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1. Il mare e la morfologia del territorio
Per
tutto il medioevo, come nell'antichità, Pisa ebbe un rapporto
specialissimo con il mare, che con le sue attività rappresentava
la principale ragion d'essere della città, ne caratterizzava
profondamente la vita in tutti i suoi aspetti, economici e sociali,
religiosi, culturali e politici, e determinava i peculiari caratteri
della sua storia.Per
comprendere meglio tutto questo, è necessario premettere alcune
brevi cenni alla morfologia del territorio, significativamente diversa
da quella moderna e contemporanea. La linea di costa era arretrata
di diversi kilometri rispetto all'attuale: nei primi secoli dell'alto
medioevo non era molto lontana da quella antica, quando il mare lambiva
S. Piero a Grado, in linea d'aria 4,5 km da Pisa e 6 km dalla linea
di costa odierna. Un leggero avanzamento avvenne prima del 1084, allorché
la chiesa di S. Rossore &endash;nell'attuale località Cascine
Nuove, 5 km dalla città&endash;, era presso il lido del
mare. Nei secoli successivi la linea di costa avanzò fino a
raggiungere, alla fine del medioevo, l'attuale località Torretta,
3 km dal lido attuale.La
città era collegata al mare e all'entroterra da un sistema
di fiumi navigabili, e di canali, in parte percorribili da piccole
imbarcazioni, punteggiati da porti ed approdi. Il principale asse
fluviale era naturalmente l'Arno, con un corso diverso dall'attuale,
caratterizzato da una serie di meandri. A Nord la città era
lambita da un altro fiume, praticamente scomparso in età moderna,
l'Auser, che almeno fino al V secolo sfociava in Arno, ma che prima
dell'VIII secolo si diresse verso Nord Ovest per sboccare in mare.
Ramo secondario dell'Auser era l'Auserclus, odierno Serchio, che pure
formava meandri.In
una tale situazione, la città possedeva un complesso sistema
portuale integrato di approdi marittimi e fluviali e/o lacuali, tra
loro collegati e interdipendenti, incentrato da un lato su Porto Pisano,
posto a Sud della città nell'ambito della vasta laguna di Stagno,
e dall'altro sul porto fluviale cittadino, affiancati da una serie
di altri porti o approdi minori sul mare e sulle acque interne. Esistevano
inoltre altre due ampie aree lacustri, il lago di Massaciuccoli, più
vasto dell'attuale, unito al Serchio da canali navigabili, e il lago
di Bientina o di Sesto, ora scomparso, formatosi tra la fine dell'antichità
e l'inizio del medioevo, collegato all'Arno dal canale navigabile
del Cilecchio, che sboccava a Bientina, e all'Auser, rendendo perciò raggiungibile anche da questa parte Lucca per via d'acqua.
2.
L'alto medioevo
Allorché
i Longobardi, entrati nel territorio italiano nel 569, intrapresero
l'occupazione della Tuscia, conquistando Lucca e la Val d'Era e giungendo
sino a Populonia negli anni 574-576, Pisa resistette, trasformandosi
in una base militare avanzata dell'impero bizantino, una città
portuale priva di retroterra, mentre buona parte del suo territorio,
conquistato dai Longobardi, entrò a far parte del ducato e
della diocesi di Lucca. Soltanto dopo il 603, verosimilmente ad opera
del re Agilulfo (morto nel 610), Pisa entrò a far parte del
regno longobardo. Sotto il nuovo dominio, la città divenne
centro di una circoscrizione militare e amministrativa, una iudiciaria,
forse istituita dal re Grimoaldo (664-671). Nel 774 anche la nostra
città, come il resto del regno longobardo, passò sotto
la dominazione dei Franchi.I
pochi documenti superstiti dei secoli VIII e IX, unitamente ai dati
di recenti scavi archeologici, delineano l'immagine di una città
vivace, politicamente stabile ed economicamente abbastanza florida.
Pisa conservò le sue funzioni portuali, ancorché con
navigazione di piccolo cabotaggio e con un raggio d'azione ristretto
all'orizzonte ligure-tirrenico, intrattenendo rapporti con la Corsica
e la Sardegna. Navi pisane, accanto a quelle genovesi, dovettero far
parte delle flotte che i Franchi organizzarono nel Mediterraneo occidentale
per cercare di contenere o contrastare &endash;se possibile&endash;
gli attacchi musulmani: forse da Pisa partì nell'826 la flotta
comandata dal conte di Lucca Bonifacio II contro i Musulmani d'Africa,
l'unica spedizione marittima mai tentata dai Franchi.Nell'impero
carolingio Pisa, governata da un proprio gastaldo, fece parte della
contea-ducato di Lucca e divenne sede di un conte solo nel corso del
X secolo, periodo in cui il ruolo della città, legato ad un
incremento quantitativo e qualitativo dell'attività marittima,
si fece sempre più importante. L'ampliarsi
dell'orizzonte marittimo è testimoniato sia dalla presenza
pisana in Calabria al fianco dell'imperatore Ottone I contro i Musulmani
della Sicilia e dell'Africa settentrionale sia dalle fonti archeologiche,
che mostrano la presenza di ceramica islamica della seconda metà
del X secolo proveniente dal Mediterraneo occidentale, anche se non
sappiamo se si trattasse di rapporti diretti con le zone di produzione
o se piuttosto si debba pensare ad empori intermedi. Un rapporto diretto
con il mondo islamico è ad ogni modo verificabile nell'XI secolo,
quando il capostipite di una delle maggiori casate consolari cittadine,
i Casalei, si denominava Leone di Babilonia (Babilonia è il
Cairo) e Buschetto costruiva una cattedrale con precisi riferimenti
a modelli islamici.
3.
Verso una nuova politica mediterranea
Dall'inizio
dell'XI secolo aumentano le informazioni sulla sempre crescente attività
marittima dei Pisani, che aveva ormai realizzato il salto di qualità
verso una politica più aggressiva e intraprendente. Sulla facciata
della cattedrale un'epigrafe esalta le imprese navali compiute contro
i Musulmani nei primi decenni dell'XI secolo &endash;nel 1005
a Reggio Calabria, nel 1015-1016 in Sardegna e nel 1034 a Bona, l'odierna
Annaba in Algeria&endash;, e un'altra, relativa alla fondazione
dell'edificio nel 1064, celebra l'impresa contro Palermo del 1063,
mentre la spedizione del 1087 contro le città ora tunisine
di Al Mahdia e Zawila fu cantata in un carme metrico. Negli stessi
anni Enrico IV riconobbe ai Pisani nel 1081 le "consuetudini
che hanno per mare". In
questo contesto assumono una valenza particolare le origini dell'autonomia
comunale &endash;la prima menzione dei consoli risale infatti
agli anni 1080-1085&endash;. Il grande sforzo collettivo dei Pisani,
che forgiò la comunità cittadina e le impresse il suo
marchio, furono le imprese marittime, cui tutti parteciparono, "maggiori,
mediani e ugualmente minori", come recita l'epigrafe della fondazione
della cattedrale. Questa unità d'intenti, suscitata e promossa
dal mare, trovò la sua espressione materiale nella costruzione
di una nuova e splendida cattedrale e non a caso dunque su di essa
furono apposte le epigrafi che celebravano quelle imprese. Nella
seconda metà dell'XI secolo dunque Pisa ci appare in piena
espansione, politica, economica e sociale. La città manifestò
una notevole forza d'attrazione sul territorio circostante, che rapidamente
si coordinò intorno al centro cittadino e non si collocò
in posizione conflittuale con esso. Il suo rapido e precoce sviluppo
comunale impedì o limitò la formazione di giurisdizioni
concorrenti e la città attrasse le famiglie del territorio,
che vi si inserirono pienamente, contribuendo alla formazione di un
ceto dirigente dalle caratteristiche peculiarità, che agli
interessi più schiettamente terrieri e cittadini connessi con
i possessi fondiari associava strettamente quelli legati al mare e
al commercio transmarino, con un'intensa attività armatoriale,
mercantile e finanziaria.Tali
attività marittime coinvolgevano tutta la fascia costiera,
ove i Pisani cercavano di usufruire di approdi sicuri lungo le rotte
da essi frequentate, preoccupandosi d'instaurare un più attento
controllo territoriale, dapprima attraverso i rappresentanti del potere
regio, i marchesi di Tuscia, che promossero la fortificazione dei
centri legati ai porti principali della contea di Pisa, Vada e Livorno,
a ridosso di Porto Pisano, e di quelli che controllavano gli accessi
alla costa, Nugola e Rosignano Marittimo. Una particolare valenza
nel campo della difesa della costa e della sicurezza della navigazione,
nel contesto dell'azione antisaracena condotta dai Pisani in accordo
con il papato nell'ambito della più generale riscossa cristiana,
ebbero la fondazione presso i migliori approdi della costa a Sud di
Porto Pisano di due monasteri, S. Felice di Vada (prima del 1052)
e S. Giustiniano di Falesia nel 1022. I monaci di quest'ultimo cenobio
promossero la costruzione del vicino castello di Piombino, sotto al
quale poté svilupparsi un altro impianto portuale. Questi porti
avevano un ruolo importantissimo sulle rotte per l'isola d'Elba con
le sue miniere di ferro e le sue cave di granito, per le altre minori
isole tirreniche e per la Sardegna, produttrice di sale, argento e
grano, e come collettori dei prodotti &endash;cereali, sale, metalli&endash;
forniti dal territorio circostante e utilizzati dai Pisani per l'approvvigionamento
cittadino e per il commercio.Alla
fine dell'XI secolo Pisa, ormai governata da propri magistrati, i
consoli, si configurava come una grande potenza marittima, con un
ruolo di primaria importanza nella politica pontificia, sì
che alla fine dell'estate del 1077 il papa Gregorio VII incaricò
il vescovo Landolfo della legazia papale nell'isola di Corsica. Un
quindicennio più tardi il vescovo Daiberto ottenne dal papa
Urbano II dapprima, nel 1091, il vicariato apostolico nell'isola di
Corsica, poi, il 21 aprile 1092, i diritti metropolitici sulle diocesi
di quell'isola, trasformando il vescovado di Pisa in arcivescovado
o metropoli, e infine la legazione nell'isola di Sardegna. Daiberto
fu molto legato al papa Urbano II e lo seguì nell'Italia settentrionale
e in Francia, ai concili di Piacenza e di Clermont, in cui fu predicata
la I Crociata. All'impresa i Pisani parteciparono nell'autunno 1098
con un'imponente flotta di 120 navi al comando dello stesso arcivescovo,
che, rimasto in Terrasanta, fu per la sua grande capacità ed
esperienza eletto patriarca di Gerusalemme. Pochi anni dopo, nel 1113-1115
i Pisani promossero e condussero a termine con Genovesi, Provenzali
e Catalani un'importante impresa navale contro i Musulmani delle Isole
Baleari.
4.
L'età delle promesse e del consolidamento
Il
XII secolo rappresenta veramente l'età d'oro della città.Il
predominio pisano sulle isole di Corsica e di Sardegna, a sua volta
legato al controllo del Mediterraneo occidentale, provocò,
tra il secondo e il terzo decennio del XII secolo, una rivalità
sempre crescente con Genova, città ugualmente interessata sia
alla Sardegna e alla Corsica sia al commercio mediterraneo. Una prima
composizione del contrasto, che avrebbe contrassegnato tutto il XII
e il XIII secolo, fu opera del papa Innocenzo II, che per le necessità
della lotta conto l'antipapa Anacleto, alleato con i Normanni dell'Italia
meridionale, aveva bisogno dell'appoggio delle due rivali. Così
nel 1133 il papa riuscì a concludere la pace tra le due città
e, per eliminare la materia prima del contendere, cioè la questione
della Corsica, eresse la diocesi di Genova in arcidiocesi, sottoponendole
i vescovadi di Bobbio e di Brugnato e le tre diocesi còrse
di Mariana, Nebbio ed Accia. Come risarcimento della perdita di metà
della Corsica, Pisa ottenne nel 1138 i diritti metropolitici sopra
i vescovadi di Galtellì e di Civita in Sardegna e di Massa
Marittima in Toscana, la primazia sulla provincia metropolitica di
Torres e la conferma della legazione in Sardegna. In seguito, nel
1176, l'arcivescovo di Pisa ottenne anche la primazia sulle arcidiocesi
sarde di Cagliari e di Arborea.Nel
secondo quarto del XII secolo dunque l'alleanza con il papato e l'impero
schiudeva a Pisa nuove e più ampie possibilità d'espansione
nel Mediterraneo. L'area pisana si configurava come un centro portuale
con raggio d'azione internazionale, in un contesto in cui Porto Pisano
assunse una grande importanza sia come scalo commerciale sia come
tappa per viaggiatori e pellegrini diretti a Roma, a Gerusalemme o
verso la Francia meridionale e Santiago di Compostella. L'azione della
città era concentrata sullo sviluppo delle potenzialità
marittime e commerciali, alla ricerca di sbocchi commerciali e di
sicure basi d'appoggio, soprattutto in Oriente e nell'Africa settentrionale.
I Pisani credettero di aver trovato il modo giuridicamente più
sicuro e più rapido per consolidare le proprie conquiste e
per progettarne di nuove nell'appoggio offerto all'imperatore Federico
I Barbarossa, al quale la città legò sempre più le proprie sorti a partire dal 1158, fidando nelle concessioni e nelle
promesse del sovrano.Infatti
l'esigenza di assicurarsi un retroterra militarmente sicuro ed economicamente
fruttuoso aveva ormai spinto il Comune di Pisa ad una politica volta
a garantirsi il diretto controllo economico e politico di un territorio
ben più ampio dell'antica contea del X secolo, un territorio
che comprendeva non solo l'estesa fascia costiera dalla Versilia al
fiume Bruna, ma anche le valli degli affluenti di sinistra dell'Arno
fin quasi a Montopoli. Attraverso il controllo dell'area costiera
e dei suoi approdi, Pisa si assicurò il monopolio commerciale
della Toscana e quindi cercò in tutti i modi d'impedire che
altre città toscane potessero usufruire di propri porti, come
ad esempio nel caso del porto di Motrone, promosso da Lucca,
e distrutto dai Pisani.Gli
anni Sessanta del XII secolo rappresentarono un decennio fondamentale
di programmazione politica, quando non solo si procedette alla riorganizzazione
del contado e alla realizzazione d'importanti opere pubbliche, come
la ristrutturazione del sistema portuale, ma anche alla codificazione
delle leggi e del diritto consuetudinario e marittimo nei due costituti
rispettivamente della legge e dell'uso e ad alla creazione di un nuovo
ordinamento giudiziario e amministrativo della città.
5.
Dalle prime incrinature alla crisi
All'inizio
del 1189 i Pisani, ancora una volta guidati da un loro arcivescovo,
Ubaldo, parteciparono alla III Crociata, in un quadro però ben diverso da quello della I Crociata.Ora
il ceto dirigente cittadino era dilaniato da dissensi interni, che
portarono nel 1190 all'esperimento costituzionale della nuova magistratura
del podestà nel tentativo di trovare soluzione alla crisi che
colpiva il Comune. Forti contrasti sociali e gravi tensioni politiche
caratterizzarono la vita cittadina nei decenni successivi, per la
volontà di ceti sociali emergenti, dotati di forza economica
e organizzati nelle Quattro Arti, di partecipare alla gestione del
potere, detenuto dall'aristocrazia consolare organizzata nei due Ordini
del Mare e della Mercanzia, e per la formazione delle fazioni, che
avrebbero segnato tutto il secolo, capeggiate dalle due maggiori casate
cittadine, rispettivamente i Visconti &endash;la più importante,
prestigiosa e ricca delle famiglie del ceto consolare&endash;
e i conti Della Gherardesca, entrati relativamente tardi in città,
ma forti di un vasto patrimonio fondiario e di una fitta rete di rapporti
con enti e famiglie cittadine.In
tale situazione maturarono importanti mutamenti istituzionali: il
consolato gradualmente scomparve, sostituito dal podestà, dagli
anni Venti del Duecento cominciò a formarsi l'organizzazione
del Popolo, dagli anni Trenta si allargò la base del Consiglio
Generale, di cui poco prima della metà del secolo fecero parte
anche i rappresentanti delle Quattro Arti. Infine, nel 1254, il Popolo
prese il potere e a capo del Comune comparvero gli Anziani.All'esterno,
Pisa legò ancora le proprie sorti all'impero nella figura di
Federico II e si avviò a divenire il campione del ghibellinismo
politico toscano: tutta proiettata verso il Mediterraneo, la città
si isolava sempre più dall'entroterra toscano, ove nella seconda
metà del Duecento Pisa perse il monopolio commerciale, mentre
cresceva il ruolo economico di Firenze.Una
prima grave crisi si verificò alla morte di Federico II nel
1250 con ripresa del guelfismo, che, soprattutto dopo la sconfitta
di Manfredi di Svevia nel 1266 ad opera di Carlo I d'Angiò,
dilagò vittorioso in Toscana e in Italia. Pisa era quasi perennemente
in lotta con Lucca e Firenze per il controllo dell'entroterra e del
commercio toscano, ma soprattutto con Genova per il controllo del
Mediterraneo e della Sardegna, elementi vitali per la città.
Il 6 agosto 1284 alla Meloria i Genovesi inflissero ai Pisani una
sconfitta navale molto grave, che a Pisa provocò squilibri
economici e demografici, poiché più di novemila Pisani
rimasero per quindici anni nelle prigioni genovesi, e contribuì ad accentuare gli elementi di crisi, anche se non ebbe quella funzione
determinante spesso attribuitale.Molto
più grave e decisiva fu invece nel 1324-1326 la conquista aragonese
della Sardegna, l'isola da cui il Comune pisano ricavava la metà
dei propri redditi, evento che segnò il definitivo tramonto
della grande potenza marinara della città, ridotta al rango
di potenza tirrenica. Pisa cercò allora di conservare la sua
funzione portuale di grande collettore dei mercati dell'Italia centrosettentrionale,
di "bocca della Toscana", come scrisse all'inizio del Quattrocento
il fiorentino Goro Dati. Questo non significò però una
diminuzione né della mole dei traffici né dell'importanza
del polo portuale pisano: più che di una diminuzione quantitativa,
si deve parlare di una contrazione qualitativa, cioè di un
restringersi del commercio marittimo pisano all'area tirrenica e all'Africa
settentrionale.Dall'ultimo
ventennio del Duecento, alla crisi istituzionale e politica che colpiva
il Comune si cercò soluzione attraverso esperimenti signorili,
affidati a personaggi della città come i conti di Donoratico,
i Dell'Agnello o i Gambacorta, ma anche esterni, come i Montefeltro
o Uguccione della Faggiola, intervallati dalla ripresa del normale
assetto istituzionale.Il
Trecento ci appare un periodo di lento ma progressivo declino, interrotto
da brevi momenti di brillante ripresa immancabilmente seguiti da nuove
e più gravi ricadute. Tra i momenti migliori possiamo ricordare,
durante la signoria del conte Fazio, l'istituzione ufficiale nel 1338
dell'Università, riconosciuta dal papa Clemente VI nel 1343.
Il
pericolo più forte proveniva da Firenze, la cui politica espansionistica
e conquistatrice aveva portato alla conquista di Pistoia nel 1331
e di Arezzo nel 1380, facendosi troppo pericolosamente vicina con
la sottomissione di Volterra nel 1361 e di S. Miniato nel 1370: Pisa
e il suo territorio erano ormai seriamente minacciati e la fine della
libertà sempre più vicina. I Pisani cercarono in tutti
i modi di allentare il nodo scorsoio che gli stava lentamente soffocando
fino a cercare un'alleanza con i Visconti di Milano: nel febbraio
1399 Gherardo d'Appiano vendette Pisa a Giangaleazzo Visconti, il
cui figlio Gabriele Maria però cedette la città ai Fiorentini
nell'agosto 1405. I Pisani allora si ribellarono e per tredici mesi
sostennero un duro assedio, finché il 9 ottobre 1406 le truppe
fiorentine entrarono vittoriose in città.