Storie e leggende Pisane.
Un grande Console della Repubblica Pisana: Coccus Griffi (Cocco Griffi)
Durante il suo consolato furono erette le mura che oggi vediamo, furono costruiti ponti sull'Arno e sul Serchio (fiumi che all'epoca si univano in Pisa), ampliate le fortificazioni di Porto Pisano, erette varie fortificazioni nel territorio alfeo e.soprattutto furono fondate una moltitudine di chiese-comunità in tutto il raggio d'azione della Repubblica di Pisa nel Mediterraneo. Il Mare Nostrum, appena liberato dalle orde di pirati musulmani, tornava a dare nuova linfa a tutto l'occidente imbarbarito da secoli di disgregazione e chiusura.
Da questo secolo riparte il progresso. L'arte, stanca e ormai fossilizzata sugli schemi bizantini, si apre a nuovi influssi che provengono dal mondo islamico e matura un nuovo linguaggio che condizionerà tutto l'Occidente. Siamo all'apice della potenza della Repubblica Pisana, era appena finito il papato del pisano Bernardo de' Paganelli di Montemagno (Eugenio III) e San Bernardo stesso legittimava il disegno di Pisa e dell'Impero alfeo esclamando: "adsumitur Pisa in locum Romae!", si scelga Pisa al posto di Roma!
Questo era il progetto chiaro al Borchardt e a poche altre persone, sconosciuto ai più: Pisa, "Novella Roma", era la nuova capitale dell'Impero. La sua posizione centrale nel Mediterraneo; la sua potenza navale , con legni solidi e agili, capaci di spostarsi velocemente in ogni luogo dell'Impero; la sua grandezza (ricordiamo che le mura del Griffi sono, non a caso, le più estese del Medioevo e potevano accogliere, come successe, Papi e Imperatori con i loro eserciti per anni); la sua inespugnabilità , con le mura in solido verrucano che neppure i cannoni dell'esercito franco-fiorentino riuscirono a scalfire tre secoli dopo, e fiumi e paludi che rendevano difficoltoso qualsiasi tentativo di conquistare la città da terra; tutte queste caratteristiche spinsero i potenti di quel secolo e di quello successivo a scegliere Pisa come nuova capitale dell'Impero. Di questo grandioso disegno sono andate perse le tracce e per noi rimane come un segreto che forse "l'alto Arrigo" sepolto in Cattedrale porta con sé per l' eternità.
Kinzica dè Sismondi.![]()
Narra la storia, che in un passato buio e dimenticato, i mari venivano dominati dalle orde musulmane.Le città costiere venivano depredate, i loro abitanti uccisi(i fortunati) o rapiti per essere rivenduti nei mercati dell'Islam come schiavi.Nel 1005 pisani distruggono una flotta saracina in Calabria.L'occupazione saracena, stabile e ben organizzata, ridusse i pochi abitanti alle condizioni di vassalli (dsimmi), mentre la vicina Sicilia (già sotto gli Arabi) servì di base per incursioni nella regione e nell'Ausonio (Mar Tirreno).
Gli invasori furono indirettamente favoriti dalla disgregazione del ducato longobardo in quanto l'anarchia generale spingeva i singoli a cercare appoggi dal di fuori. Così i Saraceni poterono stanziarsi a Metauria distruggendo chiese e monasteri vicini, imponendo forti taglie sugli abitanti e via di seguito.
Subito dopo l'anno Mille, ripresero le scorrerie spingendosi anche all'interno ma un fatto nuovo era destinato a mutare il corso degli eventi futuri. I Saraceni, nel 1004, saccheggiarono Pisa. Per tale motivo, i Pisani (allora notevole potenza marinara) nell'agosto del 1005, al largo della costa del golfo di Gioja, distrussero la flotta saracena in una memorabile battaglia navale che determinò l'abbandono di ogni velleità di ritentare gli assalti in Calabria e, soprattutto a Reggio, Metauria e a Taurianum.
Nel 1005 papa Giovanni XVIII, preoccupato dell'avanzata dei Saraceni, giunti a Reggio Calabria, chiamò i Pisani in aiuto e mentre essi assediavano la città, il saraceno MUGAMID (musetto), partito dalla Sardegna, sbarcò a Pisa. È in questo contesto che si colloca la leggenda di Chinzica Sigismondi.La leggenda narra che una notte dell' anno 1005 mentre i pisani erano ad assediare Reggio Calabria con la loro flotta, il saraceno Mugamid entrò in Pisa a uccidere, depredare e rapire le persone per venderle come schiavi e indebolire così la forza di questa potente nemica.La nostra signorina che allora era molto giovane nonchè appartenente ad una delle famiglie nobili cittadine, riuscì a scorgere le orde nemiche che si muovevano furtive nella notte e senza pensarci andò di corsa a suonare le campane per avvertire la popolazione dell'imminente pericolo.Fù per sorpresa o per paura di trovare una forte difesa, che i saraceni si dettero alla fuga e la città fu salva grazie a quella che è diventata l'eroina della città di Pisa.La storia ci narra che Mugamid perse una grande occasione perchè nel giro di pochi decenni la Sardegna non solo fu conquistata e riportata nella cristianità ma servì da esempio per le conquiste successive del mondo occidentale.Kinzica era anche il nome del quartiere di San Martino, ed era famoso in tutto l'occidente per essere uno dei pochi luoghi dove si potevano incontrare arabi, parti, caldei e in genere tutti quei mercanti che a Pisa venivano per i loro commerci.Kinzica è un nome che proviene dall' arabo.
Sulle origini della lingua italiana
I più antichi frammenti di iscrizioni in italiano volgare risalgono a molto prima dell'anno mille.
questi frammenti ci fanno capire che Dante ha scritto nella lingua che i Pisani parlavano già da oltre mezzo millennio.
DOCUMENTOPISANO (730) - "de uno latere corre via pubblica "DOCUMENTOPISANO (746) - "de uno latum decorre via publica"DOCUMENTOPISANO" (816) - "avent in largo pertigas quatordice, in transverso de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso...".Sempre sull'origine della lingua italiana: (conto navale Pisano reperito a Filadelfia)Meno noto, ma non meno importante, del patrimonio archeologico e artistico di Pisa, è il patrimonio costituito dai testi scritti che accompagnano la storia della città attraverso i secoli. A Pisa e all'epoca della sua grande potenza marinara appartiene il più antico documento steso in un volgare toscano che ha già i caratteri dell'italiano, cioè un conto navale reperito a Filadelfia e risalente a fine XI-inizio XII secolo. Attraverso Pisa passano larga parte della tradizione manoscritta della lirica duecentesca e importanti volgarizzamenti dal latino e dal francese, mentre ad ambienti pisani rinviano vari manoscritti di romanzi cavallereschi in antico francese.(vedi Rustichello da Pisa e i romanzi Arturiani)1. La carta Pisana di Filadelfia Conto navale in volgare pisano dei primi decenni del sec. XII°
[I] n nomine domini amen. a restaiolo. lis. vi. al marmuto. sol. … [t] imone. sol. xxv. in remora. col filio Orselli. sol. xxx. alo ispornaio sol. xxxx. in sorti [d] r. iiii. in sorti. dr. iii. conciatura. dr. i. in canapi. ii. dr. xvii. in sinopita. dr. i. serratura di timo [n] e. sol. iiii. e dr. vii. al restaiolo. sol. xx. in timone. lis. v. alo ispornaio. sol. xx. a Gherardo Ciguli taule. sol. xl. alo ispornaio. sol. xx. ad Amico. sol. xx. iscaricatura. dr. xii. intra guardatura [e] discaricatura. dr. xvii. a Bonacio. sol. xx. serratura di matieia. dr. xxviiii. a Ramondino. filio Orsi [s] ol. xv e dr. viii. di subielli. in corbella. dr. ii. intra marcho e sorti e serra dr. xv. serratura di cora [l] e. dr. i. in legname da colonne. dr. xiii. ad Amico. sol. xxv. in coppi. dr. ii. adesatura di serra. dr. iii. ad Amico. sol. v. nelo lecio. sol. x. taliatura dolatura e aducitura. dr. xxi. inn aguti.dr. iii. Anrigo fece dare alo restaiolo. sol. xx. intra Oghicione e Pisanello. lis. iii. inn amschere. [d] r. xx. serratura di timone. a Pilotto. dr. xxxiiii. in vino dr. iiii. pisone di boteghe. dr. xxxxi. [i] n sorti. dr. v. inn agusti ispannali. dr. xii. in vino. dr. v. aductura di remora. dr. iiii. a maestro [d] i mannaia. dr. vi. a Gualandello. dr. vi. a Oghicione. sol. xx. a Pilotto. sol. iii. e dr. v. serra [t] ura. e dela pianeta. dr. xviiii. dispennatura di timone. dr. iiii. in pece. sol. xxvii. [e] dr. v. alo ispornaio. sol. xx. a Guala [ndello dr.] viii. disscaricatura di quatrati. [...] in vino. dr. v. in trivelle. dr. [...] a Martino testore. dr. v. [...] xxx. a polamari. serratura di matieia. dr. [...] in sorti. dr. iiii. [...] dr vii. in pali. dr. vi. [...] dr. xii. in pechi. dr. xii. [...] aductura di remora. dr. vii. a manoale. dr. vi. [...] sol. v. salvamento di taule.
La lingua sardo-logudorese del XIV° secolo ed il volgare pisano.èra proprio il sardo-logudorese la lingua parlata a Sassari nel 300? Il Costa nella sua storia di Sassari è convinto di no e porta in esempio un atto di vendita di quel tempo scritto in pisano: La somiglianza fra la lingua di questo documento ed il Sassarese attuale è impressionante: Ciò vuol dire che il sassarese più che dal sardo deriva dal pisano. Allora perché Sardo se voleva che il popolo li capisse? Possiamo supporre che le ragioni fossero due:Gli Statuti erano diretti non solo alla città di Sassari (dove si parlava una lingua fortemente influenzata dal Pisano, ma sicuramente si comprendeva anche il Sardo che veniva usato dalle classi colte), ma erano diretti anche alla popolazione della Curatoria di Sassari (la Provincia) dove certo si parlava il Sardo.Il Sassarese, così fortemente influenzato dalla lingua di Pisa, sicuramente in periodo filo-genovese veniva disprezzato da un podestà che veniva da Genova e quindi non poteva essere celebrato come lingua ufficiale.Quindi il dialetto Sassarese, su una vaga base sarda, deriva in gran parte dal Pisano con aggiunte successive di Corso e di molto Spagnolo. Confrontiamo alcune frasi tratte dal Codice Pisano con la loro traduzione sassarese e ci renderemo conto di come sono simili le due lingue.Dal Codice Pisano:Pagare si débbia per il dicti due homini, li quali non siano chiamati. Si venda lo sucoro senza paraula di li Consoli. E se lo capitulo non osservano, càggiano in pena da li diece a li vincti soldi e siano da l’uffizio cacciati; e si creda alla simprice paraula. Li banchi uni si venda. La giarra dello catrame e la coscia di babacia. L’aggio fatto. Vieni con meco. Chelle cose sopra dicti. Dissocto u di sopra possano e debbono passare li dicti due homini.Sassarese:Pagà si debia par li dicti due homini, li quali non siano ciamati. Si vendia lu zucaru senza paraula di li consoli. E si lu capitulu no osservani, càggiani in pena da li dezi a li vincti soldi, e siani da l’uffiziu cazzati; e si credia alla simplizi paraula. Li banchi undi si vendi. La jarra di lu catramu e la coscia di bambazi. L’aggiu fattu. Vieni cun meco.Chiddi cosi sopra dicti. Dissottu o di sobra possiani e débiani passà li dicti dui homini.
La "CARTA PISANA".vedi foto
La più antica carta nautica conservata, attualmente presso la BNF di Parigi, è una rappresentazione cartografica su pergamenta, estremamente dettagliata e di grande precisione, del bacino del Mediterraneo fino al Mar Nero. Anonima e non datata, ma attribuibile alla metà del Duecento, prende il nome dall'esser stata reperita a Pisa.
Oltre all'indicazione della scala e al fitto reticolo di rombi tipico delle carte medievali, si noti anche la ricca toponomastica soprattutto quanto alle coste mediterranee
La preghiera dell'angelus
Nel chiostro della chiesa di San Francesco, presso uno dei lati del colonnato (XV secolo), c'è l'antico salone, detto “Capitolo di S. Bonaventura; lì nel 1263, questo santo tenne un'importante riunione, durante la quale venne istituita la preghiera dell”Angelus”.
La basilica di San Piero a grado.
La prima chiesa d'occidente,prima ancora di arrivare in Roma, fù fondata dallo stesso San Pietro al suo sbarco a Porto Pisano, di questo antico ed illustre passaggio, rimane un altare arcaico datato ai primi anni dell'era cristiana ed un documento in vaticano detto il Panteon che dice:.... ...... de conservationibus Altareis, circa medis, B. Petrus ... primum Altare lapideum In Italiam erexit statim cum transfetavit circa littora Pisanorum hodie dicitur ecclesia S.ti petri ad gradus qua ecclesia posteaconsacravit Papa Clemens Primus.
La spina di Cristo.
Forse non tutti sanno che nell'antica chiesetta di Santa Chiara, edificata insieme all'omonimo ospedale nel XIII secolo, è conservata una delle reliquie più preziose per la cristianità:una spina della corona di Cristo.Ma quello che nessuno sà, o forse pochissimi sanno, è che fino al 1650 anno in cui scrive il Setaioli la sua Historia di Pisa, era conservata in Pisa una reliquia della Santa Croce, regalata a Pisa nientedimeno che da il principe dei templari, il monaco San Bernardo da Chiaravalle, accompagnando tale dono da una lettera piena di omaggi e benedizioni per Pisa.Bernardo quale scrivendo a i Pisani lasciò di loro questa perpetua memoria per l'affetto de quali testificò ancora il medesimo nel gran dono che fece alla Chiesa Pisana del legno della Santa Croce Tesoro il maggiore che racchiuda in sè la città di Pisa venendo da mani di cui non si può dubitare havendo hauto S. Bernardo si stretta amicitia con molti potentati della Cristianità.Adesso questa reliquia si trova in San Francesco assieme ad altre reliquie di notevole valore quali la veste della SS. Vergine ; un piccolo osso di S. Antonio da Padova; un pezzo di tunica indossata da S. Francesco .
‘Lettera di san Bernardo ai Pisani: Pisanis viris consulibus con consiliarijs et civibus Bernardis Abbas dictus de ClaraValle salutem et Pacem et vitam aeternam. Bene faciat vobis Deus et meminerit fidelis sevitijs et pie compassionis et consolationis et honoris quae sponsae filijs eius in tempore malo iet in ... afflictionis suae exibuistis et exibetis. Et qui de hoc iam ....... ex parte et orationis huius nonnullus ......... ......... . Digna plane retributio celeri ... compensatur effectu. Iam pro .... tecum ..... Deus. Populus quae elegit in haegreditate sibi. Omnino populum acceptabilae’ La porta Aurea.Pochi sanno che i Pisani erano orgogliosi di portare la legge e la civiltà occidentale per il mondo allora conosciuto.Avevano flotte armate molto potenti e si gloriavano ed eran riconosciuti come la novella Roma, di cui avevan ricalcato l'organizzazione militare e legislativa, e come essa, avevano il loro arco di trionfo costituito dalla leggendaria
PORTA AUREA
dalla quale passava la flotta e i condottieri pisani di ritorno dalle imprese per mare con i ricchi tesori conquistati Il Della Faggiuola fu il primo condottiero non pisano accetto a passare in trionfo sotto la porta aurea,ciò era considerato un grande onore. Adesso la porta aurea non esiste più, esiste però una lapide antichissima che testimonia la presenza della porta dove adesso sorge la piccola chiesetta dei Galletti.VEDI LAPIDE MARMOREA. Con probabilità, doveva essere stata presa a modello da quella famosa di Bisanzio, sotto la quale passavano i condottieri carichi di tesori di ritorno dalle campagne di conquista. Tale porta si diceva aurea perchè interamente ricoperta da lamine d'oro.
Approfondimenti sulla porta aurea a cura di Algido Tricolonio pastore della Colonia Alfea dei Monti Pisani:
Ho letto sulla stampa locale di alcune ipotesi sulla collocazione della cosiddetta “Porta d’Oro, dove era collocata anche la statua (gigante) del console Rodolfo (statua forse derivata dal culto di Ercole, ben presente a Pisa nel III secolo d.C.)” e vorrei conoscere se qualche visitatore del sito ha mai segnalato notizie del percorso della strada etrusca, descritta dal geografo greco Pseudo Skylax nel IV secolo a.C., che collegava Pisa a Spina (Comacchio - Ferrara) attraverso Lucca e di cui allego un articolo a firma di Gianfranco Bracci:
http://www.viaetruscadeiduemari.it/index.html
Per ricercare infatti la Porta d’Oro (o Aurea) e la collocazione del Gigante di Pisa (statua del Console Rodolfo) credo si debba fare riferimento alla più antica iconografia (attestata dal Vasari nel 1567 e collocata nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze) che è stata oggetto dello studio di Giuseppe Scalia “Il console Rodolfo e Ferdinando I de’ Medici: per la storia di due statue pisane” dove è ben visibile una statua “gigante” di fronte all’attuale volta di entrata al vicolo del Tidi
Si racconta infatti che quando il 31 Marzo 1588 l’illuminato sovrano Ferdinando I Medici (Granduca di Toscana dal 1587 al 1609) fece il suo ingresso a Pisa su un cavallo bianco, enormi furono i cerimoniali che la città preparò lungo il percorso che partiva da Porta San Marco e arrivava alla Reggia del lungarno, per festeggiare colui che avrebbe regnato su Pisa per quasi ventidue anni. La statua che ritrae il granduca in posa ieratica e distaccata ma di comando e di soccorso verso la figura femminile inginocchiata (simboleggiante Pisa) venne eretta nel 1595 a cura di 3 famiglie pisane: i Gaetani, gli Agostini ed i Cini che lasciarono impressi i loro stemmi nel basamento della statua. La statua, che oggi si trova in piazza Carrara, venne originariamente eretta sul lungarno di fronte a Palazzo Reale (ex domus dei Gaetani) e in corrispondenza dello sbocco di via Santa Maria e richiamava l’altra statua (andata perduta) del console Rodolfo (che era sul
lungarno boreale di fronte alla Maison Blanche), simboleggiante l'origine romana dell'antica Repubblica.
La Maison Blanche (sulla sinistra del Palazzo dell’Ussero) è stato il Palazzo della famiglia Parra in cui soggiornò Lauretta Cipriani, moglie di Giuseppe Montanelli. Una leggenda vorrebbe che dal Palazzo sarebbe partito il corteo con l’Albero della Libertà, quando i francesi repubblicani fecero il loro ingresso a Pisa alla fine del settecento. Passato in proprietà alla famiglia Feroci, gestori del vicino Caffé dell’Ussero, alla fine dell’ottocento, venne unito all’adiacente Palazzo Aulla-Franceschi, in angolo a via Curtatone, per ricavarne l’Hotel Nettuno, che è rimasto in attività fino alla metà degli anni settanta del novecento. “L’albergo Nettuno prendeva il suo nome dalla presenza di una statua romana del dio Nettuno, oggi non più in loco, che alcuni eruditi indicavano all’entrata dello scalo più importante della Repubblica medioevale a cui avrebbero attraccato trionfalmente le navi di ritorno dalla conquista delle
Baleari nel 1115; conquista che permise a Pisa di rafforzare le relazioni commerciali con i regni catalani e tutta l’area occitanica”. L’attuale facciata di Palazzo del Lupo Parra è stata realizzata dall’architetto Alessandro Gherardesca nel 1831 e ha dato all’edificio una “immagine decisamente mitteleuropea” in stridente contrasto al prospetto gotico del Palazzo Agostini: oggi un intervento innovativo di questo tipo farebbe gridare allo scandalo per lo “skyline” dei Lungarni, sottoposti purtroppo ad interventi “fotocopia”.
Ai nostri fini è invece interessante ricordare che i restauri della facciata della Casa dello Studente del 2001 (purtroppo la Soprintendenza ha permesso di tingere di giallo fiorentino il palazzo, cancellando dalla memoria dei pisani la bianca Maison dell’architetto Gherardesca) hanno evidenziato al suo interno i resti di una antica e altissima torre in verrucano. La torre era proprietà degli Azzopardi e poi di un ramo della famiglia longobarda dei Lanfranchi, che ne rimase proprietaria fino all’inizio del settecento, come risulta attestato dai lavori effettuati “sotto la volta della torre” (attuale vicolo del Tidi) nel 1710.
Ai nostri fini è anche interessante ricordare che le foto ottocentesche dell'edificio alla destra del Palazzo dell’Ussero (Palazzo Tilli o del Dado) lo mostravano completamente in pietra. All'interno (negli attuali bagni del ristorante Vecchio Dado) potrebbe esserci la cosiddetta "Porta Rossa o Porton Rosso" attestata intorno all'anno mille nelle vicinanze della chiesa di San Martino alla Pietra (attuale negozio cicli Papini).
Quindi entrambi gli edifici potrebbero essere stati ottenuti dalla ristrutturazione di edifici militari molto antichi: edifici realizzati completamente in costosa pietra e non nel più economico laterizio. Allora gli edifici erano forse posti a difesa dell'arrivo della via Aurelia e all’inizio della via Aemilia Scauri, di fronte al ponte romano (in legno) che dava accesso alla città passando sotto la Torre degli Azzopardi e poi dei Lanfranchi (poi detta Sottovolta dell’Ussero, attuale volta del vicolo del Tidi) ?
Eruditi pisani sostengono che la via Aurelia di quel tempo (II sec. a.C.) - lungo la costa Tirrenica da Roma verso Nord - si interrompesse a Pisa di fronte alla Chiesa di S.Cristina, cosicché per proseguire ulteriormente verso Nord si doveva attuare una pesante deviazione da Pisa attraverso Bagni di Pisa (Acquae Pisanae), Corliano, Rigoli e Ripafratta verso Lucca e poi verso la Val del Serchio (Auser) in Garfagnana cioè in quella zona che era denominata Forum Clodii, fino a Minucciano. In epoca romana il collegamento lungo costa tra Pisa e Luni era reso impossibile da due fattori fondamentali: la presenza delle paludi versiliesi, anticamente dette Fossae Papirianae, lungo la costa marittima e la presenza degli scomodi Apuani (più noti a quel tempo come Sengauni o Liguri Montani) sui crinali di monti circostanti (Alpi Apuane). Il collegamento diretto a est tra Pisa e Lucca verso Capannori (intorno al Monte Pisano) era reso invece difficile dalle paludi
che si estendevano da Vico Pisano fino a Bientina (Lago di Sesto o di Bientina) che è stato prosciugato in epoca moderna.
La Porta d’Oro e la Statua (gigante) romana potrebbero essere state poste proprio all’inizio della “via etrusca dei 2 mari” (poi Via Æmilia Scauri e quindi Via Julia Augusta) che, partendo dal probabile ponte romano in legno a Pisa di fronte alla chiesa di S.Cristina, conduceva a Lucca attraverso Acquae Pisanae (Bagni di Pisa) e poi in Gallia ed in Germania (via che divenne successivamente proprio la Statale dell'Abetone e del Brennero). Numerosi sono inoltre i reperti archeologici lungo la strada del Brennero (da Pisa a Lucca) di cui gli eruditi locali conoscono esattamente l’ubicazione.
Riguardo al culto Mariano.
Forse non è conosciuto il fatto che grazie ai Pisani, il culto Mariano prese nel medioevo grande importanza per la chiesa cattolica e tutt'oggi sussiste.In ogni parte del Mediterraneo dove mettevan piede, si preoccupavano di innalzare chiese che intitolavano quasi sempre a Santa Maria, come l'omonima cattedrale di Pisa.Maria, la più raffigurata nelle opere d'arte Pisane, era anche una delle effigi antiche di Pisa che con somma fede portavano nei loro stemmi, per tutto il mondo allora conosciuto insieme alla croce, la gramigna e l'aquila.
Le compagnie militari.
Narra il Volpe, che la città era divisa in contrade che si raggruppavano sotto le diverse chiese cittadine, un pò del resto come avevan sempre fatto, ogni potentato, dagli artigiani ai nobili agli armatori e commercianti, ogni categoria aveva eretto la sua chiesa che era luogo oltre che di preghiera, di assemblea cittadina dove partecipava attivamente tutta la popolazione per prendere le decisioni più importanti. Sempre il Volpe, riporta che nel 1237, attorno a queste chiese,si erano formate delle associazioni armate miste di popolani e militi conforme ad una certa proporzione fissata con criteri militari,ma tendenti ad eliminare ogni elemento magnatizio, si trovava la compagnia della spada, quella della Resta, degli Orbelli, di Porta a Mare, di Ponte Nuovo, della Rosa, della Lancia, del Leone Imperiale, del Corvo, della spina vecchia di dentro"attigua al vecchio ponte della Spina" e di fuori,(sorsero in seguito fuori mura compagnie col medesimo nome di quelle cittadine che probabilmente andavano a confluire gli interessi di più popolazione),della Viola, compagnia civium et villanorum, compagnia civium, magistorum lapidum seu tegularum, Della Tavola Rotonda, dei Sanguigni, dei Bingotti, della luna, del Giglio, dell'Aquila, della Branca, degli Spiedi, della Ciabrera, della Croce di San Sebastiano, della Croce di Santa Cristina, della Croce de Vite, di San Paolo,intitolate cioè alla chiesa od alle insegne del gonfalone.è possibile supporre che queste compagnie, avessero soprattutto una utilizzazione pratica nella vita dei singoli cittadini, che si riperquoteva nell'ordinamento sociale interno di ogni singolo individuo della corporazione, che aveva case chiese e interessi in comune con servizi di mutua assistenza, rifornimento di uomini organizzati per le tante guerre che il comune intraprendeva frequentemente, e in tempo di pace, fornivano uomini per la costruzione delle opere pubbliche(a differenza di chi pensa che nella costruzione delle opere architettoniche la manovalanza fosse fornita da schiavi, il Volpe parla di cittadini liberi che fornivano volontariamente(non sempre) mano d'opera soprattutto nell'erigere chiese, mura e torri difensive, manutenzione e escavazione dei canali, e varie altre funzioni che eran necessarie al mantenimento ottimale della città.Naturalmente le compagnie erano molto attive anche nei luoghi di traffico marittimo della repubblica, si ricorda la gloriosa Compagnia dè Vermigli, (veri corsari; dalla Corsica e da questi personaggi pisani e genovesi, deriva il nome corsari, che occupavano le acque dello stretto di Bonifacio punto di passaggio strategico di importanti traffici navali) che guidata dal Conte Segalari, si eran fatti gran fama di esser forti combattenti e grandi costruttori di torri e fortezze in tutto il Mediterrano.
La compagnia Deciauriera.
Nell'anno MCLXXII li nobili homini della Compagnia Deciauriera, così dicta, [armarono virilmente una galea e navigarono alla volta di Genova; in questo si impadronirono di una piccola nave proveniente dalla Corsica. Mentre sostavano, poi, all'altezza di Portofino, per mezzo di un bozza, di cui si erano impadroniti] a Gienovesi mandò a dire s'egli voleano co' loro conbatere, ghalea per ghalea, armando ellino la loro cho' piò potenti homini ch'ellino avesseno e che meglio a punto cb'elli la potesseno armare, chè quine l'aspettavano. Li Gienovesi non piacque loro quello partito volere fare. E partitosi di quine e navicando sopra l'isula de l'Erba, una ghalea di Gienovesi la caccia dava a una nave di Pisani, che fu quella che lle tre ghalee preseno de' Pisani sopra a Grado; e lla ditta nave venia da Ghaeta; andòno a soccorrere ditta nave. La ghalea de' Genovesi si messe in fugha et abandonò la nave. Et dipoi, navicando la ghalea de' Pisani sopra a Porcho, due ghalee di Gienovesi trovando in sull'aurora, l'andonno a investire; e, combatendo co' lloro e per virtù di Dio, una delle ditte due ghalee prese no e fue lo di di festa della Dicollatione di Santo Iohanni Batista. E lla dita gbalea con tutti li omini a Pisa condusseno il primo dì di calende settembre.
(Dalla Cronaca di Pisa di Anonimo, ms n. 54 dell'Archivio di Stato di Lucca, c. 48rB)
San Vittore di Marsiglia.
Nella chiesa di San Vittore a Marsiglia, vi è una lapide a ricordo dei mille soldati pisani che lì furono sepolti quando la flotta pisana faceva ritorno dalla guerra delle Baleari nei primi decenni del millecento. Bisogna dire che vi era un filo conduttore strettissimo che univa Pisa, la Sardegna, Marsiglia e le coste della Catalogna, isole comprese.Fu proprio dalla Sardegna e dalle Baleari senza dimenticarci del sud Italia che Pisa iniziò con le sue flotte, la liberazione delle coste europee dai musulmani per poi andare in terrasanta con la prima crociata. I documenti peraltro ci conservano di essi alcune memorie che meritano di esser raccolte, e valgono anche a correggere ciò che di quella chiesa variamente dissero gli scrittori pisani. Alcuni di questi infatti ci narrano che la chiesa di S. Andrea in Chinzica era anticamente un tempio dedicato alla Dea Venere, che poi fu ridotto al culto della nostra fede altri invece raccontano che fu fabbricata dai pisani dopo il loro vittorioso ritorno dall'impresa delle isole Baleari tutti poi sono con-cordi nell'affermare che i pisani, per dimostrarsi grati ai monaci benedettini di S. Vittore dei pietosi uffici che nel ritorno da quella gloriosa spedizione avevano ricevuti da loro a Marsilia, fecero donazione ad essi della chiesa e del monastero di S. Andrea poi se posero il fondamento di questa loro asserzione in una cronaca pisana stampata dal Muratori nella quale si legge: " Nel mille cento sedici il comune di Pisa con suo pericolo e fatica e spesa aveva cavato di man dai saracini Maiorica e Minorica, di che morta fue molta gente e buona de' pisani e sepolta a Marsiglia a una chiesa a nomeS. Vittorio, e però fue donata dal comune di Pisa alli monaci del detto luogo la chiesa di S. Andrea in Chinzica." Ma quanto si allontanassero dal vero questi scrittori è dimostrato da una carta finora inedita, la quale ci fa conoscere il tempo in cui fu edificata quel1a chiesa, e posta sotto autorità dell' abate di S. Vittore. Tale documento è un atto del 3 ottobre 1096 (st. pis.) col quale i fratelli Signo-retto e Bono, figli di Moro e di Bona, dopo aver nar-rato che in tempo precedente avevano, insieme con le loro mogli Benedetta e Gisla, offerto e consegnato un piccolo pezzo di terra posto in luogo detto Cartangula perchè ivi fosse fabbricata una chiesa in onore di S. An-drea e di S. Vincenzo, riservandosi il diritto di eleg-gere col consiglio dei vicini il rettore di essa, fanno donazione di questo diritto alla chiesa e al mona-stero di S. Vittore di Marsilia, che allora era retto dallí abate Riccardo, e unitamente alle mogli loro e ai vicini lo trasferiscono per tradizione nelle mani di Salvio e di Marino monaci di quel convento. Que-sta donazione, non che l'altra che alcuni anni dopo, cioè nel 1107, l'arcivescovo di Pisa Pietro Moriconi fece agli stessi monaci di S. Vittore del monastero de' Santi Apostoli situato nelle colline pisane, ebbero poi ripetutamente la sanzione pontificia; chè prima Pa-squale II con sua bolla deí 23 aprile 1113, e quindi Innocenzo II con la sua bolla deí 18 giugno 1135 confermarono al monastero di S. Vittore di Marsilia fra i suoi diversi possedimenti anche il convento de' Santi Apo-stoli, e la chiesa di S. Andrea posta " in suburbio pisane civitatis ." Se alla chiesa, quando dai suoi fondatori fu donata ai monaci benedettini, fosse già unito il cenobio, o se questo invece venisse poi fabbri-cato dai monaci stessi, non è dato il determinare. Sembra peraltro che il convento esistesse non molto tempo dopo quella donazione, e che vi governasse la religiosa famiglia un priore soggetto all' autorità del-líabate di S. Vittore di Marsilia, se ai primi anni del secolo XII possa riferirsi un documento, del quale di-scolsero dottamente quegli eruditi che vollero ricer-care e stabilire le origini della pisana università; vale a dire quella lettera senza data che R. monaco di S. Vittore scrisse al suo abate B., e che fu pubblicata dai Padri maurini Martene e Durando. Nella quale il monaco narrava all' abate che, essendogli morto per istrada il cavallo che doveva condurlo a Roma, egli non aveva potuto continuare il suo viaggio, e che, veduto il grande numero di scolari che accorrevano agli studi in Italia, anche dalla Provenza e dello stesso ordine religioso al quale esso apparte-neva, desiderava di. fermarsi in Pisa per attendervi allo studio delle leggi; di che gli chiedeva licenza, pregandolo ordinasse al priore del monastero. del loro istituto che era in quella città di prestargli aiuto I due dotti maurini ricercarono a chi potessero rife-rirsi le due lettere R e B iniziali dei nomi del mo-naco che scriveva e dell'abate a cui era diretta questa lettera; e avendo trovato che nel monastero di S. Vittore di Marsilia furono contemporaneamente un Ber-nardo abate, che governò il monastero medesimo dal 1065 al 1079, e un monaco Raimondo, giudicarono che la lettera fosse scritta da questo monaco all'abate Bernardo nell'anno 1065. Così peraltro non la pensa-rono nè l'abate Grandi, nè il marchese Tanucci, né monsignor Fabroni.
Il primo di essi sebbene volesse provare contro l'opinione di Enrico Brenemanno nella celebre disputa intorno al codice delle pandette la antichità dello studio pisano, nonostante cercò di di-mostrare che la lettera del monaco R. apparteneva all'anno 1213 anzichè al 1065 . La sentenza di lui fu seguitata dal Fabroni, il quale tenne per cosa indubitata che nessun monastero pisano fosse concesso ai monaci marsiliesi prima degli anni 1107 e 1115, e che quindi non potesse essere nel 1065 in Pisa un priore che per ordine dell'abate di S. Vittore di Marsilia pre-stasse al monaco R. il soccorso che richiedeva ; mentre il Tanucci entrò in campo a difendere lo sto-rico olandese, adoperandosi con vari argomenti a to-glier valore alla lettera del monaco, e a revocarne in dubbio la antichità. Ma Flaminio Dal Borgo si fece a sostenere la verità della data attribuita a questa lettera da coloro che la divulgarono. Ritenne egli in-vero al pari degli altri che il primo monastero posse-duto dai monaci di S. Vittore nel territorio pisano fosse quello dei Santi Apostoli, concesso ai medesimi nel 1107, e che dopo la spedizione balearica venisse loro assegnata la nuova chiesa e il cenobio di S. Andrea in Chinzica; ma gli sembrò verisimile che molto tem-po innanzi Pisa avesse nel recinto delle sue mura o ne' suoi sobborghi più monasteri dell'ordine benedet-tino, e che alcuno di questi potesse essere governato nel 1065 da un priore, da cui il monaco marsigliese sperasse di aver sussidio. Trasse il Dal Borgo dalla lettera stessa del monaco i principali argomenti per confermare la data che le assegnarono i Padri maurini, e quindi per escludere che in essa si trat-tasse del monastero di S. Andrea in Chinzica, facen-dosi più specialmente ad osservare come la lettera consuoni con la storia della elezione di Bernardo ad abate , della quale il monaco si rallegrava con lui. Peraltro, un più attento esame delle parole che questi usò a congratularsi col suo nuovo abate avrebbe po-tuto far sorgere nell' animo dell' erudito scrittore un qualche dubbio. intorno alla verità di quelle sue con-clusioni. Infatti il monaco scriveva tra le altre cose all' abate che Dio " monasterium massiliense, iam rectoris indigentia penitus obfuscatum, vestrarum il-lustratione vil.tutum mirifice decoravit" Quel mona-stero adunque doveva essere rimasto vacante per lungo tempo del suo rettore perchè avesse potuto divenire a cosi profonda oscurità. Ma invece pare indubitato che fosse brevissima questa vacanza fra il giorno della elezione di Bernardo, che fu il 19 maggio 1065, e quello della morte del suo predecessore Durando, il quale non morì dopo lunga infermità nel 1064 come afferma il Dal Borgo, ma sibbene nell' anno successivo quando Bernardo era già stato eletto priore del mo-nastero di S. Vittore; e, poi che fu morto Durando, i monaci congregati a capitolo e interrogati dal loro confratello Raimbaldo, già allíarcivescovo d'Arles, chi volessero scelto a succedergli, tutti ad una voce ac-clamarono Bernardo " quem sibi dudum priorem con-stituerant ." Le parole adunque usate dal monaco R. nella sua lettera non si prestano a farla credere indirizzata all' abate Bernardo, primo di questo nome; e molto meno tale opinione apparisce accettabile se si consideri che per ammetterla convien ricorrere alla congettura che a tempo di, quel Bernardo, quando la chiesa e il convento di S. Andrea in Chinzica non erano ancora edificati, altri monasteri dell' ordine be-nedettino esistessero in Pisa dipendenti dall' abate di S. Vittore di Marsilia; congettura che non è avvalorata da nessun documento superstite.
IL "GIUDIZIO" DI PISA E LA CAPPELLA SISTINA
« Nella celebre mano alzata, l'invito all'attesa della misericordia – Dopo oltre tredici anni di analisi, ricerche, e continuo lavoro, e rispettando le previsioni di tempo fatte all'inizio dell'impresa, lo scoprimento del grande affresco del “Giudizio Universale”, mette fine al complesso, e coraggioso intervento di restauro sull'opera pittorica di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina. Iniziato nel 1980 con la pulitura ed il restauro delle lunette, proseguito poi con quello della Volta, ed infine con quello del Giudizio (1990, nda), il complesso lavoro è oramai concluso. dopo oltre tredici anni”.
Con queste parole l'8 aprile 1994 «L'Osservatore Romano» annunciava la riapertura al pubblico della «grande tragica scena, raffigurante l'ultimo atto dell'umana avventura», scoperta il lontano 31 ottobre 1541 (per altri autori, la vigilia di Natale dello stesso anno).
Ma non è a tutti noto che per quell'immortale capolavoro Michelangelo – stando alle affermazioni di Adolphe Napoléon Didron ( Iconographie chrétienne , Parigi, 1843) – prese spunto nella sua figurazione, specie per l'atteggiamento del Cristo, da un affresco conservato nel Camposanto Monumentale pisano, conosciuto come il “Giudizio” di Pisa (già gravemente danneggiato dalle devastazioni belliche).
Attribuito dal Vasari ad Andrea di Cione detto l'Orcagna, questa tesi ha resistito fino al XIX secolo quando è stata respinta nel 1864 dal Cavalcaselle e poi dal Berenson, i quali propendevano per Pietro ed Ambrogio Lorenzetti, finché il Supino ed altri (Meiss, Salmi, Colletti, ecc.) conferirono la paternità al pisano Francesco Traini.
Successivamente Longhi e Lavagnino (1936) videro un chiaro influsso del fratello dell'Orcagna, Nardo, ma il Toesca (1951) e il Carli (1958) assegnarono l'intero ciclo del Giudizio, Inferno, Trionfo della Morte e Storie degli Anacoreti ad un anonimo Maestro emiliano. Solo agli inizi degli anni Sessanta, pare sia stata chiusa la questione attribuendolo a Bonamico Buffalmacco.
Ma al di là di attribuzioni, paternità e dispute, ancora una volta ci troviamo di fronte a Pisa città d'arte, scrigno di ineguagliabili gemme, ispiratrici di opere eterne.
Di Giovanni Armillotta. Nascita dell' aereoporto Galilei
Al 1911 risale primo impianto aeroportuale in Pisa. Fu voluto dai Fratelli Antoni (di Monte foscoli, nel comune di palaia), ingegnosi progettatori ritrovati tecnici per aeromobili (ali variabili). Fondata una società meccanica, giunsero ad utilizzare un campo nel quartiere di San Giusto, sul quale collaudare i loro apparecchi: proprio là dove oggi sono i due aeroporti, quello militare con civile.
I primi velivoli che si innalzarono da San giusto furono il monoplano dei fratelli Antoni ed un biplano mediato da Giuseppe Rossi, azionato da motore " cor bella " di 35, 40 hp.
Mai primi tentativi seguirono subito altri, ben più importanti: e 9 ottobre 1912 , proprio da San Giusto, con un'era dei fratelli Antoni , di cui era collaudatore Mino cagliani, venne conquistato il primato aereo di traversata marittima, sulle percorso Pisa-Bastia, i 150 chilometri.: un primato che fu poeticamente preconizzato da D'Annunzio nel suo romanzo " Forse che sì, Forse che no " .
Da allora l'aereo porto di San Giusto andò acquistando rapidamente in importanza; tanto che nel 1914 di sì istituì una scuola di pilotaggio per militari, da cui provennero una gran parte dei piloti italiani impegnati nella prima guerra mondiale.