La Chiesa di Santa Maria della Spina in Pisa

A cura di

Francesco Bernieri

 

 

E.Van Lint, 1872

“ Che cosa intendete fare rovinando questo magnifico posto? Sapete ciò che state facendo? Non siete consapevoli che gli Austriaci non hanno mai fatto così tanti danni all'Italia quanto voi altri state facendo ora con i vostri scalpelli e mazzuoli?”

 

John Ruskin 1872

 

In copertina: ignoto “San Nicola da Tolentino salva Pisa dalla peste”, XIV sec.

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Pisa nel XIII sec.

 

Non esistono documenti che accertino la data di fondazione dell'Oratorio di S.Maria del Pontenovo, la tradizione vorrebbe che la prima edificazione fosse avvenuta durante la prima metà del XIII sec., intorno al 1230.

Era quello uno dei periodi di massimo splendore per la Repubblica di Pisa. I suoi domini si estendevano da Portovenere a Civitavecchia, dalla Corsica alla Sardegna, ma soprattutto il mare.

Le sue influenze politiche e commerciali si estendevano lungo tutto il Mar Mediterraneo ed oltre, lunghe le rotte commerciali che legavano Pisa alle più importanti città: Alessandria, Bona, S.Giovanni d'Acri, Costantinopoli, Palermo erano solo alcune delle città in cui Pisa aveva dei quartieri per i suoi cittadini e mercanti e controllava i traffici del porto.

Pisa città imperiale, schierata al fianco dell'Imperatore Federico II di Svevia, aspirava a diventarne la capitale dell'Impero.

La fine del XIII sec. coincide però anche con l'inizio di un lento declinio che porterà Pisa l'Ottobre del 1406 a perdere la sua indipendenza.

Dobbiamo quindi immaginarci la città durante questo florido periodo, come una città brulicante di mercanti, stranieri, uomini d'affari e presa in un forte sviluppo edilizio, vengono costruite in questi anni le chiese di S.Chiara, di S.Francesco e di S.Caterina. Piazza dei Miracoli vede aggiungersi, dopo il Battistero e il Campanile costruiti nella metà del secolo scorso, un altro gioiello il Campo Santo Monumentale per opera di Giovanni di Simone e Giovanni Pisano.

 

Ponti e pontonai

 

“ L'anno del Signore 1183 indicto XV. Per l'ingiuria che hebbe Corte Vecchino della casa de'Guaglandi sopra il ponte vecchio in Arno, Marzuccho Gaetani con tutta con tutta la lor casa et con tutta la casa di Durone Della Bella, et con Theperto homo sapientissimo et fortissimo della ditta casa, et Bocio et Guido del Gallo, et Pordamare, et Ponte, et de canonici della Chiesa maggiore di Pisa fecero molti sacramenti, et consigli di fare un ponte novo in capo della via Santa Maria sopra à Arno”.

Come scrive Salem Maragone, figlio dell'annalista Bernardo e suo continuatore, un'ingiuria fatta a Cortevecchia Gualandi, considerata ancor più grave perché avvenuta sul Ponte Vecchio, fu la causa occasionale che scatenò nel 1182 un grave conflitto all'interno della città. In realtà si venne alle armi perché un gruppo di famiglie, di cui facevano parte gli stessi Gualandi, i Duodi e i Gaetani e gli abitanti dei quartieri di Porta a Mare e di Ponte, col consenso dell'arcivescovo e del Capitolo dei canonici s'erano consorziate per costruire un ponte di cui avrebbero poi avuto controllo, in alternativa al Ponte Vecchio di proprietà comunale.


Erano 4 i ponti che nel XIII sec attraversano l'Arno per collegare il quartiere meridionale di Chinzica con i 3 quartieri settentrionali:

Ponte Vecchio collegava il quartiere di Mezzo;

Ponte della Spina collegava il quartiere di Foriporta;

Ponte della Degazia a mare collegava il quartiere di Ponte.

Di questi 4 ponti solo i tre sopraelencati appartenevano al comune mentre il Pontenovo era di proprietà delle famiglie pisane che lo avevano fondato e ai piedi di questo sorgerà l'Oratorio di S.Maria del Pontenovo. Ma è da notare che anche il Ponte Vecchio e il Ponte della Degazia a mare avevano il loro sacro edificio votivo al ponte.

 

Pianta di Pisa medievale (Tolaini “Forma Pisarum)

Gli ufficiali cui era affidata la custodia dei ponti spettanti al comune, e l'amministrazioen dei beni e delle rendite assegnate ai medesimi si chiamavano pontonai.

Anche il Pontenovo ebbe il suo pontonaio. Veniva eletto dalle casate cui era dovuta la fondazione del ponte ed insieme al potestà che lo nominavano al consiglio degli anziani pontonaio a vita. In lui venivano trasferiti tutti i diritti competenti al comune affinché avesse libera amministrazione ricevendo il suo giuramento.

Durante la prima metà del XIV sec il Pontenovo subì varie traversie. All'inzio del secolo venne distrutto o rovinato da cause ignote e molto tempo passò prima che venne ricostruito; nel 1323 venne distrutto dalle fiamme sempre per causa ignota e pochi anni più tardi nel 1329 venne nuovamente distrutto dalle fiamme a causa di lotte intestine tra fazioni rivali.

Nel 1382 il Pontenovo gravava nuovamente in pericolose condizioni ed i proprietari donarono il ponte a Pietro Gambacorti capitano delle masnade del comune difensore del popolo e a Guglielmo Sardo e Filipaccio di Giovani d'Agliata.

Proprio durante l'anno 1382 fu deliberato dal comune i ricostruire in pietra il Ponte Vecchio e quanto sembra non si diede nessuna cura per il Pontenovo che in pochi anni cadde in rovina e fu sostituito da una barca che serviva al passaggio delle persone da una riva all'altra dell'Arno.

Origini e ampliamento

La fonte documentaria più antica che attesta la volontà di un ampliamento del precedente oratorio è un provvedimento degli Anziani del Comune risalente al 27 Settemebre 1322 che incarica a fare gli studi occorrenti per il progetto Giovanni Gatto, Colo Raù, Nocco Ciabatto, Cello dell'Agnello, Puccio da San Sisto, maestro Nocco dell'Abbacco (discendente di Leonardo Fibonacci) e Lupo di Francesco capomastro dei cantieri del Duomo.

Qusti cittadini pisani, poiché ebbero esaminato l'oratorio, la piaggia dell'Arno e il Pontenovo, deliberarono dovesse fondarsi sopra pali nell'Arno o nella piaggia un muro che giungesse fino alla Loggia dei Gualandi, e fosse atto a sostenere il nuovo edifizio; che questo fosse atto a sostenere in larghezza per lo spazio di diciotto palmi a misura di pertica dal muro su cui si posava allora l'oratorio, e che il comune costringesse il pontonaio o i patroni del Pontenovo a far cessione perpetua di due botteghe che erano prossime all'oratorio medesimo .

Non è noto quando sia stato edificato l'oratorio precedente essa fù attribuita da alcuni cronisti ai Gualandi insieme al comune pisano. Non esiste però nessun documento storico che ne affermi la veridicità, tali affermazioni sono fondate solo dalla presenza dei simboli simboli del comune e quelli della famiglia sul fronte meridionale.

La tradizione identifica l'oratorio più antico con la sezione orientale dell'attuale chiesa e lo data alla prima metà del XIII secolo. Tale ipotesi, che identifica con la parte più orientale dell'edificio con l'oratorio più antico cade però attraverso alcune considerazione e l'analisi di antichi documenti.

Dall'analisi del documento del 1322 è possibile pensare che l'edificio possa essere stato ampliato verso il fiume ed anche verso il ponte, cioè verso est, mediante l'inglobamento o la distruzione di due botteghe o utilizzando in parte o del tutto il loro terreno.

Secondo un documento del 1325, l'arcivescovo di Pisa, Simone Saltarelli, concede agli Anziani del Comune “ gratiam specialem” che “ dictum oratorioum, ortatorii fines tenses, posse augeri, estendi et ampliari”. Sempre da questo documento si attesta che l'oratorio possa essere dotato di una campanella purchè posta non in un campanile esterno ma sotto il tetto. L'avvio della realizzazione del progetto è dunque da posticipare al 1325. Questo documento induce anche a supporre che l'oratorio dovesse essere aperto sullo stile del Camposanto Monumentale, poiché la campanella è da porre sotto il tetto.

Successivamente i documenti sono avari di informazioni e possiamo supporre che i lavori subirono delle pause forse dovute anche alla peste che in quegli anni scoppiò in città.

Infine un contratto del 1376 ci informa che l'oratorio era ormai concluso poiché proprio nella sua sagrestia viene firmato l'atto.

La vicenda costruttiva ha come date estreme il 1322 ed il 1376, ma le fasi costruttive rimangono ignote anche se è possibile ipotizzarne almeno due con consistenti variazioni in corso d'opera. Ciò è deducibile dall'impiego nel corpo oientale dell'arco acuto che non appare coerente con la tradizione dell'edilizia religiosa pisana prima del XIV secolo, rispetto alla quale è, semmai, più coerente la tipologia ad archi scemi del fianco meridionale.

 

Osservando la cornice che corre lungo il fianco meridionale notiamo che essa appare superflua e nascosta dagli apostoli che rispetto ai quali non pare avere né funzione strutturale né funzione decorativa.

E' quindi ipotizzabile che essa potesse essere il coronamento della parete e che sopra di essa si poggiasse un tetto più basso dell'attuale.

 

Osservando inoltre alcune foto precedenti il restauro del 1871 possiamo notare che la superficie soprastante detta cornice risulta priva di un paramento murario lapideo.

 

E.Van Lint 1871

Possiamo osservare dalla struttura decorativa dei tre timpani una diversità tra il tempo di destra e i restanti due. Non solo la cornice ha una decorazione diversa ma anche il motivo dei gattoni a foglie d'acanto risulta di fattura assai diversa.

 

Tutto ciò fa pensare che i timpani siano stati costruiti in successive fasi di lavoro.

E' ipotizzabile quindi che l'ampliamento avrebbe potuto comprendere un alzamento del tetto un ampliamento dell'edifico verso l'Arno.

Altro elemento che d'interesse che suscita nuove ipotesi e il portale del fronte meridionale. Esso si apre al del fianco ma risulta eccentrico rispetto al numero degli archi scemi. Ciò potrebbe far supporre che questa porta sia stata aperta successivamente a quella che poteva essere l'entrata originaria sul fronte occidentale e che risulterebbe coincidente con quella attuale.

L'apertura di questa porta potrebbe inoltre coincidere con il tamponamento della porta che si trova sullo stesso fronte ma in posizione più orientale. Essa viene sempre rappresentata dall'iconografia antica tamponata supposizione del fatto che essa possa essere stata tamponata in epoca remota per fini statici.

A conferma di tale ipotesi risultano gli elementi trecenteschi delle tarsie bicrome.

Le sculture e le decorazioni interne

Il Tolaini affrontando il problema delle sculture degli apostoli e delle altre parti scultoree ad eccezione degli ordini superiori, ha attribuito la paternità del complesso alla taglia di Giovanni Pisano.

Burresi, 1991. Particolare delle nicchie meridionali con il Cristo e i 12 apostoli

I modelli giovanneschi sono identificabili in alcune figure del pulpito pisano e immediato è il riscontro con il San Michele Arcangelo di uno dei sostegni di esso .

Anche sul fronte orientale le statue di San Giovanni Battista, nell'edicola di destra e dei Santi Pietro e Paolo nelle edicole centrali, si pongono nella scia della cultura giovannesca utilizzando soluzioni e modelli presenti nel pulpito di Pistoia e di Pisa, repertori inesauribili per le taglie pisane del Trecento .

 

All'interno della chiesa troviamo 4 sculture, sostituite oggi da delle copie, che il Vasari assegna ad Andrea Pisano: la Madonna con il Divino, S.Giovanni, S.Pietro e la Madonna del latte.

 

L'esposizione della reliquia della Spina della Corona del Salvatore nella metà del XIV scolo donò grande prestigio ed importanza all'oratorio che dal quel momento in poi si arricchì non solo delle sculture di cui ho già accennato, ma anche di numerosi dipinti.

La posizione a rischio di inondazione da parte delle piene dell'Arno, le falle e le frequenti riparazioni della copertura facevano penetrare acque che presto danneggiarono i dipinti.

Burresi,1991. Particolare del S. Matteo

Al di sotto della tettoia vi erano quattro quadri dipinti nel1609 da Antonio Metri che già nel 1618 fu necessario restaurare.

Nel 1696 un documento attesta per l'ultima volta la presenza di un tabernacolo fatto di tavole eseguito da Benozzolo Gozzoli nel 1453.

Uno degli altari era inoltre adornato da una tela dipinta da Giovannantonio Bazzi da Vercelli, soprannominato il Sodomia, che raffigurava la Madonna con altri Santi e che il Tanfani attesta esser conservato nel 1871 alla Accademia pisana delle belle arti.

Sempre il Tanfani attesta che il Baccio di Giambattista Lomi colorì tre quadri per la chiesa della Spina e che prima di lui avevano lavorato per la nostra chiesa due altri pittori, che furono Iacopo di Mariotto Chiodi e Francesco Traballesi. Dipinse il primo nel 1573 una Assunta con gli apostoli sopra l'altare maggiore, che in breve tempo andò perduta a cagione delll'umidità.

Sempre il Tanfani attesta nel 1871, prima del totale smontamento dei dipinti e la dispersione in altre chiese del 1872:

I dipinti che rivestono la facciata nell'interno del tempio si fanno notare per una vivacità di tinte, che la polvere addensatavi sopra non vale nascondere, quantunque faccia velo a poter distinguere in essi l'insieme e il pregio della invenzione. Rappresentano in quattro tele i misteri della Passione e Resurrezione del Signore, e sono opera anch'essi di un pittore pisano, che fu Alessandro Cominotti. Allievo della scuola di Orazio Riminaldi […]

A dar compimento alle notizie delle pitture esistenti nella nostra chiesa è da ricordare finalmente un altro artista i Pisa, cioè Domenico di Vincenzo Salvi. Egli colrì nel 1660 l'Assunta che mostrasi nel lato verso l'Arno, e le quattro tele che fanno angolo nel frontone della tribuna, ove sono rappresentati alcuni santi pisani.

 

Documenti inoltre attestano la presenza di finestre colorate dai padri Gesuati che lavorarono per la chiesa nel 1525. Sempre il Tanfani riferisce che più antiche notizie che riguardano di finestre colorate all'interno della chiesa. A tal prposito egli cita un documento che attesta che nel 1460 l'operaio dell'oratorio fece fare una vetrata con le figure di S.Pietro e di S.Paolo.

Va infine menzionata la presenza di organo testimoniata da un documento che il Tanfani colloca nel 1560: maestro Domenico di Benvenuto di Bernardo da Colle Valdelsa faceva 38 canne che mancavano al quarto registro, e vi aggiungeva un “registro di flauti col tremulo”. Non sappiamo qual tempo, né per quale cagione questo organo venisse tolto dalla chiesa, ove oggi più non si trova.

 

 

Cronologia dei restauri

 

La Chiesa di S.Maria della Spina è stato oggetto quasi continuativamente di lavori più o meno estesi, a partire da quelli del suo ampliamento durato circa quarant'anni, dal 1325 alla fine degli anni sessanta del Trecento.

La causa di questi innumerevoli interventi di restauro deriva dalle modalità di edificazione dell'oratorio ed alla sua stretta simbiosi col ponte cui era edificato e col fiume che, con il regime delle sue piene, continuamente ne lambiva, penetrava, indeboliva i fianchi, gli spazi interni, le fondazioni.

La quasi costante umidità del terreno ove ha fondamento la nostra chiesa, e la violenza delle irrompenti acque del fiume cui andò soggetta così sovente, abbiano a considerarsi quali cagioni principalissime che venisse meno la solidità della sua costruzione.

Nel 1421 già vi sono attestazioni di lavori di rafforzamento, si rafforza infatti “il muriccioli di fuora per rimettere alcuno colonnello”

Nel 1453 si effettuano lavori più consistenti. Sappiamo infatti che in quell'anno la chiesa minacciasse di cadere in rovina verso la via, e come il comune pisano, ad onta del misero stato in cui erano venute le sue finanze sotto la dominazione fiorentina, contribuisse spontaneo alla spesa delle necessarie riparazioni […] si costruirono di nuovo i fondamenti dell'edifizio, che venne anche afforzato dalla parte dell'Arno.

Nel 1534 vengono restaurate le lastre di piombo del tetto.

Nel 1539 si sostituiscono cinque colonne in facciata con i rispettivi capitelli e basi.

Nel 1572 avviene un cedimento di circa trenta centimetri della parete degli apostoli a seguito del rialzamento della strada del lungarno.

 

E.Van Lint, 1871. In questa foto appare evidente il cedimento della parete degli apostoli

 

Dopo l'alzamento del livello stradale le acque pluviali cominciarono ad entrare all'interno della chiesa onde fù che gli ufficiali de' Fossi ordinarono fosse fatta intorno alla Spina la fogna che ivi tutt'ora si vede, affinché quelle acque potessero discorrere per essa nell'Arno.

 

E.Van Lint, 1871. Il canale di scolo delle acque pluviali che circonda la chiesa

 

Nel 1580 cominciano i lavori che per circa un decennio interessano gli ornati e le sculture interne

A partire dal 1606 inizia un lungo cantiere di Gino di Stoldo Lorenzi che lavora a varie riprese fino alla sua morte nel 1623. Furono restaurati e consolidati i tabernacoli, restaurato, mediante smontaggio e rimontaggio nella sede, il grande architrave scolpito del portale meridionale, fù rivestita di marmi la sagrestia, in parte demolita per consentire l'applicazione di una catena di ferro ed infine si restaurarono numerose sculture.

Sempre nei primi anni del Seicento, nel 1618, si effettuano anche lavori di consolidamento dell'oratorio sotto la guida dell'ingegnere Cosimo Pugliani. Si tratta di lavori di incatenamento che servivano a compensare la spinta delle tre guglie orientali, per i quali in parte si smontò e ricostruì la sagrestia.

Nel 1664 vengono sostituite la lastre di piombo della copertura con tegole di terracotta sollevando le proteste del Comune che impone il ripristino dell'originale copertura.

Nel 1749 un commissione di architetti e capimastri in gran parte fiorentini affronta radicalmente il problema della copertura. Furono restaurate le mura, travi e travicelli nuovi sostituiti ai vecchi ma soprattutto fu sostituita la copertura di piombo con embrici e tegole.

Ciò creò molti clamori tra i cittadini. Nella loro relazione citarono il Camposanto, la cupla del Duomo, il Brunelleschi che non aveva usato il piombo della copertura della cupola del Duomo di Firenze e la cupola di S.Pietro. Come ultimo e decisivo argomento si indicò la facilità con cui si rubavano le strisce della copertura “…così vi è poco da faticare per rubare il piombo, come purtroppo è seguito essendo state tagliate delle strisce di lastre con i forbicioni; e di più le mura con i colonnini e rapporti somministrano, come tante scale, il modo di salirvi sopra con tutto comodo”.

Uno scrittore, il solito bastian contrario pisano, affermò che “si tolse molta bellezza alla fabbrica sostituendo gli embrici e i tegoli alle lastre di piombo ond'era il tetto nobilmente coperto”.

Sarà una nostra fissazione, ma nella commissione i fiorentini erano maggioranza. Chissà chi lo sa?

Siamo comunque di fronte ad un fatto nuovo, si sottrae infatti per la prima volta un elemento dell'arredo interno che fino a quel momento era stato continuamente arricchito..

 

E.Van Lint, 1871. Particolare della copertura in coppi e tegole

 

 

Il restauro del 1872

Siamo agli inizi degli anni settanta dell'Ottocento, in quegli stessi anni in cui la città, prendendo spunto dai disastri prodotti dall'alluvione del 10 Dicembre 1869, vuol portare a compimento, con un definitivo piano regolatore, i progetti settoriali di trasformazione dell'assetto e dell'aspetto urbano che erano venuti maturando a partire dalle fine del secolo precedente. E' un lungo processo che affonda le sue radici nelle scelte radicali in materia di beni ecclesiastici della politica Leopoldina che vide soppressioni, demolizioni e profonde ristrutturazioni di numerosi edifici religiosi.

L'abbellimento, la modernizzazione e la bonifica della città vedranno come centro di intervento i lungarni e il tessuto edilizio ad essi connesso.

Si sostiene con fermezza che si dovevano rettificare e rialzare le spallette dell'Arno con la “ conseguente riduzione, restauro ed anco spostamento degli scali”.

Si costituisce quindi una commissione per preparare una “ relazione storica della chiesa di Santa Maria della Spina” al fine di “rilevare lo stato attuale dell'edificio; la entità dei restauri di cui necessita; e di indicare i mezzi di restaurarlo e conservarlo”.

La relazione fu elaborata da Paolo Savi, Alessandro Lanfredini, Rimedio Fezzi e Guglielmo Marzolini.

Nella loro relazione essi considerano la sagrestia un'aggiunta di epoca relativamente recente, ponendo le premesse per la sua successiva demolizione.

L'edificio, come già detto, presentava un cedimento della parete meridionale dovuto soprattutto al cedimento del terreno e delle fondazioni e che aveva provocato crepe e rotture in varie parti della parete stessa e della facciata.

La commissione rivela inoltre che, per il rialzamento del terreno intorno, “ le antiche proporzioni sono alterate, non esiste più l'armonia delle parti con l'insieme, le tre maggiori cuspidi sembrano troppo elevate, la parte della fabbrica inferiore ad esse, troppo schiacciata; inoltre quello scannafosso è una vera indecenza”.

Su questa base si effettuerà quindi una rettifica dell'edificio che nel rimontaggio verrà reso più slanciato e coerente con l'idea che i suoi restauratori avevano dell'architettura gotica.

 

E.Van Lint, 1871 2005

 

La tecnica viene subordinata al progetto politico e si accentua così nella relazione, l'impossibilità di procedere al restauro conservativo, facendo balenare anche ipotesi di crolli se si fosse intervenuti con interventi parziali di ripristino statico.

Il 4 Giugno del 1871 anche il Consiglio Comunale riunitosi in sessione straordinaria, delibera di dare inizio ai lavori. Viene nominato direttore dei lavori l'ingegner Vincenzo Micheli di Firenze.

L'edificio viene interamente (e letteralmente) demolito tanto che la grande resistenza della coesione tra i conci dovette provocare estese rotture ed il rivestimento in pietra dei Monti Pisani fu sostituito i gran parte dal marmo.

L'oratorio fu poi ricostruito di poco spostato verso sud-ovest, su fondamenti rialzati di circa un metro rispetto al livello precedente. Fu demolita la sagrestia e furono inseriti marmi anche in quelle parti che erano precedentemente intonacate. Furono infine alterate profondamente le proporzioni.

L'edificio fu alzato sopra una piattaforma di tre gradini e ne venne aumentata l'altezza delle pareti di circa un metro.

A causa di ciò furono inserite delle aggiunte agli stipiti dei portali

 

E.Van Lint, 1871 2005

 

ed in facciata fu spostato più i basso l'acquasantiera che originariamente era inserita nella formella centrale.

 

E.Van Lint, 1871 2005

 

Molte sculture e parti decorative vennero integrate e sostituite e all'interno, nel suo aspetto di pastiche decisamente barocco, parve evidentemente così improprio al gusto purista dei suoi “restauratori”, da indurli a smontare l'arredo pittorico e disperderlo in altre chiese e nei depositi delle raccolte pubbliche pisane.

I lavori all'oratorio finirono abbastanza velocemente da permettere di completare la rettifica del lungarno ma all'interno della chiesa essi finirono solo nel 1884.

 

Tuttavia i lavori non risolsero definitivamente i problemi di conservazione dell'oratorio che continua a richiedere manutenzione costante soprattutto alle coperture.

Negli anni 1948-1952 il Sanpaolesi introduce per parte delle coperture un nuovo materiale sperimentale, una lega di alluminio leggera.

 

Burresi, 1991. Particolari dei doccioni e dalla copertura in lega di alluminio

 

La Madonna “della rosa” viene collocata su di un nuovo altare e i Santi Pietro e Giovanni Battista su due mensole alle pareti laterali del presbiterio. Non vengono rimontate le nicchie e le strutture cinquecentesche dell'altare, né le formelle del coro del Guardi.

La Madonna del latte viene esposta nel Museo Nazionale voluto dal Sanpaolesi nel 1949 e sostituita da una copia all'interno della chiesa.

Nel 1999 il Comune di Pisa acquista alla fine di un lungo iter burocratico la Chiesa della Spina e restauratene nuovamente i marmi e le decorazioni viene finalmente aperta al pubblico.

 

Burresi, 1991

 

 

Bibliografia

 

•  “Dei restauri da eseguirsi alla chiesa di S.Maria della Spina: rapporto della commissione provinciale per la conservazione dei monumenti” Pisa, 1869

•  “ Della Chiesa di Santa Maria del Pontenovo” L.Tanfani, Nistri, Pisa, 1871

•  “ S.Maria della Spina in Pisa” M.Burresi, Silvana ed., Cinisello Balsamo, 1991

•  “ L'immagine di Pisa nell'opera di Enrico Van Lint pioniere della fotografia” G.Fanelli, edizioni Polistampa, Firenze, 2004

•  “Approdi, scali e navigazione del fiume Arno nei secoli” U.Mugnaini, Felici editore, Pisa 1999

•  “Forma Pisarum” E.Tolaini, Nistri-Lischi editori, Pisa 1967

•  “Pisa” G.Caciagli, Arnera edizioni, Pontedera, 1991

•  “Pisa: città di vele, di torri e di sogno” F.Capecchi, 2000

•  “ I ponti di Pisa” E.Tolaini, edizioni ETS, Pisa, 2005

 

De La Moriniere , traghetto o barca traettizia in funzione tra lo scalo delle Conce e Via S.Maria,

1840 circa

 

 

Note

“I ponti di Pisa” E.Tolaini, edizioni ETS, Pisa, 2005

“Della chiesa di Santa Maria del Pontenovo” L.Tanfani, Nistri, Pisa, 1871

“S.Maria della Spina in Pisa” M.Burresi, Silvana edizioni, Cinisello, 1990

Idem

Idem

Tanfani, vedi 2

Idem

Idem

Idem

“ Pisa: città di vele, di torri e di sogno” F.Capecchi, 2000

“Dei restauri da eseguirsi alla chiesa di S.Maria della Spina: rapporto della commissione provinciale per conservazione dei monumenti” Pisa, 1869

“S.Maria della Spina in Pisa” M.Burresi, Silvana edizioni, Cinisello, 1990

Idem