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La pintura en Pisa |
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Capolavori d'Arte medievale
La Pittura a Pisa (By C.A.G.)
La gloria di un'inconfondibile civiltà che nel passato fece di Pisa una delle capitali d'arte d'Europa non sopravvive e si manifesta soltanto nei capolavori architettonici e scultorei d'artisti che nati o operanti nella città lasciarono ai posteri, ma si affida anche alla pittura.
Le novità introdotte anche dal moderno stile romanico-pisano che tanti esempi sono ritrovabili nel bacino del Mediterraneo e, soprattutto, dalla scultura di Giovanni e Nicola Pisano carica di realismo, emotività e “umanità” verranno, in tempi successivi, applicati in campo pittorico sia nel nostro ambito che altrove, influenzando indiscutibilmente la nuova “maniera” del Quattrocento e, persino, lasciandone evidenti segni nel secoli a venire. Tracce si possono riscontrare in Gauguin nel suo “Il Cristo Giallo”, nell'espressionismo tedesco degli inizi del Novecento in special modo nell'opera di Alexej von Jawlensky il quale trae ispirazione dai volti sofferenti ed espressivi dei crocifissi pisani del XII secolo e , nei Preraffaelliti come si ribadirà successivamente.
Gli inizi e il Duecento
Le prime testimonianze della pittura a Pisa risalgono all'ultimo quarto del secolo XII.
Il più illustre documento miniatorio pisano del secolo in questione è la Bibbia di Calci (1168-69) formata da 4 grandi volumi dal gusto classicheggiante e bizantino ma, contemporaneamente, un esempio dall'impronta più “romanica” la troviamo a Firenze, nella Bibbia a 2 volumi della Laurenziana databile al primo quarto del XII secolo e probabilmente pisana. E certamente pisano perché eseguito per il monastero di S. Vito è un Sacramento della Certosa a Calci dell'ultimo quarto del secolo, affine allo stile delle opere fiorentine.
A questa corrente miniaturistica si collegano i primi crocifissi pisani caratterizzati da un Cristo vivo e circondato da storiette. Probabilmente, il più antico dei quali, è da considerarsi quello di S. Frediano, Crocifisso N° 15 del Museo di S. Matteo (foto 1), che mette in risalto la sua “modernità” facendo prevalere alle figure della Madonna e del S. Giovanni, le finalità didascaliche dell'apparato narrativo su quelle patetiche del Compianto.
Con il Crocifisso N° 20 del Museo di S. Matteo (foto 2), proveniente dal monastero di S. Matteo, quindi dal Camposanto, fa la sua prima comparsa nelle croci dipinte italiane la figura del Cristo morto.
Sembra inoltre importante per la nostra breve storia citare il Da Morrona (1793) che ricorda che in S. Francesco pendeva un crocifisso, andato ora disperso nei magazzini dell'Opera del Duomo, dipinto su tavola di Alberto Pisano colle parole “Albertus Pisanus me fecit”.
Fra i maggiori artisti del periodo, oltre ai già citati anteriormente, dobbiamo ricordare Giunta Pisano che firmò quattro Crocifissi di cui tre sono alla Chiesa di S. Maria degli Angeli ad Assisi mentre il quarto è andato distrutto nel secolo XVIII.
Nel Crocifisso pisano emerge la novità portata dal Giunta alla pittura italiana: la tradizione formale ed iconografica di matrice bizantina che egli ha fatto propria non viene rifiutata ma è riempita di una inedita attenzione all'umanità dei contenuti di fede, veicolata soprattutto dalla sensibilità francescana.
I Crocifissi giunteschi denotano una severità della visione religiosa che isola l'immagine di Dio e, al contempo, evidenzia il martirio dell'Uomo creando un senso di fraternità con Cristo come voluto, in quel periodo, da S. Francesco. Di conseguenza Giunta Pisano diviene così il “primo pittore ufficiale” dell'ordine di S. Francesco. Altri Crocifissi vengono attribuiti al Giunta e il maggiore dei quali è uno doppio del Museo Pisano proveniente dal convento vallombrosano, poi di S Benedetto in Ripa d'Arno.
Molti altri pittori lo seguirono, tra questi, Ugolino di Tedice , che firmò un Crocifisso per l'Ermitage di S. Pietroburgo e il Crocifisso del Museo di S. Matteo (foto 3) proveniente da S. Chiara, e il fratello Enrico nonché il figlio Ranieri.
Più alto è il livello qualitativo del “ Maestro di S. Pierino ”, la cui originalità appare fino dalla struttura del Grande Crocifisso che gli ha dato il nome e del Crocifisso N° 15 del Santo Sepolcro, e del “ Maestro di S. Martino ”. Di quest'ultimo è la tavola del “Bambino Benedicente” che assomiglia notevolmente alla “Maestà” del Cimabue ma, probabilmente come asserisce il Longhi che la colloca nel 1260, è antecedente dato che riflette una cultura più antica (se avesse già visto l'opera del grande Maestro ne avrebbe adottato le innovazioni introdotte); altra sua creazione è la bella “Madonna di San Martino” (foto 4), oggi al Museo di S. Matteo di Pisa.
Oltre a questi artisti nati o vissuti prevalentemente a Pisa merita una nota particolare un grande maestro come il Cimabue che operò nella nostra città per diverso tempo e che poi tornò in un secondo momento per restare fino alla fine dei suoi giorni. La sua “Maestà” (foto 5), oggi al Louvre e proveniente dalla Chiesa pisana di S. Francesco, precede di non pochi anni, la “Santa Trinità” e la famosa “Madonna Rucellai” di Duccio di Boninsegna eseguita nel 1285 che della pala pisana ne deriva il tipo dell'incorniciatura con i medaglioni contenenti i busti dei Santi.
Un autentico capolavoro e opera finale del Cimabue è il “S. Giovanni” (foto 7) del mosaico del Duomo di Pisa, di forte impronta classica romana con vigorosi panneggi che già evocano il plasticismo giottesco.
Altri personaggi rilevanti dell'arte pisana del ‘200 sono il “ Maestro Francesco ” e Vincino di Vanni da Pistoia che assieme al Cimabue sono gli artefici del mosaico absidale del Duomo di Pisa, datato 1301-02 a 1321 (foto 6).
Dopo un periodo d'inesplicabile carenza di artisti locali arrivarono a Pisa Memmo Filippuccio , padre del più noto Lippo Memmi e suocero di Simone Martini che lasciò opere quali la “Madonna col Bambino” (foto 8) nella Chiesa pisana di S. Francesco, e il “ Maestro di S. Torpè ” che serbiamo memoria per la sua “Madonna col Bambino” del Duomo di Pisa (foto 9).
Il Trecento
Una pala inviata dal Giotto ai francescani a Pisa non suscitò particolari risonanze nella pittura locale quanto il Polittico (foto 10) che fra Pietro converso dei domenicani procurò di far fare a Simone Martini, inizialmente fu scambiata dal Vasari per un'opera di Lippo Memmi e solo nel 1846 il Bonaini e nel 1847 il Förster scoprirono la firma di Simone.
Comunque altri capolavori lasciarono il Memmi e la sua “Azienda” come la “Madonna col Bambino” (foto 11), “S. Giovanni Evangelista” (foto 12), “S. Mattia” (foto 13) e “S. Tommaso d'Aquino” (foto 14) tutti tratti dal Polittico del Duomo e ora al Museo S. Matteo di Pisa.
Sulla cultura pittorica pisana della prima metà del ‘300, e anche dopo, credo che non sia stato ancora posto nel dovuto rilievo che essa è dominata da una grandissima personalità, non inferiore secondo il parere di Enzo Carli, a quelle tanto più celebrate di un Maso, di un Taddeo Gaddi, di un Orcagna e di altri come quella del domenicano Traini . Egli fu veramente la chiave di volta , e di svolta, di uno svolgimento i cui effetti si manifestarono fino alla seconda metà del secolo nell'opera di artisti come Francesco Neri da Volterra che può considerarsi il maggior pittore pisano dopo il Traini, la cui arte nutrita di eletta e ben amalgamata cultura lascia, a sua volta, le sue impronte in un modesto artista locale come Giovanni di Nicola e la sua cerchia. Le opere di quest'ultimo sono il “Polittico” (foto 22), la “Madonna col Bambino” (foto 23) e la “Crocifissione” (foto 24) ora tutti esposti nel Museo di San Matteo a Pisa, e la Bandinelle N° 70 del museo di San Matteo, proveniente dallo Spedale di Santa Chiara, e che furono “recepiti ed elaborati negli affreschi del Camposanto (attribuiti al Traini dal Meiss). I quali, per la loro sterminata estensione, non furono certamente eseguiti da un solo maestro, ma da un gruppo che comunque si atteneva ad un programma unitario non solo nei contenuti e nei personaggi ma, anche, come tecnica e stile utilizzati.
Il Camposanto Monumentale pisano e le sue decorazioni sulle pareti meridionali e orientali, costituiscono un prezioso spaccato della pittura pisana del 1300, vivacemente immersa nella realtà anche umile e quotidiana, attenta interprete degli avvenimenti sociali e religiosi contemporanei e in continuo dialogo con i centri vicini quali Siena, Orvieto e, soprattutto, Firenze.
Francesco Traini , definito dal Vasari il “più eccellente” discepolo dell'Orcagna, si affermò a Pisa con due grandi opere. La prima é, una tavola a tempera, nota come il “Trionfo di S. Tommaso” (foto 26), nella cappella di S. Tommaso d'Aquino, molto lodata per aver anticipato il suo maestro Andrea nel colorito, nell'unione e nell'invenzione capricciosa. La seconda è il “Polittico di S. Domenico”, 1344-45 (foto 30) e oggi al Museo di San Matteo, formato da una grande figura del Santo e otto storiette dove privilegia momenti individuali della vita del Santo quali la “Disputa con gli eretici” o la “Resurrezione di Napoleone Orsini”. La drammaticità si vede nella scena del “Salvataggio dei pellegrini naufragati nella Garonna”. Altre importanti sue tavole sono:
“Madonna col Bambino” (foto 27), “S, Rosalia” (foto 28), al Museo di S. Matteo, “S. Anna Metterla” (foto 29) a Princetown, Art Museum e la “Crocifissione” (foto31) al Camposanto Monumentale di Pisa.
Da questi esempi, Pisa cominciò ad aprirsi ai pittori fiorentini, e nel 1336 arrivò il Buffalmacco che fece l'affresco “Trionfo della Morte” (foto 15-16) nel Camposanto di Pisa e, presumibilmente nel 1342, anche Taddeo Gaddi ricordato nella nostra città per l'affresco “Le sventure di Giobbe” (foto 17-18) sempre al Camposanto. Oltre al Gaddi altri pittori giotteschi che lavoravano nel Camposanto sono Spinello Aretino che racconta in sei scene “Le storie dei Santi Efisio e Potito”, martiri sardi le cui ceneri sono conservate a Pisa e, Piero di Puccio , pittore aretino, che pur non essendo un grande artista, lontano dalle capacità del suo probabile maestro Ugolino di Prete Ilario col quale collaborò agli affreschi del Duomo di Orvieto, nel ciclo pisano si dimostrò un attraente narratore-illustratore che in ogni riquadro distribuisce con chiarezza spaziale la successione dei vari episodi espressi nei minimi particolari. Le sue opere sono “La storia della Genesi”, la “Cosmografia Teologica” (1389-91) e la “Creazione dell'Arca” (Foto 19-20-21).
Una citazione meritano anche il “ Maestro della Carità ” e Turino Vanni .
Il primo è un raffinato collaboratore del Traini, così denominato dal Bellosi per l'attribuzione di una “Madonna col Bambino” negli Istituti di Ricovero della Carità di Pisa. Altri suoi lasciti sono: la “Madonna col Bambino” (foto 25) a Gello di Palaia nella chiesa parrocchiale, la “Madonna col Bambino”, la “Santa Lucia” e la “Madonna col Bambino, San Francesco e Santa Chiara” (foto 33) al Museo di San Matteo di Pisa e, il “San Lorenzo” ora a Uccle, Bruxelles.
Turino Vanni, figlio di un vasaio probabilmente nato a Rigoli dove il padre possedeva un po' di terra, si firmava Turino Pisano o Turino da Rigoli anche se tutt'ora qualcuno afferma che si trattasse di due diverse persone (in effetti, secondo le testimonianze note pare che, se uno, fosse vissuto 96 anni… troppo?). Le sue opere sono: “Madonna in Trono con Angeli e Santi” (foto 44) Palermo, Galleria, “Madonna con San Ranieri e San Torpè”, 1397, (foto 34) Pisa, chiesa di San Paolo in Ripa d'Arno, “Battesimo di Cristo” (foto 35) Museo di San Matteo, “Madonna con Angioli” (foto 36)Parigi, Louvre, “Madonna col Bambino”, 1402, (foto 37) Pisa, chiesa di San Donnino in San Giusto e il “Polittico” Genova, chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.
Il Quattrocento e il Cinquecento
Nel Quattrocento, oltre a Turino Vanni che continuava la sua positiva produzione pittorica, esiste una pittura a Pisa o per Pisa che, specie nel primo quarto del secolo, è testimoniata da un “aumento progressivo” qualitativo di tavole. Ad operare sono Lorenzo Monaco , sua è la “Madonna dell'Umiltà”, 1412, (foto 41) ora al museo San Matteo di Pisa e proveniente dalla chiesa di S. Ermete di “Orticaria” e, il suo discepolo Pisano, il quale dipinse nella chiesa di San Francesco di Pisa, alla Cappella Maggiolini, “La Nostra Donna”, un “S. Pietro”. “S. Giovani Battista”, “S. Francesco” e “S. Ranieri” con tre storie di figure piccole nella predella dell'altare, 1415.
Nel frattempo era approdato nella nostra città un raffinato pittore di origine portoghese chiamato Alvaro Pirez d'Evola le cui opere lasciateci sono: “Madonna col Bambino e Angioli”, Pisa, Santa Croce in Fossabanda (foto 38), “Madonna col Bambino” (da Nicosia) al Museo di San Matteo (foto 39), “Trittico a sportelli”, Brunswick, gallery (foto 40) e “Madonna col Bambino e quattro Santi” sempre al San Matteo (foto 45).
Testimonianza importantissima a Pisa della pittura tardogotica detta “Internazionale” fu data dalla “Madonna dell'Umiltà” di Gentile da Fabriano ora al museo di San Matteo (foto 64). Quest'opera commissionatagli è di chiara impostazione pisana, che ancor influenzata dai rapporti coi popoli islamici, lungo il bordo del drappo su cui giace Gesù Bambino è scritto in caratteri arabi “LA ILLAHI ILA ALLAH” (“Non v'è altra divinità all'infuori di me”). In questo dipinto predomina un senso di squisitezza e preziosità che solo il mondo cosmopolita e cortese sapeva intuire ed esprimere (Micheletti, 1976), ma è giusto dare rilievo all'introduzione di una nuova interpretazione iconografica da parte di Gentile basata su di una ritmica rispondenza tra il nudo del bambino che affonda nel drappo e le mani virginee incrociate che si sollevano come ali rendendo ancora più intimo il legame materno.
Nel 1426 il Polittico che Massaccio creò per la Chiesa del Carmine, su commissione del notaio ser Giuliano di Colino degli Scarsi di San Giusto, rivoluzionò il corso della pittura italiana.
In quest'opera lo spazio prospettico del Brunelleschi per la prima volta si realizza in pittura unendosi ad una potenza plastica e costruttiva che modellata dalla nuova luce giustifica il titolo ad egli dato dal Berenson (1896) di “Giotto Rinato”. La commozione che provo dinanzi alla terrestre naturalezza con cui quella Madonna sul trono senza corona mentre nutre il bambino con un grappolo d'uva, dal quale scaturirà il vino distribuito agli Apostoli nell'Ultima Cena, è
incommensurabile. E' affermato (Borsook,1966) che Massaccio a Pisa abbia guardato alla Madonna dei Pergami di Nicola e di Giovanni introducendo come novità quel gesto di distacco di una Madre che pensosamente, quasi flebilmente, si china non a guardare ma a proteggere il suo piccolo Gesù; e il suo viso non s'ispira più agli ideali classici cui s'ispirò Nicola, ma è chiaramente quello di una “vera” donna.
Per la Cappella del Carmine alla cui cessione Massaccio era stato testimone il 23 gennaio 1427 dovette essere eseguita, su commissione di una compagnia di mercanti catalani ai quali era stata ceduta e che godeva a Pisa di particolari privilegi, una tavola con “Santa Eulalia”, attribuita a Bicci di Lorenzo, con relativa predella raffigurante la “Santa che gettata in forno rimase illesa” e la “Decapitazione della Santa” mentre la sua anima vola in cielo sotto forma di colomba (ora al Museo, VI, 28): La Santa è infatti Patrona di Barcellona ed è conservata nella Cattedrale in un mausoleo scolpito nella prima metà del Trecento con la collaborazione , secondo il Salmi (1933), del pisano “Maestro di San Michele in Borgo”.
Niccolò dell'Abrugia, artista pisano che cooperò col Pinturicchio a Roma, dipinse, sembra anteriormente ai suoi contatti con questo artista, la “Sant'Orsola” ora al museo di San Matteo (foto 51).
Un altro grande del Rinascimento penetrò nella Pisa del tempo, Beato Angelico, al quale gli viene attribuito il capolavoro “Il Redentore” , Museo di S. Matteo (foto 42), e seguendo le sue impronte, Beri di Bicci dipinse “L'Incoronazione della Vergine” (foto 43) che stava sulla parete di fondo della chiesa di San Zeno e ora al Museo di S. Matteo.
Un altro fiorentino dovette lavorare a Pisa o per Pisa , il monaco camaldolese Giuliano Amedei, pittore favorito da Paolo II a Roma dove dipingeva nel 1467 e 1472 in San Marco e in San Pietro e morto a Lucca nel 1496. A questo personaggio gli vengono attribuiti la “Madonna e i Santi” (n. 1707) e la “Madonna e Santi” (n. 1701) del Museo Nazionale cittadino (foto 46-47).
Benozzo Gozzoli , i cui affreschi nel Camposanto furono talmente ammirati da venir onorato mentre era ancora vivente a Pisa. Nonostante i suoi cicli migliori siano stati eseguiti altrove (quello di Montefalco e il “Corteo dei Magi” nel Palazzo Medici Riccardi a Firenze) quello pisano venne considerato a lungo il suo capolavoro tanto da contribuire ad indirizzare il gusto e i programmi della “Confraternita dei preraffaelliti” sorta nel 1848 in Inghilterra. Dante Gabriel Rossetti , suo maggior esponente, possedeva la pubblicazione di Carlo Lasinio del 1812 dei disegni del Gozzoli del Camposanto e dei quali il Ruskin, nel 1845, scriveva al padre che “non potete immaginare la vivacità e la vastità di concezione di questo grande vecchio” (il Gozzoli).
Le opere pisane dell'artista al Camposanto Monumentale sono:
“Adorazione dei magi” (foto 63), la “Vendemmia di Noè”, “Abramo e gli adoratori di Belo”, “Costruzione della Torre di Babele”, “Nascita di Esaù e Giacobbe” (foto 59-60-61-62).
Altre ancora:
“La Madonna e San Giovanni dolente”, Pisa, Monastero di San Benedetto in Ripa d'Arno (foto 32),; “Trionfo di San Tommaso d'Aquino” (foto 48), Parigi, Louvre; “Sant'Anna, la Madonna col Bambino e donatrici” Pisa, Museo S. Matteo; “Ancona per Lotto Salviati”, 1477-78 (foto 49), Ottawa, National Gallery e, infine, Quattro Santi: “Ex voto” di Piero di battista, 1481, New York, Metropolitan Museum.
Domenico Ghirlandaio è l'ultimo dei maestri fiorentini del Quattrocento attivo a Pisa il quale lasciò due grandi opere: “Madonna e i Santi Caterina d'Alessandria, Stefano,Lorenzo e Rosalia” (foto 65) e “Madonna in trono e il Bambino tra quattro Santi” (foto 66) entrambi al Museo Nazionale di Pisa.
Al Duomo, invece, il Ghirlandaio e i suoi aiutanti hanno lasciato ai posteri una “Gloria agli Angeli”, 1492 (foto 50).
Di notevole importanza è la tavola inviata a Pisa per la chiesa di S. Agnese (allora dipendente da San Vito e poi soppressa nel 1780) ed ora al Duomo da Andrea del Sarto. La tavola era su due ordini, il superiore con un “San Giovanni Battista” e un “San Pietro” (foto 67) in mezzo ai quali stava una “Madonna che fa miracoli”, oggi andata perduta, e l'inferiore con una “Sant'Agnese” (foto 69) con accanto una “Santa Caterina d'Alessandria” e da una “Santa Margherita”(foto 68). Le loro figure sono state sovente considerate le più belle che Andrea abbia mai eseguite (Vasari) meritandone il loro trasferimento ad opera di Curzio Ceuli, nel 1617, nel Duomo.
Il pittore lasciò l'abbozzo per una tavola per la “Compagnia di S. Francesco di Pisa e che fu fatta finire dal Sogliani e che nel 1785 fu, anch'essa, trasferita in Duomo. Il titolo dell'opera è “Madonna delle Grazie”, raffigurante una Madonna col Bambino, San Giovanni e un Angioletto musico seduta in cima ad una scala con uno sfondo paesaggistico e recanti in basso S. Francesco, S. Bartolomeo e S. Girolamo inginocchiato.
Il fiorentino Giovanni Antonio Sogliani (1492-1544), allievo di Lorenzo di Credi, ma influenzato da fra Bartolomeo e da Andrea del Sarto, lavorò per il Duomo pisano attirandosi la simpatia della popolazione locale. A lui fu affidata la prima decorazione della tribuna del Duomo trasformata alla fine del Quattrocento in sagrestia. Nel 1533 furono collocate in tribuna altre due sue opere “L'offerta di Abele” (foto 70) e “Il sacrificio di Caino” (foto 71). Esse furono restaurate nel 1588 da Aurelio Lomi che della prima il Vasari lodò la testa “che pare la stessa bontà sì come è tutta il contrario quella di Caino, che ha cera di tristo da dovero”. In ambedue è ragguardevole sia l'influsso leonardesco che la rappresentazione del paesaggio.
Da Siena arrivarono due artisti: Domenico Beccafumi e il Sodoma . Il primo eseguì a Siena, per l'ordine inferiore della tribuna del Duomo di Pisa la tavola con “Mosè che spezza le tavole della legge” (foto 72), novembre 1526- giugno 1537 e quella col “Castigo di Cora, Datan e Abiran” (foto 56) che per essersi ribellati ad Aronne sprofondarono nella terra mentre i loro seguaci venivano colpiti dal fuoco celeste e, sempre nel 1538, quelle ai lati dell'ingresso alla tribuna con gli Evangelisti “Luca e Giovanni” e “Marco e Matteo” (foto 52-53-54-55).
Il Sodoma fece il “Sacrificio di Isacco” (foto XL) che venne posta nella tribuna a sostituire quello fatto da Niccolò dell'Abrugia. Altre suoi lavori sono: “Deposizione di Cristo”, 1540, (foto 57) al Museo Nazionale di Pisa e la “Sacra conversazione”, 1542, (foto 58) Pisa, Museo di S Matteo.
Ormai l'ambito pittorico pisano resta isolato a pochi artisti minori nella fine del Cinquecento ma, intorno alla famiglia Lomi ruota un certo Aurelio , (Pisa 1556/1622) pittore manierista citato precedentemente, che apprese l'arte da Baccio suo zio e si rese pittore molto apprezzato, effettua numerose opere a Pisa, tra le quali troviamo nella Chiesa di San Michele in Borgo “San Michele” e “La Presentazione al Tempio” del 1621. Invece nella Chiesa di San Frediano si trova “L'Adorazione dei Magi” del 1604 e, nel Duomo di San Miniato, nella prima cappella a destra, si trova la pala d'altare di Aurelio Lomi raffigurante la “Natività”.
Altri personaggi che bene o male sono legati al ricordo dell'arte intorno a Pisa e dei quali vorrei fare un accenno sono Orazio Lomi Gentileschi e la figlia primogenita Artemisia. Orazio , fratellastro di Aurelio, nasce a Pisa nel 1563 e viene da lui avviato alla pittura mutuando il carattere aulico delle sue opere. Trasferitosi a Roma, vi conosce Caravaggio, di cui diventò amico e seguace. L'influenza del grande maestro è fortissima nell'opera dell'artista; la luce diviene Caravaggiesca e i colori si fanno più caldi. Dopo il soggiorno romano, Orazio si spostò nelle Marche, dove forse raggiunse l'apice della sua arte con dipinti basati su composizioni complesse, come ad esempio la "Pala di Fabriano", (Galleria Nazionale di Urbino). Dopo questa parentesi, Gentileschi lavorò anche in Francia e Inghilterra, dove morì nel 1639. Ecco alcune sue opere famose: “Diana”, “L'Anunciazione” e “Suonatrice di liuto” (foto 73-74-75).
Artemisia Lomi Gentileschi, invece, nacque a Roma l' 8 luglio 1593 . Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi un ben più elevato talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti. Poiché lo stile del padre, in quegli anni, si riferiva esplicitamente all'arte del Caravaggio (con cui Orazio ebbe rapporti di familiarità), anche gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, nella scia del grande pittore lombardo.
La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia (sia pur sospettando aiuti da parte del padre, determinato a far conoscere le sue precoci doti artistiche) è la “ Susanna e i vecchioni ” , 1610 , (foto 76) oggi nella collezione Schönborn a Pommersfelden . La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese , che aveva preso le mosse da Annibale Carracci .
Nel 1611 Artemisia subì uno stupro da parte del pittore toscano Agostino Tassi , impegnato in quel tempo, assieme ad Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco delle volte del Casino della Rose nel palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma.
Il padre denunciò il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto "rimediare" con un matrimonio riparatore. Il problema è che il pittore era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione con la sorella della moglie, cosa all'epoca considerata incestuosa). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda metà del XX secolo , alla figura di Artemisia.
La tela, che raffigura “ Giuditta che decapita Oloferne ” , 1612 -13 (foto 77), conservata al Museo Capodimonte di Napoli , impressionante per la violenza della scena che raffigura, è stata interpretata in chiave psicologica e psicanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita.
Un mese dopo la conclusione del processo, Orazio combinò per Artemisia, un matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, che servì a restituire ad Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi, uno status di sufficiente onorabilità.
Poco dopo la coppia si trasferì a Firenze , dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli .
Altra sua opera è l' autoritratto intitolato “Allegoria della Pittura”, 1638-39, Royal Collection, Windsor (foto 78).
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