti, altri ne sostituiva incessante, in modo che la continuità dell'assalto potesse stancare i difensori. Questi a loro volta incitati dal Buttafuoco, respingevano gli assalitori con pari tenacia. Così per due giorni e due notti.
Ai primi chiarori del 18 giugno il Balì gridò rabbioso l'ultima proposta di resa. Il Buttafuoco la respinse sputando e il fuoco delle artigliere riprese più fitto.
Non ancora era sorto il sole, quando un gruppo di scalatori riuscì a penetrare in uno dei torrioni di levante. Sui bastioni, intorno all'ingresso s'ingaggiarono feroci corpo a corpo. Qualcuno degli invasori riuscì ad aprire il portone e, con alte grida di vittoria, i soldati fiorentini dilagarono dentro la fortezza. Nemmeno allora la resistenza pisana si piegò. Si combatteva sulla piazza d'armi, sui bastíoni, di torre in torre, all'interno della cappella. Il Buttafuoco, con pochi superstiti, si asserragliò nel maschio centrale e per tutta la giornata, disperatamente, rispose agli attacchi del nemico, finché, scagliata 1 ultima pietra, versato l'ultimo olio, spezzata l'ultima lancia, al tramonto, disfatto dall'ímmane fatica, il Buttafuoco ammainò la bandiera.
Con essa raggomitolata sul petto, l'ultimo strenuo difensore della Verruca, Giovanni Rossi dei Lanfranchi, detto il Buttafuoco, con i suoi uomini si arrese al nemico.
il Balì, da quel nobile soldato che era, ammirato da tanto valore fu generoso e cavalleresco con i vinti. Non solo volle che fosse loro risparmiata la vita, ma ordinò che all'uscire del Forte i soldati vincitori rendessero gli onori delle armi a quei vinti, consacrandoli Eroi.
In quell'infausta giornata del 18 giugno 1503, mentre il sole affogava nel mare, dietro l'aspro profilo della Gorgona e tingeva di rosso lo scoglio della Meloria, sugli spalti verrucani bagnati dal sangue degli eroici soldati pisani, moriva, per non più risorgere la Repubblica Pisana.La notizia, fulminea, percosse la città. I Pisani si chiusero nelle loro case e nessuno quella sera accese i lampioni delle vie. Nel buio fondo di quella drammatica notte, il popolo pisano dispose l'animo indomito alla resistenza del lungo assedio che durerà ancora sei anni.
1 fiorentini fortificarono ulteriormente la Verruca, ma questa volta fu veramente denaro e fatica sprecata. Venuta meno la sua ragion d'essere, la fortezza fu successivamente smantellata ed abbandonata. 1 secoli trascorsi, hanno compiuto la loro opera demolitrice.Il 2 maggio del 1767, il Granduca Pietro Leopoldo visitò quei ruderi. Salì da Vico e discese da Montemagno.Giuseppe Lupetti, letterato montemagnese, a celebrare l'avvenimento, compose questo sonetto:Rocca d'Alfei un dì schermo e difesa, che premi a l'aspra rupe il dorso altero, e de l'oste e degli anni a l'urto illesa serbi la fronte antica e il volto intero.il tuo Signore a venerare intesa china l'erma cervice; e del guerriero fervor che ascendi alteramente accesa, oggi del tuo voler l'offri a l'impero. Mostragli il fianco immoto e fermo il piede; lacero il sen ma invitto, e qual resta nel petto inerme ancor salda la fede.Digli che sei qual fosti e vegli ognora per lui sull'alta cima; e la foresta nutre fra liete olive e lauri ancora.

Nel 1900, sotto gli auspici dell'Arcivescovo Capponi, fu costituito un comitato diocesano per l'erezione, sulla Verruca, di una croce in ferro.Ne fu animatore il Sacerdote Dott. Augusto D'Antilio, che il 16 luglio di quell'anno, tenne alla presenza dell'Arcivescovo, un'adunanza generale nella Chiesa dei Cavalieri.Il 30 ottobre del 1904, il Cardinale Pietro Maffi, allora novello Arcivescovo di Pisa, salì alla Verruca, accompagnato dal clero e da gran numero di fedeli. Al centro dei ruderi maestosi, celebrò la S. Messa e pose la prima pietra del basamento della croce, ma l'iniziativa non fu condotta a termine.
Nella primavera del 1950, l'Arcivescovo Camozzo, riprese l'idea di erigere una croce sulla Verruca, a ricordo dell'Anno Santo.In un mattino del mese di maggio, accompagnammo l'Arcivescovo ed altre personalità nella difficile arrampicata per un sopraluogo. Anche questa volta l'iniziativa non si spinse al di là della costituzione del solito comitato, presieduto da Mons. Felici.
Nessuno ormai, provvede alla conservazione degli storici ruderi che sono abbandonati alla distruzione ed alla azione predatrice degli occasionali visitatori, i quali, anche recentemente hanno divelto le cornici pietrose delle « bombardiere » per farne « souvenir », magari di una parola d>amore, scambiata da amanti solitari.Severa, nella sua solennità, si staglia nel cielo la sagoma quadrata di quei ruderi che come corona di gloria, cingono la massiccia vetta verrucana, la cui presenza si avverte familiare da ogni contrada della Valle di Calci. I calcesani da secoli guardano a quella vetta amica, che per loro non ha perduto la tradizionale funzione segnaletica.Ieri si scrutava per conoscere i movimenti del nemico, oggi lo si fa per indovinare le previsioni del tempo. L'invisibile fantasma del castello, precursore del colonnello Bernacca, fornisce puntualmente in codice le sue informazioni e nella Valle tutti sanno che: , quando la Verruca si mette il cappello, i calcesani prendon l'ombrello ».

tratto da "La Storia di Calci" di Mario Ermolao Martini