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Asila il condottiero.Valoroso capitano commendato da Virgilio, duce de' mille scelti guerrieri mandati da Pisa a favore d'Enea contro i Rutoli
Conte Bonifazio. Fu ammiraglio dell'armata pisana nell'823 ai tempi di Lodovico Pio, figlio di Carlo Magno. Egli ottenne di liberar la Sicilia dall'invasione dei Barbari, col portare la guerra nel cuore dei loro paesi in Affrica.
Carlo Orlandi. Intrepido capitano dei Pisani sul cominciare del secolo XI, allorché portaronsi ad investire verso il Tevere la flotta combinata dei Mori d'Affrica e di Spagna.
Pandolfo Capronesi. Altro prode capitano, che si distinse nella bassa Italia contro i Barbari nel glorioso fatto del 1006.
Bartolommeo Carletti. Fu ammiraglio in una delle grandi spedizioni in Sardegna, intraprese dai Pisani per la sicurezza d'Italia.
Lamberto Orlandi. Si distinse nella presa di Cartagine del 1030, qual conduttore di cento navigli ad esso affidati dalla patria.
Sergio Matti. Espugnatore di Lipari e di Bona.
Jacopo Ciurini.Uomo valorosissimo, grand'ammiraglio delle armate pisane nel 1051. Sottomessa la Corsica, riconquistata la Sardegna, meritarono i valorosi combattenti l'onore del trionfo nel loro ritorno in patria (loc. cit., pag. 20 e seg.).
Giovanni Orlandi. Duce espertissimo de' Pisani nel 1063, allorché, penetrati nel porto di Palermo, ne riportarono quelle ricchissime spoglie, col valore delle quali dettero principio al loro magnifico Duomo.
Ugone Visconti. Prode capitano per la parte de' suoi concittadini nel segnalato combattimento avvenuto nel 1089, in unione coi Genovesi, contro gl'infedeli di Tunis e di Hammanat in Affrica.
Enrico Console. Uomo famoso in guerra non meno che in pace per consiglio e per eloquenza, paragonato ai primi eroi dell'antichità, secondoché rilevasi da una iscrizione de' bassi tempi affissa nel giro esterno del Duomo sul canto destro dalla parte del Campo–santo.
Ildebrando Matti. Fu condottiero dei centoventi legni che la repubblica pisana inviò in Palestina nei tempi della prima Crociata, condottiero subordinato all'arcivescovo Daiberto.
Pietro di Albizzone. Comandante secondario delle truppe pisane nella gloriosa conquista delle Baleari, essendo condottiere primario di quell'impresa l'arcivescovo Pietro Moriconi.
Bonaccorso da Palude. Fu ammiraglio della flotta pisana che nel 1241, tra l'isole del Giglio e Montecristo, non lungi dalla Meloria, si oppose contro i Genovesi al tragitto di quei prelati che, convocati ad un Concilio in Roma, deporre dovevano l'imperatore Federigo II.
Gherardo de' Gherardeschi. Generale delle forze terrestri pisane che coadiuvarono l'imperatore Corradino all'impresa di Napoli nel 1268 contro Carlo d'Angiò e che, pel disgraziato evento della medesima e per la crudeltà del vincitore, fu decapitato insieme col suo signore sul lido napoletano.
Giovanni Visconti. Giudice di Gallura in Sardegna. Fu il primo cittadino che rivolse le armi contro la patria.
Ugolino de' Gherardeschi conte di Donoratico. Generale de' Pisani nella fatale battaglia della Meloria avvenuta nel 1284, poi capitano del popolo con esteso potere, di cui abusò enormemente. La smodata ambizione di quest'uomo, a tutti noto pel suo fine lacrimevole e pei versi del grande Allighieri, fu causa della decadenza della pisana repubblica. Morì con due figli e due nipoti nella torre de' Gualandi, detta poi della Fame, nel 1288.
Ugolino Visconti. Figlio del sopraindicato Giovanni, nipote dell'arcivescovo Federigo, nominato nella prima classe, e nipote ancora, per parte di donna, del testè ricordato conte Ugolino. Per l'esteso e potente partito ch'egli aveva in patria, fu giuoco forza a quest'ultimo di associarlo al supremo governo della repubblica, ma breve fu la loro concordia. Quindi i partigiani dell'uno e dell'altro si divisero in fazioni, s'indebolirono e dettero agio al partito ghibellino di riprender vigore. Finì di vivere nel 1295 .
Ruggieri degli Ubaldini o de' conti di Panìco. Arcivescovo di Pisa e capo dei Ghibellini. Colla più fina politica colse l'opportunità di rivendicare l'onore tradito della patria contro l'usurpatore Ugolino. Morì in Viterbo nel 1295.
Bonifazio della Gherardesca. Detto il vecchio, figlio di Gherardo superiormente nominato. Eletto capitano generale della Sardegna nel 1284, fu fatto prigioniero dai Genovesi mentre vi si recava e quindi riscattato poco avanti la fatale giornata della Meloria. Morì nel 1313, lasciando molti fondi alla pia Casa di Misericordia di Pisa.
Gherardo della Gherardesca. Pei servigii da esso resi alla patria e per la memoria di un padre benefico, qual era il sopraindicato Bonifazio, venne opportunamente investito della signoria della città. Le sue operazioni in quel grado onorifico furono totalmente proficue alla medesima, che tutti i cittadini n'ebbero a compiangere amaramente la perdita avvenuta nel 1320.
Ranieri della Gherardesca. Fratello di Bonifazio il vecchio e zio paterno del menzionato Gherardo. Sostituito a quest'ultimo nel governo della repubblica, si rese a tutti increscevole col variare dello stato delle cose e coll'esercitare un potere troppo ingiustamente arbitrario. Morì nel 1325 .
Manfredi della Gherardesca. Figlio del conte Ranieri testè ricordato. Giovine di alti sensi e di mirabile intrepidezza. Morì nello stesso anno del padre, valorosamente combattendo in Sardegna, ove erasi portato con poderoso armamento onde far fronte ad una spedizione fattavi da Jacopo II re di Aragona.
Bonifazio novello della Gherardesca. Era figlio di Gherardo. Fu detto novello, per distinguerlo d Bonifazio il vecchio, avo di lui. Le nobili qualità dell'ingegno e il suo virtuoso carattere gli fecero strada alla signoria della città ed immensi furono i vantaggi da questa risentiti sotto il suo benefico governo. Quest'uomo grande e paragonabile al certo coi più singolari e magnifici dell'Italia, morì nel 1341 nell'ancor frasca età di anni 43.
Ranieri novello della Gherardesca. Pei meriti del padre Bonifazio, fu acclamato signore di Pisa, sotto la tutela del conte Tinuccio della Rocca. Si distinse anch'esso con opere munificenti, ma il suo governo fu di breve durata, perché risvegliatasi l'atrocità dei partiti rimase vittima di una congiura e morì di veleno nel 1347.
Andrea Gambacorti. Fu dichiarato capitano e difensore del popolo pisano nel 1347, allorché suscitatesi le fazioni de' Bergolini e de' Raspanti prevalse la prima, di cui era egli il capo.
Giovanni dell'Agnello. Era della fazione de' Raspanti. Favoreggiato dall'Aguto, capitano francese al soldo de' Pisani, si fece proditoriamente dichiarar doge della repubblica e quindi signore assoluto. Si conservò nell'usurpato dominio per soli quattro anni.
Pietro Gambacorti. Figlio del ricordato Andrea, grand'uomo di stato e buon capitano, padre di chiarissimi figli in religione, utilissimo a tutti, infelice poi a segno, da trovare nella persona da lui più beneficata il proprio carnefice. Morì trafitto a tradimento nel 1392, dopo avere esercitata umanamente in patria per oltre venti anni la suprema autorità (loc. cit., pag. 89 e seg.).
Jacopo d'Appiano. Nativo fiorentino, ma educato e nutrito nella casa de' Gambacorti e per essi sollevato all'onore di cancelliere perpetuo della repubblica. Retribuì i benefizii colla più crudele perfidia, facendo uccidere l'infelice Pietro e i di lui figli Benedetto e Lorenzo. Venuto a morte nel 1398, poté godere per sei anni il frutto del suo tradimento, nell'usurpata qualità di capitano e difensore del popolo pisano (loc. cit., pag. 90 e seg.).
Gherardo d'Appiano. Figlio del traditore Jacopo ed a lui succeduto nella signoria di Pisa, la quale poco dopo vende' vergognosamente al duca di Milano.
Giovanni Gambacorti. Nipote di Pietro per parte di fratello. Ritornato in patria, fu eletto capitano del popolo, allorché i Pisani si decisero a redimere la propria libertà contro ai Fiorentini, dopo la cessione ad essi fatta da Gabriele Maria, figlio naturale del duca Gian Galeazzo di Milano. Il Gambacorti però, tirando al proprio vantaggio, convenne segretamente coi Fiorentini e aprì loro le porte nella notte dell'8 al 9 ottobre del 1406.
Baldovino di PisaNobile pisano, attratto dalla fama di san Bernardo divenne suo discepolo a Clairvaux, o Chiaravalle. Si distinse per le sue qualità e la santità di vita, così Bernardo nel 1130 lo portò con sé a Clermont, dove Innocenzo II, profugo per lo scisma di Anacleto II, teneva un concilio. Il pontefice ebbe modo di conoscerne e apprezzarne le doti e lo fece cardinale, il primo proveniente dall’Ordine cistercense. Otto anni dopo Innocenzo II lo destinò a succedere al cardinale Uberto Lanfranchi, arcivescovo di Pisa, conferendogli il pallio e nominandolo contemporaneamente suo legato per la Sardegna. Recatosi in visita nell’isola, Baldovino scomunicò il giudice di Arborea. In una lettera scritta poco dopo la morte dell’arcivescovo pisano san Bernardo affermava che il provvedimento preso da questi doveva ritenersi giusto data la rettitudine di Baldovino che egli diceva «di santa memoria». Giudizio condiviso dai Pisani, che fin da allora lo venerarono come beato, con festa il 6 ottobre. In un grande quadro nella Primaziale di Pisa Baldovino è raffigurato nell’atto di rifiutare, appena approdato in Sardegna, l’omaggio del giudice di Arborea.
Beati Agnello e Alberto da Pisa (Beato Agnello)13 marzo Pisa, 1194 circa - Oxford, 1235/1236
Fu compagno di san Francesco d’Assisi dal 1212; da lui fu inviato nel 1217 in Francia come provinciale e poi nel 1224 in Inghilterra nelle città di Oxford e Cambridge(Due delle più rinomate università con antichissime radici) assieme ad Alberto per istituirvi la nuova provincia francescana.
Assisté al capitolo generale di Assisi nel 1230.
Culto confermato da Papa Leone XII. Festa il 13 marzo.
HUGUTIO PISANUS. leggi un piccolo estratto delle" Derivationes" riferibili forse all'ultimo decennio o comunque all'ultimo terzo del XII secolo, una sorta di "vocabolario" latino medievale, interessante sotto vari punti di vista, godettero di una ampissima fortuna (circa duecento sono i codici pervenuti sino a noi) ed ormai da tempo sono oggetto di forte interesse per gli studiosi non solo di filologia mediolatina, ma anche romanza e italiana, citate, tra gli altri, da Dante, Petrarca, Boccaccio, Salutati. L'autore vi dimostra un'assai vasta conoscenza della tradizione glossografica e grammaticale tardoantica e medievale, nonché del patrimonio enciclopedico consegnato ai posteri da Isidoro di Siviglia; tra le sue principali fonti dirette devono essere ricordati, oltre a Isidoro, Papia e soprattutto Osberno di Gloucester. La difficile consultabilità dell'opera, strutturata prevalentemente in capitoli più o meno vasti in cui il materiale lessicale si dispone secondo derivazione e composizione rispetto a una voce considerata originaria.
Gaudenzio. Vescovo in patria nei primi anni del secolo III. Fu per due volte alla cristiana adunanza in Roma, prima nel 313, poi nel 324.
S. Guido pisano. Era dell'antichissima famiglia de' Gherardeschi, figlio del conte Napoleone. Morì nel 1115. Le di lui ossa dalla pieve di Castagneto vennero traslate nel 1458 nella cattedrale di Pisa col più splendido apparato.
Pietro Moriconi. Abate in prima nel patrio monastero di s. Michele in Borgo dell'Ordine camaldolese, successe dappoi a Daiberto nell'archiepiscopato pisano. Qual duce e condottiero de' suoi concittadini si portò, nel 1114, alla conquista delle isole Baleari con felicissimo resultato (Sunto storico, pag. 29 e sgg.). Questo campione benemerito della religione, quest'eroe cittadino morì nel settembre del 1119.
Il beato Balduino. Monaco cisterciense, discepolo di s. Bernardo, cardinale creato da Innocenzo II nel concilio di Clermont nell'anno 1130, poi arcivescovo in patria dal 1137 al 1145, anno della sua morte. Dal pontefice Eugenio III fu mandato in Sardegna per riformarvi i corrotti costumi e ridurre quei popoli alla vera disciplina.
Guido de' Conti di Caprona. Uomo di somma e sperimentata abilità, cancelliere della Chiesa romana, legato e cardinale dei ss. Cosimo e Damiano creato da Innocenzo II nel 1130, fu il fondatore della chiesa in onore di s. Torpè in Pisa. Morì tra il 1150 e il 1153.
Villano Gaetani. Cardinale del titolo di s. Stefano sul monte Celio, creato da Lucio II nel 1144 ed indi promosso all'arcivescovado di Pisa nel 1146. Peritissimo in diritto, fu deputato non solo da alcuni pontefici alla decisione di liti ecclesiastiche, ma ben anche alle più importanti legazioni. Morì nel 1175.
Arrigo Moricotti. Legato e cardinale dei ss. Nereo ed Achilleo, creato da Eugenio III nel 1150, segnalò sommamente il suo merito nella Germania e nella Francia qual pacificatore dei gravi contrasti fra il sacerdozio e l'impero. Passò all'altra vita tra il 1174 e il 1179.
Pandolfo Masca. Eletto cardinale nel 1182 del titolo dei ss. dodici Apostoli, scrisse le vite dei papi da Gregorio VII fino ad Alessandro III. Cessò di vivere in età di cent'anni nel 1201.
Graziano Paganelli. Nipote di Eugenio III, vicecancelliere della chiesa romana, fu sollevato alla dignità di cardinale diacono del titolo dei ss. Cosimo e Damiano nel 1178. Morì nel 1204.
S. Ubaldesca. Era della famiglia Taccini di Calcinaja, luogo poco distante da Pisa. Indossò l'abito monastico nell'ospedale dell'Ordine gerosolimitano. Morì nel 1206.
S. Bona. Era dell'ordine dei canonici regolari di s. Agostino. Morì nel 1208 e le ossa di lei si venerano nella chiesa di s. Martino è patrona delle hostess di volo.
B. Domenico Vernagalli. Fondatore dello Spedale dei Trovatelli. Morì nel 1219 e fu sepolto nella chiesa di s. Michele in Borgo.
Alberto da Pisa. Uno dei compagni di s. Francesco e generale del suo ordine: scrisse Gesta fratrum in Anglia et Saxonia. Morì nel 1239.Fondò insieme al Beato Agnello l'ordine francescano d' Inghilterra ad Oxford e Cambridge.
Ugo da Fagiano. Fu prima canonico nella chiesa primaziale di Pisa, poi avvocato nella Curia e Roma, quindi decano della metropolitana di Roano in Francia, e poscia arcivescovo di Nicosìa in Cipro. Ritornato in patria, fece edificare nella valle di Calci il monastero detto di Nicosìa, ove terminò santamente la sua carriera nell'anno 1268.
Federigo Visconti. Promosso alla cattedra arcivescovile in tempi torbidi e difficili, cioè nel 1254, epoca in cui Pisa era da 13 anni nelle censure ecclesiastiche, impiegò tutto il suo credito e singolare ingegno per ritornare i proprî concittadini in grazia della santa Sede e rimmetterli alla comunione dei Fedeli. Morì colmo di meriti nell'anno 1277.
Il B. Giordano da Rivalto. Celebre per la santità di costumi, per eminenza di sapere e per eloquenza ed eleganza di dire, nacque intorno al 1260 in Rivalto, luogo non molto discosto da Pisa. Vestì l'abito domenicano nel convento di s. Caterina di questa città ed esercitò degnamente l'augusto e santo ministero della predicazione. Fu il fondatore della compagnia della Croce, la prima istituita fra secolari in Pisa. Morì a Piacenza nel 1311, mentre andava a Parigi, chiamatovi ad insegnare la teologia.
Domenico Cavalca. Dottissimo scrittore del secolo XIV, della religione domenicana. Le molte opere di lui, dettate in purissima lingua, meritarono d'essere dagli Accademici della Crusca annoverate fra i migliori testi italiani. Dicesi morto in patria nel 1341.
Bartolommeo da s. Concordio.Domenicano, teologo profondo ed eccellentissimo in ogni altra, scienza, per cui fu giustamente riputato uno de' più dotti uomini che vivessero alla metà del secolo XIV. Era dell'antica famiglia de' Granchi, oriunda del subborgo di s. Concordio, poco distante dalla città. Fra le diverse sue opere noteremo il celebre Volgarizzamento degli Ammaestramenti degli Antichi, uno de' più pregevoli scritti della nostra lingua. Quest'uomo insigne mancò ai viventi nell'anno 1347.
Ranieri da Rivalto di Pisa. Domenicano, teologo e letterato insigne, nipote del B. Giordano, di cui abbiamo qui sopra favellato. Scrisse un'opera utilissima col titolo Summa et nucleus Theologiae. Passò all'altra vita, attaccato dalla peste, nel 1348.
Bartolommeo d'Albiso da Vico. Frate minorita, autore di varie opere in latino e fra queste del Liber conformitatum etc., in cui s. Francesco è paragonato a Gesù Cristo. Morì nel 1351.
B. Pietro Gambacorti. Fondatore della congregazione degli Eremiti di s. Girolamo in Montebello presso Urbino, figlio del famoso Pietro signore di Pisa e fratello della beata Chiara qui sotto indicata.
Domenico da Peccioli. Frate dell'ordine dei Predicatori. E' a lui dovuta la pregevolissima Cronaca di s. Caterina di Pisa, ove sono registrate le virtuose azioni dei suoi confratelli. Morì nel 1408.
Niccolò da Pisa. Domenicano, teologo ed oratore. Fiorì sul principio del secolo XV. Tra varii scritti teologici lasciò alcuni commenti sulla s. Bibbia, che in cinque codici mmss. in membrana conservansi in Firenze nella Biblioteca di s. Marco.
B. Chiara Gambacorti. Di questa illustre eroina della Chiesa, nata nel 1362, morta nel 1419, diremo che era figlia del grande Pietro. ultimo Pisano al potere di Pisa.Rimane in sua memoria, una piazza intitolata a suo nome, sita vicino Corso Italia conosciuta anche come piazza "la pera" per il marmo a forma di pera che da tempo immemore è all'inbocco di un vicolo che dà nella piazza e la bella chiesetta trecentesca all'imbocco di Corsitalia..
Niccolò V. Pontefice d'ingegno acutissimo e profondo, di portentosa memoria ed uno dei primi luminari dell'umano e del divino sapere. Nacque in Pisa nel 1389 di Bartolommeo Parentuccelli e fu detto Tommaso. Per esso fu ridonata all'Italia la pace che sospirava già da tanti anni, ed alla chiesa il trionfo di uno scisma ostinato e protervo. Morì nel 1455.
Pietro Balbi. Fu primieramente vescovo di Nicotera, poi di Tropèa in Sicilia. Trasportò egregiamente dal greco in latino molte opere ecclesiastiche e segnatamente i Sermoni e le Omelie recitate al popolo d'Antiochia, di s. Giov. Grisostomo. Morì nell'anno 1479.
Angiolo Franceschi. Vescovo di Arezzo, poi arcivescovo in patria. A questo benemerito pastore dee Pisa la gloria di aver sollevato dall'oblivione molti uomini celebri che la illustrarono, facendone raccogliere e pubblicare le memorie (Pisa, 1790 vol. 4 in 4). Morì universalmente compianto dai suoi concittadini nel 1806.
Pietro Diacono. Nacque sul terminare del settimo secolo, o sul cominciare dell'ottavo. Dopo aver professato pubblicamente le belle lettere in Pavia, passò a Parigi qual precettore di Carlo Magno e qual presidente delle Scuole palatine.
Adriano Ceuli. Teologo e canonista, fioriva nel secolo XI. Egli fu autore delle opere intitolate De Monarchiis Angelorum et gloria Paradisi, De optimo Principe et Tyranno.
Bernardo da Pisa. Monaco cisterciense. Nel secolo XII tenne in Parigi pubblica scuola di teologia. Vien detto uomo di grande letteratura e degno di sommi onori.
Lorenzo Varnense. Scrisse un poema in versi latini sopra la spedizione fatta al suo tempo dai Pisani (nel 1114 e 1115) nelle isole Baleari, che conquistarono sopra i Saraceni.
Ugone Eteriano e Leone suo fratello. Fiorirono nel secolo XII e lungi dalla patria nella capitale del greco impero. Ugone, di vasta erudizione e profonda scienza, si meritò il nome di Eteriano, ossia celeste e fu riputato il più abile e più adattato a contribuire all'unione delle due chiese Greca e Latina. Leone, fratello di lui, già interprete dell'imperatore Manuello, gli servì d'ajuto in tutti i suoi lavori.
Lucio Drusi. Uno de' più antichi rimatori nell'idioma toscano e il primo che congiunse il dialetto siciliano al nostro. Fiorì sul cadere del secolo XII e sul cominciare del seguente.
Uguccione. Egregio canonista. Fu professore in Bologna, poi Vescovo di Ferrara. Morì nel 1210.
Bandino Familiati. Giureconsulto, giudice ed uno dei primi glossatori delle Pandette. Morì in bologna nel 1218.
Giovanni Fagiuoli. Legista, Fu autore di una Somma, ossia Spiegazione sopra il Libro de' Feudi. Morì nel 1286.
Tommaso di Tripalle. Procuratore della repubblica pisana, giudice e celebre commentatore degli antichi statuti pisani. Viveva nel 1296.
Giudo da Corvaja. Scrisse latinamente l'istoria pisana. Restano di lui alcuni frammenti, uno de' quali dall'anno 1271 al 1290.
Giudo del Carmine. Scriveva sul principio del secolo XIV. Gli si attribuiscono varie opere, fra le quali Le Concordanze dell'istorie antiche.
Alessandro della Spina. Frate dell'Ordine domenicano. Devesi al medesimo la scoperta incomparabile degli occhiali. Morì l'anno 1312.
Andrea di Ciaffo da Pisa. Famoso giureconsulto, che fiorì tra il principio e la metà del secolo XIV. Si tiene autore dei Commentarii o Note alle Instituzioni civili ec.
Francesco Tigrini. Altro giurisperito.Insegnò nell'Università di Perugia, ove ebbe fra i suoi scolari Baldo seniore. Morì verso il 1360.
Michele da Vico. Canonico pisano. Coll'unione di alcune cronache antiche formò nel 1370 un corso d'istoria patria di circa quattro secoli, che intitolò Breviarium historiae pisanae.
Pietro d'Albiso da Vico. Giureconsulto. Tale fu la stima che di lui si aveva da' suoi concittadini, che nell'anno 1364 fu nominato Signore della repubblica, al che egli generosamente rinunziò.
Pietro del Lante. Fu prima professore di Giurisprudenza nel patrio Liceo, poi governatore o vicario per la patria stessa in Lucca, mentre soggetta era quella città al dominio della pisana repubblica. Passò quindi avvocato concistoriale nella Curia romana ed avvocato eziandio dell'Impero. Colà ottenne la carica di Senatore di Roma e quella non meno insigne di Maresciallo pontificio. Morì in Roma nel 1403.
Francesco da Buti. Letterato distinto. Uno dei più celebri illustratori della Divina Commedia. Morì nel 1406.
Buono Accorso. Peritissimo nel greco e nel latino, professore di belle lettere in Milano e promotore delle migliori e più esatte edizioni in Lombardia nel secolo XV.
Mattia Palmieri. Scrisse in elegante latino l'istoria De bello italico e fece le traduzioni dal greco in latino de' nove libri d'Erodoto. Morì nel 1483.
Bartolommeo della Spina. Scrittore di molte opere teologiche, di una cronaca pisana ec. Finì di vivere in Roma nel 1546.
Bartolommeo da Pisa. Professore di medicina in Siena, poi nel Liceo romano e quindi archiatro del pontefice Leone X.
Pietro Calefati. Professore di leggi nella patria Accademia. Compose varie opere in latino risguardanti la giurisprudenza.
Odoardo Gualandi. Vescovo di Cesena. Pubblicò Sexdecim libri de civili facultate e Tractatus de Philosophia.
Girolamo Papponi. Auditore in prima della Ruota senese e dopo professore di leggi nella patria Università. Pubblicò varie opere tuttora apprezzate dai legali. Morì nel 1605.
Raffaello Roncioni. Canonico arciprete della Primaziale pisana. Unì ai sacri studii singolar perizia nell'antiquaria. Egli raccolse molte memorie e compose un corso di Storia pisana, stata di recente pubblicata per cura del prof. Francesco Bonaini. Mancò verso il 1618.
Giuliano Viviani. Fu professore di gius civile in patria, poi vescovo dell'Isola di Calabria e quindi arcivescovo di Cosenza. E' notissimo per l'egregia sua opera Praxis Jurispatronatus, la quale merita tuttora l'applauso dell'età nostra. Passò all'altra vita nel 1641.
Tolomeo Nozzolini. Professore di filosofia nel patrio Ateneo. Noto abbastanza per le caldissime controversie avute col gran Galileo in materia di geometria, e molto più per cinque differenti poemi, più o meno adorni di pregi. Cessò di vivere nel 1643.
Bonavita Capezzali. Spiritoso ed elegante poeta della prima metà del secolo XVII. Fu autore di un Ditirambo, da cui il Redi tolse non solo la principale idea del suo Bacco in Toscana, ma non sdegnò di spargervi ancora quasi tutti i pensieri e le più nobili frasi in questo contenute. Varie altre sono le produzioni del Capezzali, il quale morì nell'ancor fresca età di anni 41.
Paolo Tronci. Canonico e vicario generale e professore di leggi nel patrio Liceo. Scrisse varie opere, fra le quali la Storia universale sacra e profana, da cui mano inesperta o negligente estrasse le Memorie istoriche della città di Pisa, che furono stampate sotto il nome del medesimo Tronci.Leggere "Pisastoria pag. 25 "
Scipione Aquilani. Lettore di filosofia nella pisana Università. Pubblicò in Roma un'opera intitolata De placitis Philosophorum etc.
Giovanni Pagni. Insigne antiquario e professore di filosofia e medicina nel patrio Ateneo. Autore di un pregevole, tuttora inedito Comento sopra i famosi Cenotafi pisani. Morì di anni 42 nel 1676.
Bartolommeo Chesi. Giureconsulto di nome illustre. Fra le opere sue migliori ricorderemo quella delle Interpretazioni giuridiche e l'altra col titolo De differentiis juris. Morì nel 1680.
Ottavio d'Abramo. Canonico della Primaziale pisana. Intorno al 1700 scrisse un'opera voluminosa in tre tomi, intitolata Pisanae Primatialis dignitatum ac praebendarum omnium descriptio.
– Cammillo Borghi. Illustratore dell'antico giuoco nazionale del Ponte. La sua produzione porta il titolo di Oplomachia pisana.
Brandaligio Venerosi. Poeta e letterato distinto. Lasciò alcuni lirici componimenti intitolati Imprese militari. Morì nel 1729.
Maria Selvaggia Borghini. Chiarissima letterata e poetessa, principalmente conosciuta per la Versione ed illustrazione delle opere di Tertulliano. Morì nel 1731.
Giuseppe Martini. Canonico della chiesa Primaziale, giureconsulto e letterato illustre. Compose un'opera col titolo Theatrum Basilicae Pisanae. Morì nel 1732.
Francesco Catelani. Poeta di merito non volgare. Lasciò alcuni eleganti poemetti e le traduzioni delle odi di Anacreonte e del poema di Museo intitolato Ero e Leandro. La morte di lui occorse nell'anno 1760.
Flaminio dal Borgo. Giureconsulto e professore nell'Università della patria. Nel 1761 pubblicò le Dissertazioni sull'Istoria pisana, contenenti l'origine della decadenza della repubblica ec..
– Giuseppe Taddei. Professore di filosofia in Pisa, noto per le sue ingegnose Dissertazioni Neutoniane.
Ranieri Bonaventura Martini. Professore d'algebra. Fra le sue scientifiche produzioni si distinguono le seguenti: Il Calcolo differenziale, Le Istituzioni geometriche ec. Morì in verde età nel 1774.
Gius. Bottoni. Valente traduttore delle Notti di Young.
Gius. Vernaccini. Chiarissimo giureconsulto. Le sue decisioni forensi, comecché riputatissime, sono state rese di pubblica ragione.
Luigi Batacchi. Autore di varie novelle e di due poemi intitolati La rete di Vulcano e il Zibaldone. Questo faceto poeta sarebbesi grandemente reso benemerito della repubblica letteraria e della società, se con quella facilità con cui ha trattato soggetti pregiudicevoli ai buoni costumi, si fosse occupato in argomenti morali.
Francesco Vaccà Berlinghieri. Medico illustre, padre del celeberrimo clinico, che qui sotto ricorderemo.
– Tommaso Simonelli, Giuseppe Poschi, Ranieri Schippisi, Gaet. Sodi. Avvocati di sommo grido alla Curia fiorentina; e i primi due, autori di alcuni elogii di uomini illustri pisani
Ranieri Tempesti. Letterato di molta erudizione nelle cose risguardanti la patria e di essa sommamente benemerito pel suo Discorso accademico sull'istoria letteraria pisana, pei varî elogii di più uomini illustri di Pisa, per le sue Antiperistasi pisane ec. Morì a Crespina nel 1819.
Alessandro da Morrona. Autore della Pisa illustrata nelle arti del disegno e di un Compendio intitolato Pisa antica e moderna, opere per le quali sarà sempre cara la di lui memoria ai suoi concittadini. Morì ottuagenario nel 1824.
Andrea Vaccà Berlinghieri. Professore di clinica chirurgica nella patria Università, uomo di fama europea. Morì generalmente compianto nel 1826. Di lui abbiamo estesamente parlato a pag. 181.
Francesco Masi. Dottore espertissimo in medicina. Autore del bel discorso accademico Della navigazione e commercio della repubblica pisana. Morì nel 1828.
Ranieri Comandoli. Medico di grande esperienza, traduttore dal latino dell'opera del Frank De curandis hominum morbis, con note risguardanti la nuova dottrina medica italiana, e autore di molti articoli della propria scienza inseriti in varî giornali d'Italia.
Giov. Domenico Anguillesi. Dottissimo letterato, vivace ed elegante poeta. Fu accademico della Crusca. Delle sue produzioni in verso e in prosa abbiamo più d'una edizione. Terminò i suoi giorni nel 1833.
Giov. Battista Fanucci. Storico ed erudito distinto. Autore della Storia dei tre celebri popoli marittimi d'Italia, Veneziani, Genovesi e Pisani e d'altri dotti scritti, uno de' quali inedito di somma importanza, che ha per titolo Giurisprudenza marittima universale e particolare, diviso in tre libri e che a vantaggio della società meriterebbe di venire alla luce delle stampe. Cessò di vivere nel 1834.
Luigi Frassi. Vero e disinteressato benefattore dell'umanità, per aver non solo contribuito a migliorare l'insegnamento nelle scuole dirette col metodo Lancasteriano ed all'attivazione della Cassa di risparmio, tanto utile alla classe industriosa, come per essere stato il promotore degli Asili di carità per fanciulli d'ambo i sessi, uno de' quali, cioè quello delle femmine, ebbe i primordii nella casa propria del medesimo. Se non si hanno suoi scritti a stampa, trattò per altro in più solenni occasioni argomenti d'educazione e d'istruzione, rivolgendo gli estesi suoi lumi al vantaggio comune, dimodoché l'operosa sua vita fu segnalata da tratti di beneficenza fino alla morte, che accadde nel 1838, contando anni 62.
– Ippolito Rosellini. Professore di storia e di lingue orientali nel patrio Ateneo. Fu autore della grand'opera Monumenti sull'Egitto e sulla Nubbia, avendo viaggiato in oriente in compagnia del celebre archeologo Champollion, il quale mancò a' vivi poco dopo il loro ritorno in Europa, rimanendo solo il Rosellini a pubblicare la suddetta Opera, ch'è in gran foglio quanto alle tavole, con volumi IX di testo in – 8. Morì d'anni 43, dopo assai lunga malattia di consunzione, nel giugno del 1843.
Giovanni Carmignani. Professore in prima di Diritto criminale e poscia di Filosofia del Diritto nella patria Università, le quali scienze sviluppò con tanta dottrina e con sì recondita erudizione, da risvegliare entusiasmo ne' colti e sempre numerosi ascoltatori, e in special modo allorché trattava il suo prediletto argomento contro la pena di morte. Le sue opere giuridiche, filosofiche e politiche, e particolarmente Le Istituzioni Criminali, La Teoria delle Leggi, La Filosofia del Diritto, segnarono alla scienza un'era novella e lo fecero acclamare caposcuola nelle scienze criminali. Concorse coi primi giureconsulti europei al premio proposto dal Governo di Portogallo per un Codice penale e d'istruzione criminale ed ebbe la soddisfazione di vedere adottato il suo lavoro a preferenza di ogni altro. Richiesto ancora dal nostro Governo, gettò le basi pel nuovo Codice penale, prossimo ora a pubblicarsi in Toscana. Come letterato, compose varie dissertazioni coronate di premio dalle Accademie ed altri scritti che gli valsero l'estimazione de' più grandi ingegni italiani. Cittadino benemerito, concorse all'istituzione in patria di varî stabilimenti di pubblica utilità, vale a dire alla Scuola di reciproco insegnamento, agli Asili infantili di carità ed alla Cassa di risparmio e fu tra' promotori del monumento al celeberrimo Vaccà nel patrio Campo–santo, come anche della Statua colossale all'immortal Pietro Leopoldo, che si eleva nel mezzo della piazza di santa Caterina. Quest'uomo rarissimo e di fama europea compì la sua laboriosa carriera nel 29 aprile del 1847 di anni 79. Per atto di sua ultima volontà, mostrò desiderio di esser sepolto nella domestica cappella di una sua villa, ma il Municipio pisano, fattosi interprete del voto dei cittadini, gli decretò l'onore del sepolcro nell'insigne Campo–santo urbano, ove le spoglie di lui furono trasferite coll'intervento delle autorità governative, dell'intero Corpo accademico, di tutta la Curia e della numerosa scolaresca, fra il compianto e la mestizia di una moltitudine di cittadini
Fra' Guglielmo Agnelli. Discepolo del menzionato Niccola. Fu l'architetto dell'attuale facciata di s. Michele in Borgo e lo scultore di quattro bassirilievi che ora formano il parapetto delle orchestre in Duomo. Morì nel 1312.
Upettino. Pittore nominato nel Breve Pisani Communis e in altri interessanti documenti in Pisa.
Giovanni Balducci. Scultore ed architetto, contemporaneo d'Andrea. Fra l'egregie prove del suo valore è da notarsi la magnifica arca marmorea di s. Pietro martire nella chiesa di s. Eustorgio in Milano, da esso condotta nel 1339.
Vicino. Pittore e maestro d'opera musaica. Lavorò nella tribuna maggiore del patrio Duomo.
Giglio Pisano. Fu l'autore di una statua in argento allogatagli dagli Operaii di s. Jacopo di Pistoja esprimente il detto Santo, per cui meritò, nullameno di tanti altri scultori, d'essere celebrato e proposto come uno dei promotori del buono stile. Dal Vasari fu erroneamente attribuita a Leonardo di ser Giovanni da Firenze.
Neruccio di Federigo. Turino Vanni, Jacopo Gera, Cecco di Piero da Pisa, Nello di Vanni, Nero di Nello, Bernardo di Nello Falconi. Pittori pisani del secolo XIV, dei quali restano tuttora alcune opere in patria e nelle chiese de' contorni.
Isaia da Pisa. Scultore accreditatissimo del secolo XV. Si notano del medesimo varie opere, fra le quali l'urna sepolcrale del pontefice Eugenio IV in Roma ec.
Baccio Lomi. Dopo lo stato deplorabile di Pisa nel XV e in parte del seguente secolo, fu questi il primo a far risorgere la pittura in patria coll'aprirvi scuola e coll'istruirvi i due suoi nipoti che qui sotto ricorderemo.
Giov. Battista Cervelliera. Architetto e scultore in legno. Lavorò di tarsìa non pochi seggi del Duomo e la bella cattedra arcivescovile portante espressa l'adorazione dei Magi.
Vincenzo Possenti. Scultore abilissimo nell'arte fusoria. Il lampadario di bronzo sospeso nel mezzo del nostro Duomo, con putti di tondo rilievo, divenuto celebre per le osservazioni del Galileo, fu dal medesimo eseguito nel 1587.
Aurelio Lomi. Apprese l'arte da Baccio suo zio e si rese pittore di grande estimazione. I lavori che di lui conservansi in patria sono in gran numero e di questi abbiamo già fatto discorso a suo luogo. Morì l'anno 1622.
Orazio Lomi Gentileschi. Fu educato nella scuola di Baccio, al fianco del suo fratello Aurelio. Assunse il cognome Gentileschi, per l'eredità o donazione di uno zio materno. Passato a Roma, probabilmente per perfezionarsi nell'arte, vi lasciò opere insigni a fresco e ad olio, da stare a paro di quelle de' migliori maestri suoi coetanei. Invitato poi e condotto a Genova, in Francia, in Inghilterra, dappertutto soddisfece egregiamente all'espettativa che si aveva di lui, ottenendo perfino da quest'ultima corte un'annua pensione di 500 lire sterline. Ivi, pieno di giorni e di gloria, visse fino all'anno 1646.
Orazio Riminaldi. Uno de' più celebri pittori pisani. Studiò prima in patria sotto la direzione del prelodato Aurelio, poi in Roma presso Orazio Gentileschi qui sopra ricordato. I lavori che di lui abbiamo in patria sonosi di già rammentati. Ei fu rapito da morte sul fior degli anni nel 1631, sorpreso da terribil contagio tanto alla Toscana memorabil e funesto, mentre era occupato nel suo pregiatissimo lavoro pittorico della cupola del nostro Duomo.
Girolamo Riminaldi. Pittore anch'esso di qualche merito, chiamato da Roma, dopo la morte del frantello Orazio, a compiere il suddetto lavoro nella cupola del Duomo.
Domenico Riminaldi. Scultore ingegnoso in legno e fratello anch'esso del ricordato Orazio. Pose ogni studio e fatica a scolpire, nei gradini di noce dell'antico altar maggiore del Duomo, la storia dell'incoronazione della Madonna: essi al presente si trovano nella stanza del Capitolo de' frati di s. Francesco.
Artemisia Gentileschi. Pittrice d'alto grido. Nacque in Pisa del sopraindicato Orazio Lomi Gentileschi, dal quale non solo, ma dallo zio Aurelio ebbe essa ottimi ammaestramenti. Riuscì felicemente nei ritratti, nei molteplici lavori di frutta e di fiori e negli argomenti che esigono forza e nobilità di pensiero. Venne a morte in Napoli nel 1652
. Arcangela Paladini. Nata in Pisa dal pittore Filippo Paladini, divenne eccellente non solo nella pittura e nei ricami, ma ancora nella poesia e nella musica. Il ritratto ch'ella fece di se stessa fu esposto nella R. Galleria di Firenze fra quelli de' pittori illustri. Morì nel 1622, nella fresca età di anni 23.
Giov. Battista Vanni. Detto il Vannino. Pittore, architetto ed incisore in rame. Per la pittura fu scolare del Lomi e dipoi degli Allori e dell'Empoli e, per l'architettura e l'incisione, di Giulio Parigi. Cessò di vivere in Firenze nel 1660.
Ercole Bezzicaluva. Pittore e incisore e discepolo anch'esso di Giulio Parigi.
Giovanni del Sordo. Detto Mone da Pisa. Pittore a cui si attribuiscono due quadri in patria, uno nella chiesa di s. Francesco e l'altro in s. Martino.
Pietro Ciafferi. Denominato lo Smargiasso. Pittore non inelegante di prospettive, di battaglie, di vedute di mare, di vascelli e d'altri marini soggetti.
Francesco Montelatici. Detto volgarmente Cecco bravo. Colorì le sue tele con franchezza di pennello e con sugose tinte.
Fratelli Poli. Furono pittori di paesaggi piuttosto vaghi e copiosi di figure.
Sebastiano Tamburini. Famoso cesellatore e gettatore in argento e in bronzo. E' a lui dovuto il bellissimo ciborio del Duomo, di cui si è parlato a pag. 140, eseguito nel 1692 sul disegno del Foggini fiorentino e che forma il piacere e l'ammirazione degl'intelligenti.
Ranieri Paci. Pittore di qualche nome. Si distinse in Firenze, dipingendo la cupola della chiesa di s. Ambrogio; in Pisa, nel quadro all'altar maggiore della chiesa di s. Giuseppe.
Santi Santucci. Elegante scultore in legno ed ingegnere. Alcuni avanzi della poppa di una galera, con molto gusto intagliati, veggonsi tuttora nei magazzini dell'Ordine de' Cavalieri di s. Stefano. In Venezia ebbe onorevoli impieghi e stipendii.
Giuseppe Giacobbi. Altro intagliatore in legno, scolare del suddetto Santucci. Sono di lui opere il Cristo nella chiesa di s. Eufrasia e quello nel Carmine, come pure due baccanti in atto di suonare il cembalo, nella casa Landucci in Pisa.
Giuseppe e Francesco fratelli Melani. Pittori egregii, l'uno in figura, l'altro in architettura. Oltre le pitture della gran volta della chiesa di s. Matteo, meritano pur anche ricordanza le maestose macchine dipinte a lieve tempera sulla tela, che in alcune annue ricorrenze s'innalzano nella chiesa Primaziale, in quella di s. Martino ec., macchine che, fatte espressamente per osservarsi al riverbero de' lumi, atteso l'effetto maraviglioso della prospettiva, la nobiltà e il gusto della simmetria e dell'ornato ed atteso il vago e pastoso accordo delle lucide tinte, producono un colpo d'occhio scenico e nuovo, il più grato e sorprendente. Il primo mancò nel 1747, il secondo nel 1742 quasi improvvisamente, dopo una caduta sofferta mentre dipingeva la cappella del palazzo arcivescovile.
Mattia Tarocchi. Architetto. Si è di lui fatto menzione parlando delle chiese di s. Apollonia e di s. Marta.
– Giov. Battista Tempesti. Pittore valente a fresco e ad olio. Tra i migliori affreschi che di lui abbiamo in patria, noteremo quello che vedesi in una delle sale terrene dell'arcivescovato, ove si conferiscono le lauree dottorali ai giovani dell'Università e l'altro nella chiesa di s. Vito . Nel Campo–santo urbano trovasi un monumento consacrato dalla patria nel 1804 alla memoria di lui.
Girolamo Vecchiani. Uno de' più celebri capitani del secolo XVI. Fu molto accetto al pontefice Paolo III di casa Farnese, il quale gli affidò il comando della fortezza e castel s. Angelo in Roma. Fu condottiere di genti francesi in Itaila contro le imperiali, ma, non poi ricompensato dalla corona di Francia dei suoi segnalatissimi servigii, si dimise dal comando e si adoprò in seguito pel duca Cosimo de' Medici nella guerra di Siena contro le stesse forze francesi. Ricevette allora dalla munificenza dell'imperatore Carlo V, cui per l'avanti aveva danneggiato, il titolo di cavaliere di s. Jacopo e l'onore di una ricca commenda nello stato siciliano. Morì nel 1556.
Francesco Lanfreducci. Si distinse assaissimo nell'armata dei Cavalieri gerosolimitani e si acquistò fama immortale nella isola di Malta nel 1565, difendendo intrepidamente una porta della fortezza di s. Ermo contro l'attacco terribile del celebre Solimano.
Gabriele da Cesano. Uomo di una saggia ed illuminata politica, profondo conoscitore delle scienze e delle lettere sì latine che greche. Prima canonico della Primaziale pisana, poi vescovo di Saluzzo, fu la delizia delle corti medicea, estense, romana e francese. Cessò di vivere nel 1568.
Uguccione della Faggiola. fu il primo dei capitani forestieri che giunse ad ottenere l'onor del trionfo, entrando in Pisa per la porta aurea. L'armata di Uguccione ascendeva a poco più di trentamila combattenti, mentre l'esercito nemico era forte di sessantamila uomini. A fronte di tanta disparità di forze, per bene intese manovre, giunse Uguccione a sconvolgerlo intieramente. Una memoria autentica, citata pel primo dal ch. prof. Francesco Bonaini (Vedi Archivio Storico, vol. VI, part. 1, disp. 2, pag. 706, nota 1), fa ascendere ad oltre undicimila il numero degli uccisi ed a mille trecento i prigionieri. Fra le persone di gran conto morirono dalla parte guelfa Pietro, fratello del re Roberto di Napoli, e Carlo suo nipote, figlio di Filippo e, dalla parte ghibellina, Francesco figlio d'Uguccione, che fu sepolto in uno dei cassoni del Campo–santo di Pisa. Castruccio, che colle sue mirabili prove molto contribuì al buon successo della giornata, restovvi gravemente ferito.Questo celebre capitano morì tre anni appresso sotto Padova, nel 1319, combattendo per lo Scaligero, mentre proponevasi di muover contro Pisa, favorito dai ghibellini che nella città odiavano il guelfismo. Coscetto da Colle di sopra rammentato, amico già del conte Gherardo, stava alla testa dei malcontenti espulsi e, nell'atto di effettuare una trama ordita contro la vita del dominante, tradito da un suo congiunto, fu preso e condotto a Pisa e come reo d'alto tradimento crudelmente strascinato per le pubbliche vie, poi tagliato a pezzi e gettato nell'Arno. Era Castruccio un uomo del più gran genio, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco. L'animo suo energico non permettendogli di abbracciare lo stato ecclesiastico, cui veniva destinato, egli abbracciò invece la carriera delle armi, nella quale in pochi anni fece i più rapidi e sorprendenti progressi. Degno di stare a paro con Scipione l'Affricano e con Filippo il Macedone, avverte il celebre Segretario fiorentino che sarebbe facilmente riuscito maggiore di amendue, se invece di Lucca avesse avuto per patria Roma o la Macedonia. Per tale valorosa e generosa azione, si aumentò l'affezione dei cittadini pel Conte e si statuì d'erigere un grandioso monumento che, in segno di gratitudine e d'onore, tramandasse ai posteri la memoria dei fatto. Fu questo la bellissima torre detta la Vittoriosa, eretta sulle rovine dell'antica chiesa di s. Barnaba alla scarpa del ponte della Spina, ora detto alla Fortezza, verso la porta del lido o delle piagge, luogo ove accadde la più crudele zuffa e demolita in séguito ai tempi di Cosimo I. E' però a dirsi ch'era già stata per l'avanti decimata, allorché Pisa cadde per la seconda volta sotto i Fiorentini, onde non fosse dominata la vicina Fortezza ch'erigevasi a danno della città. Resta tuttora l'imbasamento antico di detta torre di figura rotonda, sopra cui vedesi una moderna fabbrichetta ottangolare ad uso di conserva per le acque potabili.Chiamavasi l'una de' Bergolini, dal soprannome Bergo o Bergolo dato al conte Ranieri da' suoi nemici, perché era bleso o balbuziente; dicevasi l'altra de' Raspanti, come persone la maggior parte impiegate nelle finanze. L'esecuzione ebbe luogo sulla piazza degli Anziani, della quale eran chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche.CronistoriaUguccione della Faggiola,(Casteldelci) o di Faggiuola presso Carpegna. Ghibellino. Signore di Pisa, Lucca, Sansepolcro, Lugo. Dei conti di Carpegna; secondo alcune fonti è invece figlio di un contadino. Padre di Neri. 1250 – 1319 (novembre) Condotta Area attività Azioni intraprese ed altri fatti salienti Faenza RomagnaMilita agli ordini di Maghinardo da Susinana.
1275 Giu.Forlì Bologna Romagna E’ al fianco di Guido da Montefeltro sul Senio.
1281ForlìChiesa1282 Marche
Dà alle fiamme Mercatello sul Metauro e Pietrarubbia per vendicare la morte in battaglia di Taddeo da Montefeltro.
1286 Umbria
Si trova a Città di Castello e presenzia, come testimone, alla vendita di alcuni beni da parte di Tano degli Ubaldini.
1287C.di Castello,Arezzo Appoggia l’arcivescovo di Pisa Ruggeri degli Ubaldini.
1293 Toscana
Succede a Galasso da Montefeltro nella podesteria di Arezzo che tiene per quattro anni. Permuta con i monaci della città alcuni beni e gli sono dati il castello di Manciano e Vertola.
Dic. Umbria.Accorre in difesa dell’abate del monastero di Trevi.
1296 Forlì Chiesa Romagna
Con Ribaldo della Faggiuola, soccorre in Forlì Scarpetta Ordelaffi, capitano generale dei ghibellini romagnoli contro i pontifici.
Mar. E’ scomunicato da Bonifacio VIII con altri due capitani.
Apr. Romagna
Riconquista il castello di Roversano con il Susinana e Galasso da Montefeltro; viene a Faenza e da qui punta verso il Santerno in soccorso del marchese Azzo d’Este. Guada il fiume, attacca i Bolognanesi forti di 4000 fanti e di molti cavalli, che, sotto la guida di Jacopo del Cassero, si muovono in aiuto di Imola. I nemici sono posti in rotta con la cattura di 2000 uomini.
Mag. RomagnaHa Imola.
Lug. EmiliaViene riconosciuto come il principale esponente della fazione ghibellina a seguito del ritiro in un chiostro di Guido da Montefeltro. E’ ad Argenta. Romagna
Alla testa di molti fuoriusciti, ha a patti Lugo; se ne fa signore, rafforza le difese del castello ed aggiunge nuovi bastioni alla rocca.
Continua a guerreggiare i Bolognanesi capitanati da Ugolino di Panico.
1298 Emilia
Sfida i Bolognanesi a Castel San Pietro Terme: gli avversari non accettano lo scontro.
Marche.Al termine del conflitto, rientra nel Montefeltro.
1299 Romagna E’ costretto a cedere Lugo all’arcivescovo di Ravenna.
1300 Toscana Capitano ad Arezzo.Mag.Ghibel.Gubbio Marche e Umbria
Con Galasso da Montefeltro espugna il castello di Piega, presso Secchiano, ed annienta la famiglia degli Olivieri signori del luogo. Con Federico da Montefeltro ed il conte di Ghiaggiolo Uberto Malatesta, si impadronisce di Gubbio ove entra per il monte di Sant’Ubaldo.
Giu.GubbioChiesa Perugia Umbria
Intervengono Cante Gabrielli, il cardinale legato Napoleone Orsini ed i perugini che obbligano Gubbio a capitolare.
Cesena Chiesa Romagna
E’ capitano in Cesena con Federico da Montefeltro e Ciappettino degli Ubertini. Espugna la fortezza cittadina con i mangani e fa mettere a sacco le case dei guelfi; depreda infine le campagne vicine facendo prigionieri e razziando bestiame.
1301 Mag.Cesena Fuori usciti Romagna E’ cacciato da Cesena da Raule dei Mazzolini.
1302 Gen. Toscana
Con il Montefeltro ed i fratelli Ugo e Ribaldo, firma la pace con Malatesta da Verucchio e Guido da Polenta; è assolto dalle censure ecclesiastiche. E’ nominato po destà di Arezzo per la sesta volta ed attende a pacificare ed a riordinare la città. Nel periodo conosce Dante Alighieri.
Toscana
Impedisce ai guelfi bianchi, scacciati da Firenze dai guelfi neri, di rifugiarsi in Arezzo: il papa, infatti, gli dà la speranza di nominare cardinale un figlio. Sempre tramite Bonifacio VIII, concorre ad un accordo tra i ghibellini moderati, i verdi, e quelli più strettamente legati all’impero, i secchi.
Ott.Raven.Cesena Romagna
Con il Montefeltro, accorre in aiuto di Bernardino da Polenta signore di Ravenna; assedia Cesena, occupa tutti i castelli del contado con l’eccezione di Roversano e di Fermignano, ha per trattato Cesenatico e ne fa interrare il porto.
1303 Toscana
E’ podestà di Arezzo per la settima volta. Conduce un’ambasceria al papa e ne è ricevuto magnificamente.
ArezzoFirenze Toscana
Asseconda Scarpetta Ordelaffi contro i fiorentini; assedia Pulicciano nel Mugello: assalito da Fulceri da Calboli, è costretto a desistere dalle operazioni; per rivalsa si impossessa di Castiglion Fiorentino.
Lug. Toscana
Il Montefeltro e Ciappettino degli Ubertini lo sostituiscono nella podesteria di Arezzo: è divenuto infatti sospetto per le sue esitazioni a combattere i nemici.
Fuori uscitiArezzo Toscana
Si pone alla testa dei verdi e contrasta i secchi che sono capeggiati dai Tarlati di Pietramala.
1305 Romagna e Marche
Alla morte di Bonifacio VIII, ritorna in Romagna ed ingrandisce i suoi domini con pacifici acquisti nella contea di Bobbio, nella Massa Trabaria e nel Montefeltro.
1308 Ott.DonatiFirenze Toscana
Appoggia il genero Corso Donati, che vuole impadronirsi del potere in Firenze ai danni dei guelfi neri. Quando sa che il Donati si è asserragliato nelle sue case nel sestiere di porta San Piero e vi è assediato dal popolo, comprende che non può far nulla e si ferma a Remole verso Pontassieve. Nel periodo, con il fratello Fondazza ed il nipote Paolozzo, prende in enfiteusi dal monastero di San Donato a Pulpiano i castelli di Maiolo e di Rocca di Maioletto vicini a San Leo.
Ott.Fuori uscitiArezzo Toscana
Rientra in Arezzo con Francesco degli Ubaldini e ne sono allontanati i Tarlati. Si rappacifica con i fiorentini.
1309 Toscana
I guelfi sono riammessi in Arezzo. Prim.ArezzoTarlati Toscana
L’Alighieri gli fa avere ad Arezzo l’Inferno che secondo il Boccaccio è a lui dedicato. Lascia la carica di podestà e con Ciappetta da Montacuto combatte i Tarlati; colloca 2 battifolli, uno verso Pietramala ed uno verso Penna. Viene in discordia con il Montacuto; vi sono tumulti in Arezzo al cui termine, a fine aprile, riassume in sé le cariche di podestà e di capitano del popolo, fa rientrare in Arezzo i Tarlati e ne caccia verdi e guelfi.
ArezzoFirenze Toscana
Fronteggia con scarsi risultati i fiorentini e 300 cavalli catalani, inviati dal re di Na poli Roberto d’Angiò.
1310 Gen. Toscana
Podestà ad Arezzo; bandisce dalla città 2 gonfalonieri del popolo ed un gonfaloniere di giustizia a lui ostili.
Feb. Toscana
Contrasta Diego della Ratta, che dalla Valdarno devasta il territorio con 400 cavalli e 6000 fanti. Cerca di sorprendere gli avversari verso Cortona; sconfitto, deve lasciare nelle mani dei nemici 3 bandiere.
1311 Feb.Impero Liguria
E’ nominato dall’imperatore Enrico di Lussemburgo suo vicario a Genova, al posto del tedesco Aspromonte.
1312 aprile Toscana
Si trova a Pisa al fianco dell’imperatore.
Sett Toscana
Al campo di San Salvi per assediare Firenze.
Dic Toscana
Con il Montefeltro e Roberto di Fiandra (700 cavalli), conquista la rocca di Casole d’Elsa: vi è subito assediato da fiorentini e da senesi. La rilassata vigilanza consente agli assediati, agli inizi del mese successivo, di riparare al campo imperiale.
1313 Gen. Toscana
E’ sorpreso dai fiorentini alla torre di Cangaretto, mentre si sta dirigendo contro il conte di Battifolle: fra i suoi, sono uccisi o catturati più di 150 uomini.
Apr. Toscana Trasferito a Pisa. Ago. ToscanaSempre con il Montefeltro, raggiunge a Montaperti con 200 cavalli e 2000 fanti aretini l’imperatore che gli dà in signoria Borgo San Sepolcro (Sansepolcro). Devasta il senese con i suoi uomini, che conducono in Arezzo un bottino valutato sui 20000 fiorini.
Sett.Pisa Lucca Firenze Toscana
Muore a Buonconvento l’imperatore ed il della Faggiuola si porta subito a Pisa. E’ nominato podestà e capitano di guerra della città per dieci anni con uno stipendio di 6000 fiorini l’anno. Ai suoi ordini, vi sono un migliaio di mercenari tedeschi, brabantesi e fiamminghi con i due capitani Baldovino di Moncorneto e Tommaso da Sette Fontane. Enrico di Fiandra si offre invano di capitanare le truppe ed è co stretto ad abbandonare la città. Combatte i lucchesi in modo continuo ed asfissiante. Gli avversari gli inviano ambasciatori a Quota per trattare la pace: i negoziati si arenano sulla consegna ai pisani di Asciano. Il della Faggiuola si allontana dalla località dopo pochi giorni e, pur di proseguire nella campagna, dà in prestito ai pisani 1000 fiorini per garantire il soldo ai cavalli tedeschi. Occupa Asciano, attacca San Miniato, saccheggia Santa Maria del Giudice, brucia Massa Pisana e ne devasta il contado per otto giorni: per mantenere la disciplina fra i suoi uomini fa tagliare il piede a 12 cavalieri che sono usciti fuori dai ranghi per azioni individuali.
Ott. Toscana
Compie una scorreria a Buti ed espugna 2 castelli.
Nov. Toscana
Esce da Pisa e punta direttamente su Lucca; penetra nella valle di Compito, tocca Vorno e Massa: sono distrutti 80 mulini ed il campanile di Guamo, supera il monte di San Giuliano, è a Gattaiola ed assedia Pontetetto. Vince a Pontemaggiore Pagano dei Quartigiani cui è inflitta la perdita di 200 uomini. I guelfi toscani predispongono una linea difensiva sull’Ozari; il della Faggiuola fa passare a guado il torrente da molti cavalli pisani e toscani che portano con sé anche un fante, ed il giorno di San Frediano assale i nemici con 500 cavalli e 2000 fanti. Divide le sue truppe in due schiere e piomba alle spalle dei lucchesi: è un altro massacro (uccisi 300 difensori); insegue gli avversari sino all’antiporto di San Piero Maggiore. Corre sotto le mura di Lucca e dà alle fiamme il borgo di San Piero a Grado. Respinto dalle forti ficazioni, a fine mese, anche a causa del rigore dell’inverno, fa ritorno a Pisa.
1314 Gen. Toscana
Si accampa sul Serchio distruggendo case, vigneti, piantagioni; è assalito dai nemici. Fa vestire i cavalli tedeschi con la sopravveste dei pisani: i lucchesi si muovono loro incontro fiduciosi e sono messi facilmente in rotta. Roberto d’Angiò gli invia contro Gherardo da Sant’Elpidio; egli prosegue nella sua azione ed ottiene la resa a discrezione del castello di Avane. Rimane in val di Serchio per 34 giorni e se ne impossessa senza che venga alcuno a molestarlo.
Feb.PisaLucca Firenze Siena Toscana
Occupa Stibbio e porta la guerra anche ai senesi. Corre in maremma fino a Massa Marittima, porta ovunque la desolazione, conquista il castello di Campopetroso. A Pisa, tuttavia, non tutti approvano il suo operato; un gruppo di cittadini, guidato da Banduccio Buonconti, teme un attacco da parte degli angioini. I consoli del mare e gli Anziani mandano, pertanto, un’ambasceria a Napoli, che conclude un trattato di pace prevedente la restituzione a Lucca dei castelli occupati e la consegna mensile di 5000 fiorini al re di Napoli per il finanziamento di una spedizione in Sicilia contro gli aragonesi. E’ un trattato disonorevole per Pisa e che avviene a sua insaputa. Il della Faggiuola viene a Pisa; affronta i fautori della pace e li accusa di tradimento, raccoglie i suoi seguaci e fa prigionieri i rivali.
Mar. Toscana
Banduccio Buonconti ed il figlio Pietro sono decapitati alle Piagge: lo stesso giorno, riforma l’ufficio degli Anziani di cui possono farne parte solo i ghibellini di fede provata. Il suo governo diventa sempre più tirannico, si appropria delle ricchez ze altrui ed attenta senza ritegno alla vita ed alla libertà dei cittadini.
Apr. Toscana
Costringe i lucchesi a consegnare ai pisani Ripafratta ed altri castelli; devono anche riammettere nella città i ghibellini fra i quali già primeggia Castruccio Castracani.
Giu. Toscana
I patti non sono rispettati; esce da Pisa per la porta al Parlascio con 1400 cavalli tedeschi e toscani e buona parte della popolazione, passa i colli di Asciano e raggiunge Pontetetto, l’antiporto di San Piero Maggiore ed il prato di San Donato. Assale ancora Lucca con l’aiuto degli Antelminelli e di altre famiglie ghibelline quali i Quartigiani, i Pogginghi e gli Onesti. Il Castracani entra nella torre delle Tre Cappelle e provoca un tumulto: avvertito, con Matteo della Gherardesca fa dare fuoco alle porte di San Frediano e di San Giorgio, irrompe in Lucca e ne caccia il vicario angioino Gherardo da Sant’Elpidio e gli altri guelfi. La città è sottoposta al sacco per otto giorni, sono bruciate 1400 abitazioni: viene anche rubato nella chiesa di San Frediano il tesoro, valutato un milione di fiorini, collocatovi temporaneamente dal cardinale Gentile da Montefiore per essere trasportato in Francia. Alla fine delle operazioni il della Faggiuola riforma le istituzioni cittadine, insignorisce di Lucca il figlio Francesco e ritorna a Pisa. Gli viene raddoppiato lo stipendio e gli è riconosciuta per ogni giorno di campagna una provvigione di 13 fiorini: entra in Pisa in trionfo per la porta d’Oro preceduto dai prigionieri. I lucchesi sono forzati a restituire ai pisani i castelli di Asciano, Cuosi, Avane, Castiglione in val di Serchio, Nozzano, Cotone, Aquilata e Castel Passerino che sono demoliti; i pisani si tengono quelli di Ripafratta, Motrone, Viareggio, Rotaia ed il borgo di Sarzana.
Lug. Toscana
Nel proseguimento della guerra, marcia contro i pistoiesi fino a Carmignano e contro i volterrani. Assale Buggiano e Serravalle Pistoiese; stringe di assedio Montecatini con molti battifolli.
Ott. Toscana
Espugna la fortezza di Gallena: sono impiccati 80 uomini fatti prigionieri.
Dic. Toscana
Al comando di 1000 cavalli e di 4000 fanti accompagnati da molti fuoriusciti, cerca di avere nottetempo per trattato la porta di Ripalta a Pistoia, in cui in precedenza sono entrati 50 suoi soldati: il vicario angioino della città, il catalano Simone della Culla, interviene per bloccare l’ingresso di 40/80 cavalli e di 300 fanti, mentre gli attaccanti, non sostenuti dal resto delle truppe, sono respinti.
1315 Mar. Toscana
Assedia ancora Montecatini, alla cui difesa si sono posti 2000 guelfi. L’imperatore Ludovico il Bavaro lo infeuda di Fucecchio, Castelfranco, Santa Croce, Santa Ma ria in Monte e Montecalvoli.
Apr. Toscana
Entra nel contado di Montopoli in Val d’Arno con 2000 cavalli e 2500 fanti: sono tagliati alberi, vigneti, e foraggi; si avvicina a San Miniato, assedia Ciolo ed ha a patti la torre di San Romano; ha Stibbio ed infesta il contado vicino a Santa Gonda.
Mag. Toscana
Costringe alla resa il castellano di Civoli Benedetto Mangiadori; gli si arrende a patti Montecalvoli e fa disporre 5 battifolli sotto Montecatini.
Lug. Toscana
Raduna 1300 mercenari stranieri, 600 fuoriusciti italiani ed arma 20000 pisani per muovere guerra ai fiorentini.
Ago. Toscana
Si accampa sul Nievole e con i rinforzi giunti da Arezzo, dai conti di Santa Fiora, dai ghibellini toscani e dai milanesi capitanati da Marco Visconti si trova ad avere ai suoi ordini 3000 cavalli e 30000 fanti. E’ affrontato da 4000 cavalli e 50000 fanti comandati da Filippo di Taranto e Piero d’Angiò, provenienti non solo da Firenze, ma anche da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Gubbio, dalla Romagna, da Pistoia, Volterra e Prato. I nemici occupano Vivinaia e tagliano in tal modo non solo il flusso dei rifornimenti al suo campo, ma anche ogni via di comunicazione con Lucca. Filippo di Taranto intercetta una sua colonna avanzata a San Martino in Colle e si appropria di 40 carri di viveri e di molti buoi. Il febbricitante della Faggiuola è consapevole del pericolo crescente e non vuole tentare la giornata perché inferiore di numero rispetto agli avversari; decide di abbandonare l’assedio, di bruciare i battifolli e di muoversi verso Pisa. Le milizie di Filippo di Taranto lo attaccano disordinatamente; capisce che gli si presenta un’occasione unica, si ferma e con azione fulminea fa assalire i senesi e le truppe di Colle di Val d’Elsa, che difendono degli argini, da 150 cavalli guidati da Giovanni Giacotti Malespini e dal figlio Francesco. Costoro rompono gli avversari, arrivano fino alla cavalleria fiorentina di Piero d’Angiò e sono entrambi uccisi in combattimento. Alla notizia, si getta anch’egli nella mischia, fa comparire 800 cavalli tedeschi e 4000 pisani armati di balestre e di lunghe lance, che sbaragliano i fanti nemici in disordini e parte della cavalleria angioina non ancora del tutto preparata all’attacco. Nella battaglia, solo di parte fiorentina, muoiono 2000 uomini ed altri 1500 sono fatti prigionieri. Con la vittoria gli si arrendono Montecatini, Monsummano a patti (dove alcuni pri gionieri sono mandati a morte) e Motrone; ha Vinci; blocca Prato e Serravalle Pistoiese ed ha, da ultimo, anche Buggiano. Si fa consegnare Ubaldo degli Obizzi e costui è decapitato sulla porta del castello. I fiorentini, con il loro nuovo capitano generale Beltramone del Balzo, se ne stanno inattivi. Nomina podestà di Lucca il figlio Neri e fa ritorno a Pisa dove è accolto in trionfo.
1316 Gen. Toscana
Cavalca verso Fucecchio con 3000 soldati per avere il centro per trattato: il complotto è scoperto, 16 uomini sono impiccati e molti sono fra i pisani i caduti nel successivo scontro.
Apr. Toscana
Il figlio Neri condanna a morte a Lucca Castruccio Castracani e richiede il suo aiuto per eseguire la sentenza. Vi si avvia ; è a San Romano e mentre pranza viene a conoscenza che Pisa si è ribellata alla sua signoria su istigazione di Coscetto dal Colle e di altri cittadini, che hanno corrotto i suoi mercenari ed hanno saccheggiato il suo palazzo facendovi strage dei famigliari. Decide di continuare la strada per Lucca, dove si ripete una situazione analoga ai danni del figlio Neri: si rifugia nelle terre di Spinetta Malaspina.
VeronaCapitano g.leEmilia e VenetoA Modena e nel Montefeltro; da ultimo passa al servizio di Cangrande della Scala, a Verona, che lo nomina capitano generale delle sue truppe.
1317 VeronaBrescia Lombardia
Infesta il bresciano, dà alle fiamme Castiglione delle Stiviere e pone il campo a Lonato. Assedia Brescia.
Mag.VeronaPadova Veneto
Quando sa che i padovani sono sotto Vicenza per avere la città per trattato, si allontana da Brescia ed entra travestito in Vicenza. Si nasconde nel palazzo dei Nogarola, convince i traditori a mutare partito e li spinge a persuadere i padovani ad assalire la città. Fa calare i ponti levatoi ed assale nel borgo di porta Berica le truppe nemiche: le mette in fuga e le insegue di notte sino a Montegalda facendone strage. Sono uccisi tutti coloro che non conoscono la risposta alla parola d’ordine degli scaligeri (San Giorgio); molti, infine, sono quelli che annegano nel Bacchiglione. Nello scontro è catturato Vanni Scornazzani ed è ferito mortalmente Vinciguerra di San Bonifacio.
Lug. Veneto
E’ eletto podestà e rettore di Vicenza al posto di Bernardino Nogarola: indice un processo contro i fuoriusciti fatti prigionieri: 52 sono trascinati per le vie cittadine a coda di cavallo e poi impiccati, molti altri sono rinchiusi in carcere duro a Verona
Ago.FaggiuolaPisa Toscana
Con l’aiuto di Spinetta Malaspina e dei Lanfranchi, tenta di rientrare a Pisa. Costoro sono scoperti e 4 membri della famiglia sono fatti uccidere da Gaddo della Gherardesca, alleatosi per l’occasione con il Castracani. I lucchesi cacciano il Malaspina dai suoi possedimenti e gli tolgono Fosdinovo, Verruca (Verrucolette) e Buosi.
Dic.VeronaPadova Veneto
Esce da Vicenza per la strada di Lonigo con il conte Enrico di Gorizia ed il Nogarola; supera nottetempo Teolo, Carbonara ed Arquà Petrarca per presentarsi all’alba davanti a Monselice. Gli scaligeri trovano una porta aperta; il podestà Bresciano Buzzaccarini si rifugia nel castello e si arrende alcuni giorni dopo.
1318 Gen. Veneto
Si dirige segretamente verso Piove di Sacco; respinto da Roncaglia, guada il Brenta e mette in fuga i nemici, che insegue fin sulle porte della città. Si attenda a Ponte San Niccolò, entra nel borgo di San Giovanni e lo dà alle fiamme (500 fra case e palazzi sono così distrutti).
Feb. VenetoDecide di attaccare Padova; gli abitanti, tramite Giacomo da Carrara, si arrendono.
Sett.VeronaTreviso VenetoSi incontra in segreto a Fontaniva con i ghibellini di Treviso.
Ott. VenetoEsce nottetempo da Vicenza con 500 cavalli e si apposta sotto Treviso perché gli è promessa l’apertura della porta di Santi Quaranta. Una forte nebbia impedisce l’arrivo nei tempi programmati di 1000 fanti, condotti dal ghibellino Artico Tempesta al luogo di incontro, una chiesa nei pressi della porta. E’ avvistato dalle guardie all’ alba mentre aspetta i rinforzi; teme di cadere in un qualche inganno per cui preferisce ripiegare a Quinto di Treviso e da qui ritornare a Vicenza. Dopo qualche giorno, rientra nel trevigiano ed occupa senza colpo ferire Noale, Brusaporco, Asolo e Montebelluna, che gli sono consegnate dai ghibellini.
Dic. Lombardia:Si reca a Soncino dove i capi del partito ghibellino si incontrano per costituire una lega e per fare in modo che Cangrande della Scala ne sia eletto capitano generale.
1319 Prim: Il papa Giovanni XXIII emette un breve nei suoi confronti.
Giu.:VeronaPadova Treviso VenetoRiconquista Monselice.
Lug. Veneto:Leva l’assedio da Treviso, a seguito dell’ingresso nella città del suo nuovo signore, il conte Enrico di Gorizia.
Ott. Veneto:Passa all’assedio di Padova, che viene parimenti soccorsa dal conte di Gorizia.
Nov. Veneto:Sempre all’assedio di Padova. Si ammala di malaria nelle paludi del Brenta e viene portato a Vicenza ove muore. E’ sepolto a Verona nella chiesa dei domenicani di Sant’Anastasia.CINQUANTA CITAZIONIValoroso capitano. Grande maestro di guerra. Un grande capitano, il maggiore e il migliore condottiero della sua epoca.Capitano assai famoso in quel tempo.Attivo, ambizioso ed alla ricerca di gloria.Audacissimo in campo, lasciò dubitare se in lui la fortuna superasse l’arte o l’industria.Compì luminose imprese finché tenne in esercizio la sua virtù; con il successo incominciò ad impazzare.Uno dei più potenti capi della fazione ghibellina.Vigoroso e di buon consiglio. Vigilante ed accorto. Probo.Di astuzia incredibile. Di cuore fallace ed accorto.Fu allegro il volto di lui e la straordinaria robustezza del corpo si congiungeva in esso all’ingegno ed alle arti del favellare. La somma ilarità dell’aspetto impediva che altri lo giudicassero capace di alcuna dissimulazione.Uomo terribile. Orribili e dei maggiori in tutta la storia del medio evo sono i saccheggi, i guasti, le rovine che ebbero luogo per opera sua e della sua masnada. Di animo feroce e crudele.Molto grande e robusto, adoperava armi grandissime e di maggiore peso. Di lui si ricordava il seguente aneddoto: nella battaglia di Cerone si trovò ferito ad una gamba ed abbandonato dai suoi; non si perse d’animo e si ritirò sempre combattendo. Sul suo grande scudo da fante vi erano ancora infisse quattro partigiane e tredici verrettoni. Di volto colorito, occhi azzurri e capelli neri.
I BonannoLe prime notizie che si hanno dei Bonanni risalgono ad un letterato di Pisa dal nome Buonanno Bonanni vissuto nella prima metà del XII secolo.Per le vicende della Repubblica così famose nelle storie medievali, causate dalle ire partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, che tennero divisa e lacerata l'Italia nei secoli XII, XIII, XIV, i Bonanno di Pisa si trasferirono in Sicilia.
Qui, per lo splendore del casato e per la ricchezza del loro patrimonio i Bonanni ottennero il favore dei principi di casa d'Aragona e per munificenza di Giacomo II il Giusto e poi del fratello Federico II, cui avevano giovato di consigli e di aiuti nelle guerre con la Regina Giovanna I di Angiò, si ebbero nell'isola dignità ed onori. Giovan Giacomo infatti, che nel 1285 con il fratello Cesare andò nell'isola per le contese avute con la nobile famiglia dei Gualandi di Pisa, fu Gran Cancelliere di Sicilia come appare da un privilegio del 1285 estratto dall'archivio di Barcellona, dove si legge: "Ego Ioannes Bonanni magnus Siciliae Cancellarius testor".( XIII Secolo )
Per le vicende della Repubblica così famose nelle storie medievali, causate dalle ire partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, che tennero divisa e lacerata l'Italia nei secoli XII, XIII, XIV, i Bonanno di Pisa si trasferirono in Sicilia.
Qui, per lo splendore del casato e per la ricchezza del loro patrimonio i Bonanni ottennero il favore dei principi di casa d'Aragona e per munificenza di Giacomo II il Giusto e poi del fratello Federico II, cui avevano giovato di consigli e di aiuti nelle guerre con la Regina Giovanna I di Angiò, si ebbero nell'isola dignità ed onori.
Giovan Giacomo infatti, che nel 1285 con il fratello Cesare andò nell'isola per le contese avute con la nobile famiglia dei Gualandi di Pisa, fu Gran Cancelliere di Sicilia come appare da un privilegio del 1285 estratto dall'archivio di Barcellona, dove si legge: "Ego Ioannes Bonanni magnus Siciliae Cancellarius testor".Vedi l'opera di Flaminio del Borgo: "Dissertazioni sull'origine dell'Università Pisana" citata dallo storico e gesuita Girolamo Tiraboschi nella "Storia della letteratura italiana", tomo 3, libro IV, capitolo VIII, pagine 358, 360 Napoli 1777.
Vedi anche l'opera dello storico Ludovico Antonio Muratori: "Rerum Italicarum Scriptores V.XV" che raccoglie le più importanti cronache che interessano la storia d'Italia dal 500 a.C. al XVI secolo pubblicata dal 1723 al 1738 in 24 tomi.All'inizio del XV secolo Tullio Bonanni si stabilì in Abruzzo raggiunto in seguito dal figlio Gaspare dal quale venne chiarissima discendenza che, durante la dominazione dell'imperatore Carlo V e dei principi spagnoli di casa d'Austria, fu ricca dei feudi di Crecchio e Castelnuovo e poi di quello di Ocre cui tenne con potere di signoria fino al 1806, epoca in cui per le nuove Costituzioni d'Europa fu estinto in Italia il feudalesimo.Nel 1193 Ugone, nelle guerre di successione al regno delle Due Sicilie tra Tancredi d'Altavilla (Re di Sicilia dal 1189 al 1194) e l'imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, tenne le parti dello Svevo insieme ai Pisani e ai Genovesi che con le loro flotte aiutarono l'imperatore. Vedi le opere di P. Lorenzo Raioli: "Storie delle famiglie di Pisa" e di Roberto Pisanelli: "Famiglie antiche di Pisa".
Per le vicende della Repubblica così famose nelle storie medievali, causate dalle ire partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, che tennero divisa e lacerata l'Italia nei secoli XII, XIII, XIV, i Bonanno di Pisa si trasferirono in Sicilia.
Qui, per lo splendore del casato e per la ricchezza del loro patrimonio i Bonanni ottennero il favore dei principi di casa d'Aragona e per munificenza di Giacomo II il Giusto e poi del fratello Federico II, cui avevano giovato di consigli e di aiuti nelle guerre con la Regina Giovanna I di Angiò, si ebbero nell'isola dignità ed onori. Giovan Giacomo infatti, che nel 1285 con il fratello Cesare andò nell'isola per le contese avute con la nobile famiglia dei Gualandi di Pisa, fu Gran Cancelliere di Sicilia come appare da un privilegio del 1285 estratto dall'archivio di Barcellona, dove si legge: "Ego Ioannes Bonanni magnus Siciliae Cancellarius testor".Per le vicende della Repubblica così famose nelle storie medievali, causate dalle ire partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, che tennero divisa e lacerata l'Italia nei secoli XII, XIII, XIV, i Bonanno di Pisa si trasferirono in Sicilia.
Qui, per lo splendore del casato e per la ricchezza del loro patrimonio i Bonanni ottennero il favore dei principi di casa d'Aragona e per munificenza di Giacomo II il Giusto e poi del fratello Federico II, cui avevano giovato di consigli e di aiuti nelle guerre con la Regina Giovanna I di Angiò, si ebbero nell'isola dignità ed onori.
Giovan Giacomo infatti, che nel 1285 con il fratello Cesare andò nell'isola per le contese avute con la nobile famiglia dei Gualandi di Pisa, fu Gran Cancelliere di Sicilia come appare da un privilegio del 1285 estratto dall'archivio di Barcellona, dove si legge: "Ego Ioannes Bonanni magnus Siciliae Cancellarius testor".Nel 1342, sotto il regno di Ludovico, Francesco Bonanni fu chiarissimo giureconsulto, giudice e consultore del Re
Durante il regno di Federico III (Re di Sicilia dal 1355 al 1377) succeduto al fratello Ludovico, Giovanni Bonanni diede in prestito a quel Re 2000 fiorini d'oro per le spese di guerre in terraferma da pagarsi sugli introiti della Real Corte sopra l'università di Caltagirone ove dimorava Giovanni per le nozze contratte con la figlia di Nicolò di Sacca barone di quella terra, guerre che, non essendo stata eseguita la pace di Caltabellotta, che prevedeva alla morte di Federico II la restituzione della Sicilia agli Angioini, si protrassero fino a quando Giovanna I di Angiò rinunciò, con la pace di Catania del 1372, ai diritti sull'isola.