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Dopo la rovinosa disfatta di Pisa nel 500, molte furono le famiglie pisane che emigrarono in ogni parte d'Italia e all'estero, per non cadere in mani fiorentine.Soprattutto quelle facoltose che avevano mezzi per farlo e conoscenze e possedimenti un pò dappertutto, al contrario dei poveri che rimasero costrtti i schiavitù.Gli Orlandi a Palermo, i Visconti, i Lante ecc...A palermo ancora ricorre ogni anno una commemorazione da parte della nazione pisana nella chiesa intitolata a S. Ranieri ed ai Santi Quaranta Martiri , adesso un pò di storia:
CHIESA DEI Ss. 40 MARTIRI ALLA GUILLA.
Situata nella omonima piazzetta la Chiesa intitolata a S. Ranieri ed ai Santi Quaranta Martiri, fu edificata, con molta probabilità alla fine del 1608, dalla Confraternita della Nazione Pisana a Palermo.Il 29 agosto dello stesso anno, i procuratori della Confraternita stipularono il contratto di acquisizione in regime di "enfiteusi" , locazione perpetua, dai Padri degli Orfani dell'Opera Navarro di una "domus terranea et solerata consistente in sex corporibus cum viridariolo … subtus quam decurrit flumen Dainsindi", per un canone annuo di 18 onze e 15 tari.La costruzione della nuova Chiesa procedette malgrado il contrasto insorto con la vicina Commenda di S. Giovanni alla Guilla che reclamava i suoi diritti sul terreno di "proprietaria et utilis domina", contenzioso composto amichevolmente in un concordato del 1613.Nel 1725, come da trascrizione posta sulla parete a sinistra dell'ingresso, si effettuarono i lavori di rifacimento oggi non chiaramente identificabili.Allo stesso anno si fa risalire l'inizio dei lavori di decorazione pittorica che i rettori del sodalizio pisano affidarono a Guglielmo Borremans.L 'esterno della ChiesaLa facciata, serrata tra due lesene, è sovrastata da un timpano triangolare. Il portale è classico ed è sormontato da uno stemma in cui campeggia la croce di Pisa. In alto si aprono due finestroni rettangolari.A sinistra, un porticato cinquecentesco, testimonianza degli edifici preesistenti (ex corporibus) all'edificazione della Chiesa, collega il lato occidentale della Chiesa con il corpo di fabbrica a due piani in cui oggi sono ospitati gli uffici della Confraternita di Maria SS. dei Sette Dolori.Sotto la grande arcata del portico i Pisani collocarono "il collo di puzo et lu ferru" trasportati dalla precedente loro Chiesa, dedicata sempre ai "Santi Quaranta Martiri”, costruita presso la porta San Giorgio e che erano stati obbligati a cedere nel 1605 per consentire la costruzione della Chiesa di S. Cita come è a noi pervenuta.Dalla precedente Chiesa furono reinseriti in quella nuova della Guilla: "li quadri di pittura, l'immagine del SS. Crocifisso, li campani ed una balata di marmora".Sul piccolo campanile venne sistemata la vecchia campana e davanti al presbiterio, sul pavimento, venne collocata la pietra tombale già usata nella Chiesa della Marina.
Nel 1725 Borremans ricevette l'importante commissione da parte del regio beneficiale Antonio Morabito della decorazione della chiesa dei Santi Quaranta Martiri, realizzata a spese della nobiltà palermitana di origine pisana."Questo ambiente, con la sua lussureggiante decorazione, è uno dei più preziosi esempi di come le chiese palermitane tendono ad assimilare le caratteristiche dei palazzi aristocratici.I personaggi sacri dipinti dal Borremans parlano lo stesso linguaggio dei mitici abitatori dell'Olimpo, forse con un tono addirittura meno aulico e più quotidiano. Inoltre ogni particolare dipinto le finte architetture, i paesaggi, gli elementi fitoformici, le statue a grisailles - contribuisce a creare questo spazio dedicato al culto lo stesso illusorio splendore dei saloni patrizi". (da: LA PITTURA DEL SETTECENTO IN SICILIA di Citti Siracusano - DE LUCA EDITORE)Nella realizzazione degli elementi architettonici il Borremans fu coadiuvato, probabilmente, dall'architetto Palermitano F. Ferrigno. Parziale è il suo intervento nelle pareti, alla realizzazione delle quali parteciparono aiuti: non si esclude la presenza del fratello Luigi.
Al centro della volta, tra due riquadri con angeli, è il grande riquadro con la raffigurazione della "Assunzione della Vergine".Elementi architettonici raccordano la volta alle pareti della navata. Nelle vele e nei riquadri sono dipinti paesaggi e tondi con immagini di Beati, di Sante Vergini Pisane.
Sulle pareti gli affreschi della vita di S. Ranieri e dei Santi Pisani sono scanditi aritmicamente da lesene in cui figurano gli ovali con immagini di edifici simbolo della “Nazione Pisana”, per ricordare la patria lontana.A sinistra dell’ingresso sul primo tratto della parete della navata campeggia il grande riquadro con l’affresco del Martirio di S. Evelino, segue la cappella dedicata a S. Torpè e a S. Evelino con gli affreschi che raffigurano: Mosè che innalza il bastone con il serpente ed il sacrificio di Isacco. Al centro della cappella, sull’altre, è la statua seicentesca della Madonna dei Cancelli, detta S. Maruzza.Al centro del grande cappellone del presbiterio, sull’altare, laddove in origine era stato posto un quadro di Vincenzo da Pavia raffigurante " il martirio dei Soldati Sebasteni della XII Legione Fulminata" (oggi presso la Galleria Regionale Siciliana) vi è un pregevole Crocifisso ligneo di proprietà della Confraternita di Maria SS. dei Sette Dolori, cui la Chiesa è affidata. Ai lati del Crocifisso sono gli Angeli provenienti dalla chiesa dei Ss. Cosma e Damiano. La parete destra del presbiterio porta l’affresco con la Madonna che appare a S. Ranieri.
Lapide ai bagni di Nerone(Terme di Adriano)con il nome di antiche famiglie Pisane.

La nascita dei Gherardesca
ABAZIA DI MONTEVERDI o di S. Pietro a PALAZZUOLO in Maremma nella Valle della Cornia, Comunità Giurisdizione e miglia toscane 1 e 1/2 a scirocco-levante da Monteverdi, Diocesi di Massa, Compartimento di Pisa. Sul selvoso poggio di Palazzuolo esistono le vestigia di questa famosissima Abazia fondata nei suoi possessi, l'anno 754, da S. Walfredo da Pisa, figlio del fu Ratgauso di Pisa, stipite dell'antichissima e sempre prosperosa prosapia dei conti della Gherardesca. Il quale fondatore unitamente al lucchese Gundualdo suo cognato, e ad un monaco corso vi si rinchiuse con quattro figli per professare l'istituto di S. Benedetto, dopo avere esso ed il cognato consegnate le mogli in un monastero fabbricato a tal uopo sul confine della Maremma pisana, presso il fiume Versilia. Quali possessioni e quante giurisdizioni fossero assegnate alla Badia di Palazzuolo dal primo suo abate Walfredo si rileva a meraviglia dal documento di fondazione pubblicato dal Muratori (Ant. M. Aev.) e posteriormente dal Soldani e dal Maccioni, possessioni che noi avrem luogo di rammentare agli articoli dei villaggi e castelli dei quali ivi si fa parola. Gunfredo uno dei figli del fondatore subentrò al governo del monastero alla morte del padre (anno 765); ed è a questo abate cui mi sembra dovere riferire 4 documenti importantissimi, non ancora, ch'io sappia, al figlio di S. Walfredo applicati. Il primo è una lettera del pontefice Adriano I, che è la 55 del codice Carolingio, recata a Carlo Magno dall'abate Gunfredo che ivi si dichiara cittadino pisano (habitator civitatis Pisanae) ad oggetto di ringraziare, in primo luogo, il conquistatore del regno Longobardo per avere liberato dall'ostaggio e restituito nei suoi averi il latore della lettera medesima, e quindi di fargli noto l'ostacolo che incontrava tale Regia disposizione dal lato del Duca Allonne, il quale, dopo aver confiscato i possessi dell'abate Gunfredo, anziché restituirli aveva fatto attentare alla di lui vita mentre ritornava in Toscana. - L'abate Pizzetti non bene si appose, allorchè attribuiva la causa di una tal confisca alla congiura mossa contro Carlo Magno dai fautori di Ratgauso duca del Friuli, e nella quale sospettò implicato il suo nipote Gunfredo pisano, mentre il Ratgauso padre di S. Walfredo era già mancato ai viventi nel 754. - Il secondo documento precede di quattro anni la conquista del Regno Longobardo. È una permuta di beni rogata in S. Vito sul fiume Cornia, nel 24 maggio dell'anno 770, fra l'abate Gunfredo per conto del suo monastero di Monteverdi, ed il prete amministratore della chiesa di S. Regolo in Val di Cornia. Il terzo istrumento dato in Pisa all'anno 780 riguarda una donazione fatta da un Longobardo di Villamagna presso Volterra nelle mani dell'abate Gunfredo a favore del suo monastero di Monteverdi; mentre il quarto riferisce ad un testamento rogato in Lucca il 24 maggio del 789 dove si nomina per esecutore testamentario, il venerabile Gunfredo abate del monastero di S. Pietro di Monteverdi. (Memorie per servire alla Storia del Ducato di Lucca, Tomo IV).
Nel 1040 Azzone abate di Monteverdi allivellò a Giovanni vescovo di Lucca casa e poderi con la terza parte del poggio e castello di Campetroso, e dell'annessa chiesa di S. Andrea (Memorie Lucchesi Tomo V) - (ERRATA: Nel 1063) Nel 1052 il conte Ugo del conte Rodolfo della Gherardesca cedé alla Badia di Monteverdi il castello con la corte di Gualdo, ed il padronato della Pieve. Il qual dominio fu poi dagl'imperatori e dai pontefici confermato a quei monaci insieme con i castelli di Monteverdi, di Canneto, di Campetroso, di Castagneto, ec. Nel 1230 l'abate di Monteverdi si diede in raccomandigia al Comune di Massa, conservando la giurisdizione civile nei luoghi già indicati, con l'onere di un annuo tributo, e di 200 masnade in casi di guerre. - La quale raccomandigia approvata da Gregorio IX fu poi confermata dal pontefice Innocenzo IV con breve del 17 luglio 1253, dopo che quei monaci, venuti da qualche tempo in discordia per cagione di promiscuità e vicinanza di possessi con i Pannocchieschi Signori della Sassetta, furono da questi assaliti a mano armata nel 1252, ucciso l'abate, espulsi i conventuali, spogliato e ridotto a spelonca chiesa e monastero. Tanti insulti e rovine obbligarono i dispersi cenobiti a transigere nel 1282 con il Comune di Volterra, il quale fornì loro una somma di denaro per costruire dentro il castello di Monteverdi un più sicuro asilo.
I territori appartenenti alla Tenuta di C ecina, furono conquistati dal Gastaldo Ratchausi, che combatteva per Pisa contro i corsari, e vennero compresi sotto il “Dominium eminensis” del Re longobardo Liutprando.
Il figlio di Ratchausi, Walfredo da Pisa , fondò l'Abbazia di Palizzolo ed ottenne da Astolfo, succeduto a Liutprando, l'investitura, mediante solenne istrometro, rogato con l'intervento del Notarius Domini Imperatori, nel luglio del 754.
Da Walfredo da Pisa derivano i rami della stirpe dei Conti della Gherardesca, rimasti signori di questi territori anche sotto il potente comune di Pisa : vi rimasero addirittura quando questo e il suo contado, nel 1405, furono assoggettati al dominio del Comune di Firenze.
Enzo Lupetti.
Nasce a Calci il 22 agosto 1922 e muore a Pisa il 20 Febbraio 2005, viene sepolto nel piccolo cimitero di Tre Colli a Calci.é un personaggio di spicco nella vita pilitica ed economica della città di Pisa, per oltre trentanni, imponendosi per la vivacità del pensiero e per la chiarezza dialettica.La sua fede politica è sempre orientata verso le idee del socialismo e nel PSI assume posizioni nette dapprima verso il leader Pietro Nenni e poi nella corrente autonomista che fà capo a Bettino Craxi.Laureato in lettere intraprende per qualche anno, l'insegnamento finchè la politica e gli incarichi ad essa connessi non lo assorbiranno interamente.Consiglere comunale a Calci, è amministratore degli istituti di ricovero e poi, eletto nelle liste socialiste in consiglio provinciale, assessore ai lavori pubblici.é nominato presidente dell'ospedale Santa Chiara e successivamente delle Asl.La sua ultima tappa di uomo politico avviene con l'elezione in consiglio comunale in varie legislature, con la giunta Ripoli, assolve al compito di assessore ai lavori pubblici.Ha tante passioni, tra cui quella della storia di Pisa e della Toscana e raramente non è presente a conferenze nelle quali la storia è al centro del dibattito ed i suoi interventi sono puntuali e attesi per un vis polemica mai disgiunta da un sottile humour.Anche se pure le sue tesi non sono sempre condivisibili, le argomentazioni sanno affascinare l'auditorio.Gli è stata conferita la medaglia d'oro per meriti alla sanità.