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Il Gioco del Ponte-Il Gioco di Pisa e dei Pisani

Stemma del Comune di Pisa

 

San sepolcro simbologia esoterica Templari a Pisa
Croce templare crociate e templari  

Baphomet o Bafometto, simbolo templare

La riconquista cristiana del Mediterraneo nei secoli XI e XII
di Marco Tangheroni
1. Il Mediterraneo "mare musulmano"

Ibn Khaldun (1332-1406) - il maggior storico arabo - così ripensava alla grandezza della potenza navale musulmana nel Mediterraneo nel secolo X e al successivo declino: "I musulmani avevano raggiunto il controllo su tutto ilMediterraneo. Il loro potere e il loro dominio su di esso furono grandi e nulla potevano i cristiani contro le flotte musulmane in nessuna sua parte. [...] i cristiani erano obbligati a passare con le loro navi nella parte nord-est del Mediterraneo, per toccare le regioni marittime appartenenti ai franchi e agli slavi e alle isole romane. La flotta dei musulmani si accaniva su quelle dei cristiani come il leone si accanisce sulla sua preda". Ma in seguito, per l'azione delle flotte cristiane, "[...] i musulmani divennero stranieri al Mediterraneo. La sola eccezione era costituita da pochi abitanti delle regioni costiere, ancora attivi sul mare".

In effetti, nel corso di cento anni, dall'inizio del secolo XI all'inizio del XII, il cambiamento è spettacolare e radicale. Come scrive lo storico francese Robert Fossier, "la riconquista del Tirreno costituisce un evento fondamentale nella storia dell'Europa medievale". Ne sono protagonisti, con le loro navi, pisani e genovesi, con una serie di imprese navali, dapprima volte a contenere le marinerie islamiche, poi, ben presto, miranti a imporre la loro superiorità.

Va ricordato che nel secolo IX, forti della loro superiorità marittima, i saraceni erano arrivati, oltre che a conquistare la Sicilia e a isolare la Sardegna, a costituire un emirato a Bari (840-870), a installarsi alle foci del Garigliano e, da qui, a compiere scorrerie contro la stessa Roma - con l'attacco alle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura nell'846 -, a insediarsi a lungo in Provenza. Lungo le coste rimaste cristiane sopravviveva soltanto una limitata attività di piccolo cabotaggio. Solo la Repubblica di Venezia e il Ducato di Amalfi rimanevanoattivi sul mare, la prima collegata a Costantinopoli, sia pure non senza pericoli, attraverso l'Adriatico e lo Ionio, il secondo inserito piuttosto, come capolinea cristiano, nel sistema economico-marittimo del mondo islamico.

2. Quasi una crociata: le spedizioni di pisani e di genovesi nel Mediterraneo Occidentale

Nel 1015-1016, sollecitate da Papa Benedetto VIII (1012-1024), Pisa e Genova intervengono con successo in Sardegna, dove al-Mugiahid (?-1044), signore della città di Denia - oggi nella provincia spagnola di Alicante -, e anche delle Baleari, tentava di colonizzare almeno parte dell'isola e di costituire un potente Stato marittimo. Dopo questa prima vittoria - che apre la strada alla penetrazione pisana e genovese in Sardegna - nel 1034 gli audaci marinai e guerrieri della città toscana attaccano vittoriosamente la città africana di Bona - oggi il porto algerino di Annaba - e nel 1064 Palermo, ancora musulmana. Quindi decidono di investire le ricchezze ottenute con il saccheggio del porto della città siciliana nell'avvio della costruzione della grande cattedrale intorno alla quale, nei secoli, verrà edificato un complesso di edifici non a torto paragonato, per la sua capacità di esprimere compiutamente una civiltà, alla collina del Partenone di Atene.

Nel 1087 Pisa e Genova guidano, contro l'allora importantissima città africana di al-Mahdiya - oggi piccolo porto tunisino -, che secondo Giuseppe Scalia "[...] rappresentava il più serio pericolo per la sicurezza del commercio marittimo", una grande spedizione della quale facevano parte anche amalfitani, romani e altri contingenti italiani. Le fonti arabe più affidabili parlano di trecento navi e di trentamila uomini. La spedizione si conclude con una straordinaria vittoria, che stupisce i contemporanei per l'imponenza delle difese della città, e ha alcune caratteristiche che l'avvicinano alla prima crociata, svoltasi pochi anni dopo: il suo carattere marcatamente religioso, la sollecitazione da parte di Papa Vittore III (1086-1087) e il signum Petri, il "segno di Pietro" - quasi certamente la croce - posto sulle bisacce dei partecipanti.

A Pisa, un poeta anonimo compone un elegante poemetto in latino, il Carmen in victoriam Pisanorum, ricco di citazioni classiche e bibliche, nel quale sottolinea sia la ripresa della "romanità", sia lo spirito religioso dell'impresa. Ecco, per esempio, l'inizio: "Inclitorum Pisanorum scripturus istoriam, / antiquorum Romanorum renovo memoriam: / nam extendit modo Pisa laudem admirabilem, / quam recepit olim Roma vincendo Carthaginem", "Scrivendo la storia degli illustri pisani, rinnovo la memoria degli antichi romani: infatti ora Pisa continua la mirabile gloria che ebbe un tempo Roma vincendo Cartagine". E, per l'aspetto religioso, fra i molti passi che vi insistono, si possono citare i versi 43-44: "Non curant de vita mundi nec de suis filiis / pro amore Redemptoris se donant periculis", "Non si preoccupano della vita terrena o dei figli, per amore del Redentore si gettano nei pericoli".

Non sono mancati storici che hanno considerato queste imprese marittime come ispirate da sole motivazioni economiche, come se l'aspetto religioso fosse stato soltanto una specie di travestimento, una sovrastruttura ideologica. Ma si tratta di un'operazione metodologicamente scorretta, perché non è lecito ignorare il consenso unanime delle fonti. È significativo che, con i proventi della spedizione, i pisani decidessero di costruire una chiesa intitolata a Papa san Sisto II (257-258): una vera e propria "chiesa civica", nella quale si terranno per secoli le riunioni degli organi ristretti di governo, mentre quelle del Consiglio Generale avranno come sede abituale la cattedrale. Si deve pure ricordare che uno degli obiettivi delle spedizioni era poi sempre quello di liberare le centinaia o migliaia di schiavi cristiani nelle mani dei saraceni.

Ciò non significa che i risultati conseguiti anche dal punto di vista economico e da quello politico non fossero notevoli, tanto più che contemporaneamente, nella seconda metà del secolo XI, i normanni procedono alla riconquista della Sicilia, islamizzata da circa duecento anni. Pisani e genovesi si preoccupano indubbiamente di ottenere favorevoli condizioni doganali per i loro traffici e la concessione di edifici loro riservati, i "fondaci", con una chiesa, un forno, case, bagni e magazzini, ma è indubbio che senza un intervento risoluto l'occidente sarebbe caduto inevitabilmente in mani saracene come lo erano già Sicilia, Calabria, Sardegna e parti considerevoli d'Europa; sarebbe stato islamizzato.Quindi è chiaro e lampante che non furono operazioni prettamente commerciali ma fu una vera lotta per la sopravvivenza di popoli e culture diverse che, grazie ad una unione delle forze, l'occidente fu in grado di affrontare riportando la supremazia occidentale su tutto il Mediterraneo e scongiurando una islamizzazione divenuta quasi inarrestabile.

3. Le repubbliche marinare italiane a fianco dei crociati

Alla fine del secolo XI l'appello lanciato da Papa beato Urbano II (1088-1099), alla fine del concilio di Clermont, in Francia, nel novembre del 1095, perché i cavalieri cristiani intervenissero in aiuto dei fratelli orientali e dei pellegrini in Terrasanta, minacciati gli uni e gli altri dall'espansione dei turchi selgiuchidi, apre nuove prospettive anche a Pisa e Genova, i cui mercanti-navigatori avevano già saltuari contatti con l'Oriente, in particolare con l'Egitto. Daiberto, arcivescovo di Pisa (vescovo dal 1088, arcivescovo dal 1092-1107), uno dei consiglieri più vicini al Papa, viene incaricato di guidare la spedizione crociata che si muove per mare. Per capire bene l'incarico di Daiberto, basta leggere la sua lettera indirizzata al Papa e a tutta la cristianità, dove si evince l'importanza del suo incarico e dei pisani nell' assedio e la conquista delle città che i crociati trovarono lungo il loro cammino verso Gerusalemme, città importanti quali Antiochia, Laodicea ecc..

Dunque, le città marinare non sostengono la prima crociata alla ricerca di nuovi mercati, come talora si ripete; ma è più corretto dire che la prima crociata apre loro nuove possibilità di espansione economica. In cambio del sostegno agli Stati "latini", instaurati in Terrasanta dai crociati, esse ottengono concessioni di favorevoli condizioni commerciali e di quartieri nelle città della costa. Nei primi anni del secolo XII le flotte cristiane impongono la propria superiorità anche nel Mediterraneo Orientale, riducendo l'azione delle navi musulmane a una semplice, anche se fastidiosa, guerra di corsa.

Nel 1113-1115 Pisa rivolge nuovamente la sua attenzione al Mediterraneo Occidentale, dando vita alla più imponente delle sue spedizioni navali: quella per la conquista di Maiorca, base principale della pirateria islamica, nella quale era tenuto in condizioni di schiavitù un gran numero di prigionieri cristiani. L'impresa, di enorme difficoltà anche dal punto di vista tecnico - si pensi alla necessità di trasportare a grande distanza non solo molti uomini, ma pure un buon numero di cavalli -, è felicemente condotta a termine grazie all'alleanza con Raimondo Berengario III il Grande, conte di Barcellona dal 1096 al 1131, con la conquista dell'isola e della munitissima capitale. Per la verità, Maiorca è di lì a poco riconquistata dai musulmani berberi Almoravidi, ma, oltre alla liberazione dei prigionieri, la spedizione era servita a stabilire definitivamente la supremazia cristiana nel Mediterraneo Occidentale..

Ormai, a una prima fase, marcata soprattutto da azioni militari, seguiva una fase di stabilizzazione dei rapporti, attraverso la stipula di regolari trattati. Una fonte araba - nota in Occidente come Livre des deux jardins perché giunta in versione francese - distingue bene, appunto, un primo periodo in cui pisani e genovesi "[...] erano a volte guerrieri temibili che facevano seri danni e bruciavano di un odio inestinguibile, a volte viaggiatori che si imponevano all'Islam con il commercio e sfuggivano al rigore dei regolamenti", e un secondo periodo, nel quale erano stati conclusi trattati vantaggiosi, sì che "[...] essi ci portano come merci quelle stesse armi con cui prima ci combattevano".

Tuttavia, non vanno dimenticati l'importanza delle audaci imprese marittime delle repubbliche marinare italiane, l'apporto decisivo garantito al mantenimento, per due secoli, delle posizioni crociate nel Vicino Oriente, l'impulso dato al commercio e allo sviluppo economico dell'Occidente, le sofferenze, le fatiche, le perdite umane patite in nome della fede cristiana.

Riporto un documento dell'imperatore di Costantinopoli Alessio I Comneno che parla di circa novecento tra biremi e triremi e altre navi veloci , ed altri documenti che parlano di Pisa alla prima crociata, ma anche della sua grande capacità di intervento su tutto il Mediterraneo grazie alle sue poderose flotte.In questo documento, viene riportato il numero di navi che partì da PortoPisano per raggiungere la terra santa, una parte di questi viene detto che si staccò verso le coste della Grecia, ma è l'altra flotta, la più grande guidata da Daiberto che raggiunse Acri e Gerusalemme per conquistarla e metterla sotto la propria influenza sempre con Daiberto a capo del patriarcato.

Il viaggio della flotta pisana verso la Terra santa secondo una fonte bizantina:
l’Alessiade di Anna Comnena
(1099).
M. MATZKE, Daibert von Pisa, Bischof, Erzbischof, Patriarch,Tuebingen 1994.
Daiberto e la prima crociata.
Quando, partendo i franchi per Gerusalemme per occupare le città della Siria,
promisero al vescovo di Pisa cose importanti, se li aiutava nell’obiettivo da essi
stabilito, egli fu persuaso dai loro discorsi invitando anche gli altri due abitanti della
costa verso lo stesso (…) e armò circa novecento tra biremi e triremi e altre navi
veloci, le quali partirono come per andare verso di loro (i franchi). Separando una
parte di questi, li inviò per bottino verso Corfù , le Leucadi , Cefalonia e Zante.
Venendo a conoscenza di queste cose, l’imperatore ordinò che venissero navi da
tutte le province dell’impero romano, allestendone buona parte nella stessa città
imperiale, talvolta salendo su una monere, suggeriva ai lavoranti come occorresse
approntarle.
Sapendo i pisani esperti della guerra sul mare e temendo la battaglia con essi, allestì
su ogni prora delle navi delle teste di leone e di altri animali terrestri di bronzo o
ferro, con le bocche aperte, coprendole d’oro affinché si mostrassero spaventose alla
sola vista, dispose che il fuoco, destinato contro i nemici, fosse fatto passare
attraverso i tubi per essere lanciato dalle bocche stesse, affinché sembrasse che i leoni
e gli altri animali lo vomitassero.
Dopo aver fatto questi preparativi, chiamato Tattichio tosto sopraggiunto da
Antiochia, dopo avergli affidato tali navi, lo nominò capo illustrissimo; invero
affidando a Landolfo l’intera flotta, lo promosse gran duca come miglior esperto nelle
battaglie navali. Lasciarono quindi la capitale nel mese corrente d’aprile con la flotta
romana, raggiunsero Samo e, avendo accostato le navi alla spiaggia, sbarcarono sul
continente per rafforzarle maggiormente con il bitume. Avendo appreso del passaggio
della flotta pisana, tolsero le ancore e corsero dietro di essi verso Cos. I pisani
arrivarono lì di mattina, essi la raggiunsero alla sera. Non avendo incontrato i pisani,
andarono verso Cnido, situata presso l’Anatolia. Giungendo colà mancavano la loro
preda, avendo trovato pochi pisani ivi abbandonati , chiesero dove fosse andata la
flotta pisana: essi risposero verso Rodi. E avendo tolto immediatamente le ancore gli
piombarono addosso molto rapidamente tra Patra e Rodi. I pisani, avendoli visti,
formarono immediatamente l’ordine di battaglia, non solo affilando le spade ma
infiammando anche i cuori per la battaglia. Quando sopraggiunse la flotta romana, un
conte del Peloponneso, chiamato Perichytes, il quale sapeva navigare benissimo, fece
forza sui remi scagliando la sua monere contro di loro. Passò in mezzo a questi come
un fulmine, poi ritornò verso la flotta romana. Tuttavia la flotta romana non si
schierava ordinatamente in battaglia, ma li attaccò rapidamente e senza ordine.
Landolfo in persona per primo attaccò le navi pisane, lanciò il fuoco maldestramente
e non ottenne null’altro che disperderlo. Allora il conte Eleemone attaccò
audacemente una nave grandissima da poppa, incorrendo nei suoi timoni e, non
potendo muoversi facilmente da lì, sarebbe stato preso se non avesse fatto
prontamente uso dell’equipaggiamento, gettando con abilità il fuoco contro i pisani .
Poi portando audacemente la nave contro un’altra incendiò tre delle più grandi navi
dei barbari. Contemporaneamente anche una tempesta improvvisa piombò sul mare,
sfracellò le navi e minacciò di sommergerle in un solo colpo (l’onda rumoreggiò, le
antenne e le vele si squarciarono); i barbari, terrorizzati da una parte dal fuoco
gettato (né erano abituati a tali armi, al fuoco, il quale per natura si muove verso
l’alto, scagliato invece ovunque voglia il lanciatore, sovente verso il basso o ai lati),
dall’altra scompigliati dalla tempesta, presero la via della fuga. Mentre tali erano i
propositi dei barbari, la flotta romana approdò in una certa isoletta chiamata Seutlo.
Fattosi giorno, andandosene da lì approdarono a Rodi. Quindi sbarcati dalle navi
quanti avevano fatto prigionieri, tra i quali c’era lo stesso nipote di Boemondo, per
spaventarli dissero loro che volevano venderli o sgozzarli tutti. Allorché li vedevano
impassibili a ciò, non tenendo in nessun conto la vendita ( come schiavi ndt), subito
ne hanno fatto scempio con le spade. Quelli che erano fuggiti della flotta pisana si
diedero a saccheggiare le isole che si trovavano in quella zona e Cipro; Philokale
Eumathio, trovandosi lì, accorre contro di loro. Quelli sulle navi, presi dalla paura,
non curandosi della schiera sbarcata per il bottino, ma avendone abbandonato la
maggior parte sull’isola, disordinatamente, dopo aver levato le ancore salpavano per
Laodicea nell’intenzione di raggiungere Boemondo. E appena giunti lo andarono a
trovare, dicendo di abbracciare con lui alleanza, ed egli, come suo solito, li accoglie
con gioia. Quindi, quelli che erano stati abbandonati sulla spiaggia per il saccheggio,
tornati indietro, non vedendo la stessa flotta, si gettavano in mare senza pietà e
annegavano.

ALTRO DOCUMENTO FONDAMENTALE.

Questa lettera pare meglio di un romanzo che ci getta nella cronaca di quegli eventi, distanti si nel tempo, ma narrati quasi in maniera hollywoodiana dalla bocca della maggiore autorità di Gerusalemme appena conquistata: Daiberto arcivescovo di Pisa e Patriarca di Gerusalemme.

Nel corso della Prima Crociata, il papa Urbano II delega la sua autorità sulla Terrasanta a un proprio emissario, inizialmente Adhémar du Puy, ma ben presto rimpiazzato da Daimberto, arcivescovo di Pisa e, da quel momento, patriarca di Gerusalemme. Con una lettera, datata 1099, Daimberto comunica la vittoria delle forze cristiane e la presa di Gerusalemme. Questa la traduzione, solo in piccola parte stilisticamente riadattata, di quella lettera:

Al Signor Papa della Chiesa di Roma, a tutti i vescovi ed a tutti i fedeli di fede cristiana, io, arcivescovo di Pisa, con gli altri vescovi, il duca Godefroi per grazia di Dio oggi ammesso al Santo Sepolcro, Raimondo conte di Saint giles e l'intera armata di dio oggi in terra d'Israele, salute e preghiere. Molteplicate gli inni e le preghiere, ridete e danzate davanti al Signore, perchè dio ha esaltato la sua misericordia, realizzando attraverso di noi quello che aveva promesso nei tempi antichi. Dopo la presa di Nicea, l'armata intera ha proseguito il suo cammino, con oltre trecentomila uomini armati. Una tale moltitudine avrebbe potuto occupare l'intero Impero graco, in un solo giorno berne l'acqua di tutti i fiumi e lavorarne tutte le campagne, e pertanto il Signore l'ha condotta in una tale abbondanza che si poteva comprare un montone per un soldo appena o un bue per dodici.
In seguito i principi ed i re dei Saraceni si sono ribellati contro di noi, ma per la volontà di Dio sono stati facilmente vinti e messi in fuga. Dopo tutte queste gioie, Dio ha voluto punire gli orgogli ed ha messo Antiochia sulla nostra strada, una città. Siamo rimasti bloccati nove mesi assediandola, Egli ha voluto umiliarci lasciandoci in quella situazione finché la nostra superbia non si fosse abbassata. Siamo stati puniti finché nella nostra armata non era possibile trovare più di un centinaio di cavalli in buone condizioni. Allora Dio ci ha dato accesso ai tesori della Sua benedizione e della Sua misericordia. Ci ha permesso di introdurci nella città, di ridurre i turchi in nostro potere e di impossessarci dei loro beni. Forse abbiamo voluto attribuire questa vittoria ai nostri soli meriti, forse non abbiamo esaltato con la sufficiente dignità le nostre grazie a Dio per quanto ci aveva concesso: siamo dunque stati assediati da un numero così grande di Saraceni da rendere impossibile uscire dalla città. La fame si diffuse all'interno della città, al punto che per puro miracolo non ci si è ridotti a mangiare carne umana. Ma sarebbe troppo lungo descrivere le miserie che si sono patite in città. Il Signore assiste il suo popolo, e ha consolato coloro che aveva per così lungo tempo tormentato. [...].
Egli ci ha infuso le forze di prendere le armi e di combattere valorosamente. Noi abbiamo trionfato sui nemici, ma la fame e l'inedia hanno rapidamente indebolito l'armata durante la sua permanenza ad Antiochia. Siamo dunque ripartiti per la Siria, soprattutto a causa delle dispute tra i principi, ed abbiamo conquistato le città saracene di al-Bara e Ma'arrat e presi i castelli della regione. ci preparammo dunque ad attendere in quel luogo, mentre la fame degli uomini dell'armata era tale che i cristiani mangiavano i cadaveri in decomposizione dei Saraceni. In seguito, come fosse dietro consiglio di Dio, abbiamo avanzato fino in Persia, ed abbiamo avuto con noi la mano completamente generosa, misericordiosa e vittoriosa del Padre onnipotente.
Gli abitanti di città e castelli della regione dove avanzavamo ci inviavano messaggeri carichi di regali, e si mostravano pronti a servirci ed a metterci a disposizione le loro fortezze. Ma siccome la nostra armata non era ormai più così numerosa e che tutti erano ansiosi di arrivare a Gerusalemme, abbiamo accettato delle garanzie e li abbiamo sottoposti a tributi. Qualora poi capitava che ci si imbattesse in una città, tra quelle che si trovano su quelle coste, con una popolazione più numerosa della nostra armata, come negli esempi di Antiochia, Laodicea e Roha, ci veniva dimostrato che la mano del Signore era con noi; [...]. Così, siccome Dio è stata la nostra guida ed ha operato attraverso di noi, noi siamo arrivati a Gerusalemme.
Durante l'assedio della Città, l'armata ha molto sofferto, soprattutto per la mancanza d'acqua. Abbiamo dunque organizzato un'assemblea: i vescovi e i principi hanno fatto annunciare che avrebbero fatto una processione attorno alla città ed a piedi nudi, così che Colui che per noi vi fece il suo ingresso in piena umiltà, davanti alla nostra umiltà verso di Lui, ci permettesse di entrarvi per procedere al giudizio dei suoi nemici. Il Signore accolse la nsotra umiltà. Otto giorni dopo il nostro gesto d'umiliazione, Egli ci liberò la città con i suoi nemici, nell'anniversario del giorno stesso in cui la Chiesa delle origini ne fu espulsa e nel quale numerosi fedeli celebrano la festa della Disperisone degli Apostoli.
E se voi volete sapere che cosa abbiamo fatto dei nemici che abbiamo trovato in città, sappiate che, sotto il portico di Salomone e nel suo Tempio, i nostri cavalcavano con il sangue dei Saraceni che arrivava fino alle ginocchia dei loro cavalli... [...].

La presa di Acri dal racconto di un cittadino pisano:

Presa per battaglia di terra e di mare Tiro, ogi ditta Suri, se n'andònno alla cità di Acri, ogi ditto Acon. Questa cità fortissima di mura, fossi e di difendevole porto, è bene proveduta di homini e arme e vettovaglia, ed era moltissima forte, per bataglia di terra, che quasi era inpossibile a poterla vincere; e per la marina era molto pericolosa la bataglia però che chi entrava dentro a quello porto convenìa o ch'elli lo vinciesse o vi rimanesse; e per tale cagione non v'era persona c'ardisse a volervisi mettere a quello periculo. E soprastando a questa cità piò e piò giorni, lo capitano della armata messer Daiberto, arciveschovo di Pisa, veduto la cagione perché quella cità aquistare non si pothea, fecie e tenne parlamento co' tutti i suoi consiglieri, commessari e padroni delle ghalee e altri nobili cavalieri e valenti homini che in su' ditta armata erano; e con ornato e divoto sermone <disse> che da casa, loro, non per altro s'erano partiti equine venuti se non per lo nome di Christo bizognando morire; e questo era stato lo loro primo proposito, sicché ognuno si dovea disponere perfine alla morte per volere ricoverare lo Santo Sepolcro. E che gli era quasi inpossibile, lo esercito, potere passare più innansi, se quella cità non si pigliava; e pertanto ogni homo si dovea disponere a volere quella cità aquistare o morire.

Al quale sermone fue risposto per tutti a una vocie, volersi mettere alla morte per quello luogho aquistare. E, preso il partito, fue ordinato, per terra tutto l'essercito e per mare l'armata de' Pisani, quella conbactere per averla; e conbatttendola, li Pisani, disposti a morire o quella vinciere, ordinonno che le ghalee tutte investisseno co' lle prue in terra o per vincere o per rimanervi. E così fenno, avendo per loro primo ghonfalone, sulla ghalea del capitano, lo santo crocifisso di Christo, in sull'asta, inansi al divoto arcivescho, lo quale voltava la faccia verso la prua, acciò che ogni homo lo potesse vedere in faccia, e le suoe rene voltava alla poppa. E investito in terra, le ghalee, con aspra battaglia e con loro artifici, convenne per forsa vincesseno quello luogho, a non volervi tutti rimanere. E fue dall'altissimo Dio concieduto loro gratia che quella parte della marina aquistasseno, e, preso lo muro e parte rotto, la 'nsegna de la Comunità, che Santa Chiesa al Populo pisano diede, tutta' rossa in segno del sancto sangue di Christo, sulle mura levata; e presa fue per li Pisani e per lo essercito terresto,

in quello dì, la terra, nonestante che molti gientili homini cavalieri e molto poopulo pisano vi morisseno.

La terra missa a ssacomanno, molto thezoro e robba li Pisani ne cavonno; e fra l'autre cose che di quella terra ne cavonno, per triunfo, funo due pietre di marrmo bianche, per maestero facte quasi come due pere l, che ll'una ne rechò uno di casa Panchuli, la quale pietra si è ogi inel quartieri di Kinsicha, nella capella di Sancto Lorenso, ed è ditta "la pietra del Bagnio"; l'autra la rechò uno di casa Matti, la quale è ogi posta - e staravi lunghissimo tenpo - inel quartieri di Ponte, fuora della cità, in sul canto del porticho del monistero di Sancto Stefano. E in memoria ancho di tanto trionfo, l'arciveschovo di Pisa senpre poi uzò quello medezimo Crocifisso portare inansi co' lla faccia volta innansi, e così s'uZa ogi portàlo per tutta la diocesi pisana, preti monaci e frati.

(Dalla Cronaca di Pisa di Anonimo, ms n. 54 dell'Archivio di Stato di Lucca, cc. 26rB-26vA)

 

Si riporta qui inoltre, nella sua versione testuale originale, la testimonianza degli Annales Pisani che riferiscono della partecipazione della città, con centoventi navi, a quella gloriosa Prima Crociata.

Anno Domini 1099. Populus Pisanus iussu domni pape Urbani II in navibus centum et viginti ad liberandum Ierusalem de manibus paganorum profectus est. Quorum rector et ductor Daibertus Pisane urbis archiepiscopus extitit, qui postea Ierosolima factus patriarcha remansit. Proficiscendo vero Lucatam et Cefaloniam, urbes fortissimas expugnantes expoliaverunt, quoniam Ierosolimitanum iter impedire consueverunt. In eodem autem itinere Pisanus populus Maidam urbem fortissimam cepit, et Laodaciam cum Boemundo, et Gibellum cum ipso et Raimundo comite Sancti Egidii obsedit. Inde igitur digressi venerunt Ierosolimam. Quo anno concremata est pene tota Kintica. Quo anno 1100. Ierusalem a christianis capta est 18 Kal. Augusti.

Altra testimonianza.

Le forze dei pisani e dei genovesi nella testimonianza del cronista
della Historia Jerosolimitana
*BALDRICI EPISCOPI DOLENSIS, Historia Jerosolimitana, in Recueil des Historiens des Croisades,
Historiens Occidentaux, IV, Paris 1879.
Venecii quoque et Pisani et Jenuani, et qui vel Oceani vel maris Mediterranei littus
incolebant, navibus onustis armis et hominibus, machinis et victualibus, mare
sulcantes operuerunt; et qui terra ibant, universae terrae faciem, sicut locustae,
occuluerunt.

Altro documento.

Dalla lettera che Saladino invia al diwan del califfo di Baghdad
(seconda metà XII secolo)
*‘ABÛ SHÂMAH ’AL MUQADDASÎ, Kitâb’ ar-Rawdatayn, in M. AMARI, Biblioteca Arabo-Sicula,
Torino e Roma 1880, T. I, p.541. BIBL. M.TANGHERONI, Sui rapporti commerciali tra Pisa e la Tunisia nel Medioevo, in G.
PISTARINO et alii., L’Italia ed i Paesi Mediterranei. Vie di comunicazione e scambi commmerciali e
culturali al tempo delle Repubbliche Marinare, Pisa 1988, pp.75-90.
M. TANGHERONI, Economia e navigazione nel Mediterraneo occidentale tra XI e XII secolo.

Tra cotesti eserciti sono anco da notare i Veneziani, i Pisani e i Genovesi: tutti
costoro a volte [vengono] da scorridori, a’ cui sanguinosi assalti non si può fare
resistenza, né riesce di spegnere le faville della loro malvagità; ed a volte, viaggiando
[da mercatanti], commettono alle leggi dell’islam le ricchezze che essi ci arrecano; in
guisa da scansare la ridottata mano della giustizia [che minaccia gli Infedeli]; oltrechè
non avvi tra loro chi non fornisca al nostro paese le armi da combattere [i Cristiani] e
da far guerra contro di loro; non avvi chi non cerchi di guadagnare gli animi nostri,
donandoci le [più belle] novità de’ suoi paesi, al par che le [cose di pregio] possedute
ab antico. Or con tutti costoro si è pattuita ferma amicizia e si è ordinata reciproca
sicurtà, ne’ termini che a noi sono piaciuti e ripugnavan loro, e che noi abbiam
prescritti, non essi.

Altro documento.

La partenza dei pisani verso la Terra Santa: la testimonianza dei Gesta
triumphalia
(1099).
* Gesta triumphalia per pisanos facta de captione Hierusalem et civitatis maioricarum et aliarum
civitatum et de triumpho habito contra Ianuenses, a cura di M. LUPO GENTILE, in Rerum Italicarum
Scriptores, n.e., VI/2, Bologna 1930, pp 89-90.
BIBL. M. TANGHERONI, Pisa, l’Islam, il Mediterraneo, la Prima Crociata: alcune considerazioni, in
Toscana e Terrasanta nel Medioevo, a cura di F. CARDINI, Firenze 1982, pp. 31-53.

Anno igitur Dominice Incarn. millesimo nonagesimo nono, Ecclesie Romane
presidente D. Papa Urbano II, Pisanus populus in navibus centum viginti ad
liberandam Ierusalem de manibus Paganorum profectus est, quorum rector et ductor
Daibertus Pis. Urbis Archiep. extitit, qui postea Ierosolimis factus Patriarcha
remansit. Proficiscendo vero Lucatam et Cefaloniam urbes fortissimas expugnantes
expoliaverunt, quoniam Ierosolimitanum iter impedire consueverant. In eodem autem itinere Pisanus exercitus Maidam, urbem fortissimam, cepit et Laudociam cum
Boamundo et Gibellum cum ipso et Raimundo Comite S. Egidii obsedit. Inde igitur
digressi, venerunt Ierosolimam, que anno millesimo centesimo a Christianis capta fuit
et retenta fuit; ibique Pisani morantes per aliquantum temporis, et inopem urbem
rehedificantes ad propria regressi sunt.

Ancora.

Daiberto, vescovo di Pisa, elevato a patriarca di Gerusalemme
(1100)
*Historia peregrinantium euntium Jerusolymam, ad liberandum sanctum sepulcrum de potestate
ethnicorum, in Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, III, Paris 1866, p.
226.
**RADULFI CADOMENSIS, Gesta Tancredi in expeditone Hierosolymitana, ivi, p. 704.


Quo videlicet tempore Daybertus, Pisanorum episcopus, vir in litteris potentissimus
atque eloquentissimus, qui in multis navibus Joppem aggressus fuerat, eodem
Boamundo juvante, in patriachatum Jerusalem sublimatur.

Altro in latino.


La testimonianza della Historia Hierosolymitana di Alberto d’Aix
(1099-1110)

His itaque in locis dum moram facerent, nunciatum est illis quoniam Boemundus,
avaritia aggregandi et acquirendi insaturatus, Laodiciam, urbem et habitationem
catholicorum Graecorum, longa obsidione occupasset; turresque duas civitatis, in
litore maris sitas, magistras urbis, nautis tributa exigentes, jam captas, invasissent
auxilio et navali assultu Pisanorum et Genuensium; custodesque catholicos alios
trucidasset, alios visus excaecatos ab ipsarum arce ejecisset. Sed Pisani et Genuenses
non nimium super his injuriis criminandi sunt; nam ex ore Boemundi longe aliter
quam res esset intellexerunt. Unde falsa illius adhortatione ducentis navibus
praedictas turres vallaverunt, et malis navium, procera longitudine nubes tangentibus,
sportasque vimineas in summitate affixas continentibus, custodes praesidiorum
graviter oppresserunt, creberrimis lapidum et sagittarum ictibus a supereminenti
arbore turres et viros impugnantes (a.D. 1099).
Eodem tempore mensis Martii, classis Genuensium ac Pisanorum, ab Italia navigio appulsae, Joppen anchoras fixerunt, et illic Pascha Domini operientes, tandem
Iherusalem venerunt ad celebrandam ipsam diem Dominicae resurectionis. Qua cum
omni celebrata devotione, Regem adierunt, summopere precantes ut quam vellet
civitatem Gentilium occupare et expugnare eis liceret. Rex igitur, desiderium eorum
intelligens, Assur obsideri per mare et aridam constituit. Ipse ergo et omnis virtu
illius ad Iherusalem movens, in sicco urbem et ejus moenia cinxit; Pisani et
Genuenses in litore maris navigio exitum illorum observabant ( a.D.1101).
(…) Mane autem facto, ecce ex mandato Regis assunt universi Christianorum equites
et pedites coram Rege et Patriarcha: qui delictorum suorum confessione facta,
indulgentia accepta, cum Dominici corporis communione, urbem fortiter assiliunt in
mari et terra, cum Pisanis et Genuensibus. Isti Laodiciae tota hieme otio torpentes,
tempore Martii, ut supra relatum est, ad sacrum et sollempne Pascha celebrandum
Iherusalem ascenderunt, viduati suo episcopo Pisano, qui clam ab eis subtractus, cum
Boemundo e Baldewino, post captionem Iherusalem, in eam descendit; et a Gotefrido
duce in cathedra Patriarchatus constitutus est ( a. D. 1101).
Proximo dehinc anno, mensis Martii tempore aspirante, anno scilicet quarto regni
ipsius Baldewini, rursum Pisani et Genuenses, qui causa adorandi Iherusalem
convenerant, a Laodicia, ubi hiemaverant, amoventes, civitatem Gibiloth navali
apparatu applicuerunt: ubi comes Reimundus illis a Tortosa civitate occurrit,
auxilium et vires eorum ad expugnandum ipsam Gibiloth quaerens, ut, civibus
Sarracenis exterminatis, urbs Christianorum haberetur. Qui facile precibus ejus
acquiescentes, urbem in multitudine copiosa navium obsederunt, fortiter eam
oppugnantes. Comes vero, in arido eam obsidens, creberrimis assaltibus et
machinarum ingeniis debellavit, quousque capta et victa, cum civibus suis, in manu
ipsius Reimundi tradita et subjugata est ( a.D.1103).
(…) Nec diu post urbis illius captionem, ipsis Genuensibus et Pisanis legatio regis
Baldewini affuit, qua nimium ex parte ipsius salutati sunt. Dehinc permagna Regis
imprecatio ad universos facta est, quatenus, causa Dei et Sanctorum Iherusalem,
civitatem Ptolomaidam, quam nunc Acram vocant, exercitu navali in mari obsidentes,
oppugnarent, ipse autem auxilio Dei et copiis fidelium Christi in sicco obsidionem
locaret. Audita hac Regis imprecatione et ammonitione, gavisi universi continuo
navigio et manu robusta Acras vel Accaron applicuerunt. Rex autem in arido in
circuitu murorum castra metatus est. Illic vero aliquot diebus tormenta lapidum et
machinas fabricantes, dein urbem et cives sine modo viriliter et non parce assilientes,
usquequaque oppugnabant, donec Sarracenorum manus et vires, ad resistendum
fessae, nil ultra ausae sunt ( a.D. 1104).
(…) Rex igitur et patriarcha Evermerus consilum cum suis super hoc inierunt:
quoniam, si petitioni illorum contradicentes, fidem et pactum negarent, cives verum
urbem nisi cum salute exire metuerent, non sine periculo et interitu Christianorum
eam posse expugnari. Unde et petitioni illorum sic annuerunt, ut urbe reddita et
patefacta, cum universis rebus pacifice migrantes, nil periculi dubitarent. Verum
Pisani et Genuenses avaritia rerum gentilium inflammati, nequaquam sic fieri
responderunt, ut divitiae urbis et ejus inaestimabiles thesauri pacifice efferentur.
Tandem ab hac contradictione a Rege et domno Patriarcha correcti et placati,
assensum in universis praebuerunt quae illis ad salutem Christianorum potiora
videbantur.
(…) Rex autem et exercitus ejus intromissus est; princeps vero civitatis et ceteri
inhabitatores pacifice cum uxoribus et liberis, cum pecoribus et omni substantia sua
egressi sunt. Pisani quidem et Genuenses, videntes eos cum omni suppellectili egredi,
et gazas illorum inauditas efferri, avaritia vehementer excaecati, fidemque et pactum,
quod cum Rege pepigerant, obliti, subito per mediam urbem irruentes, cives
occiderunt, aurum, argentum, ostra diversi generis et plurima pretiosa rapientes
Populus vero Galliae, qui ab arido urbem cum Rege intraverat, videns Pisanos per
urbem discurrere, cives occidere, thesauros inauditos diripere, pariter et ipsi avaritiae
flammis aestuantes, et jurisjurandi obliti, circiter quatuor milia civium in ore gladii
percusserunt, gazas, vestes et pecora omnes divitias illorum incomputabilites
diripientes. Hac injusta seditione ad extremum sedata, Rex vehementer indignatus est
de illata sibi injuria a Pisanis et Genuensibus propter jusjurandum; Et ideo, ne in dolo
et consensu ipsius fidem et pactum praevaricari crederentur, ammonitis sociis et
domesticis suis, hoc scelus graviter ulcisci voluit, nisi domnus Patriarcha
interveniens, et ejus pedibus frequenter advolutus, prudenti consilio Regem placatum reddidisset, et utrinque pacem et concordiam reparasset ( a. D. 1104)
Eodem quoque anno, autumpnali tempore instante, Baldewinus rex, contractis
undique copiis a mari et terra ex diversis nationibus regni Italie, videlicet Pisanorum,
Genuensium ac Venediorum, Malfetanorum, et omnium eorum qui more praedonum
expugnare et expoliare solent navigantes, civitatem Sagittam obsedit tam mari quam
terra in mense Augusto, manganellis et machinis muro a terra in circuitu applicatis,
malis vero navium turritis belloque paratis, versus aquas in manu forti erectis,
expugnans eam diebus multis, et in virtute multa suorum saepius eam fortiter
assiliens (a. D. 1108).
Tantorum principum comperta concordia, Sarraceni, non ultra vim sufferre valentes
pacemque quaerentes, urbem praeter Regem nemini dare conspirant, eo quod, vita et
salute membrorum impetrata, ejus fidei se praecipue credebant, ne Pisanis et
Genuensibus, foedere violato, armis impeterentur, sicut Ptolomenses, et non pacifice
ab urbe exirent. Rex itaque, urbe suscepta, dextram illis dedit, ut ab urbe incolumes
exirent, non amplius nisi quod humero valerent efferentes. Et ecce aperta est civitas et
ejus portae: quas Pisani et Genuenses et omnis exercitus intrantes, moenia et turres
munientes, usquequaque diffusi, obtinuerunt ( a. D. 1109).
(…) Capta itaque et expugnata civitate Tripla, rex Baldewinus, in anno sequenti,
consilio Bertranni, filii comitis Reimundi, quem praefecerat eidem civitati,
convocatis universis viris christiani nominis, in mense Decembri, mediis algoribus,
civitatem Baurim, quam vocant Baruch, obsedit, quae, in angusta fauce montium sita
et vix commeabili, a montanis viam exhibet juxta litus abyssi maris descendentibus.
Navigio Bertranni et Pisanorum a Tripla versus mare applicato in urbis obsidionem
. Obsedit denique eam diebus multis, machinis ac tormentis lapidum turres et
muros singulis diebus non parce assiliens et quatiens, nulla intemissione cives ac
defensores respirare sustinens ( a. D. 1109).
Cives autem, videntes quoniam ammiraldus et omnes capitanei aufugissent, et urbs a
facie christiani Regis retineri non posset, terra marique tam longo tempore undique
bellum intolerabile ingrueret, ultra vim ferre non valentes, dextras sibi dari et vitae
suae parcere rogabant, ut sic, portis apertis, urbem salvi egrederentur. Quod et actum
est. Nam, datis dextris et civibus cum pace egressis, capta et patefacta est civitas
sexta feria quae est ante sabbatum sancti Pentecostes; sed eorum qui adhuc in urbe
inventi, in foedere facto non exeuntes, stulte remanserat, a Bertranno et Pisanis
circiter viginti milia occisi sunt ( a. D. 1110).

Per finire vorrei dire che la prima crociata fù lo sbocco naturale alle politiche espansionistiche delle repubbliche marinare e già da decenni Pisa aveva iniziato l'opera di riconquista dei territori islamizzati dalla Sicilia alle coste e le isole spagnole passando per la liberazione della Sardegna covo di pirati musulmani ma anche centro tra i più importanti del sultanato islamico del regno Almodoiva.

San sepolcro simbologia esoterica Templari a Pisa
Croce templare crociate e templari  

 

 

 

 

 

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Daiberto arcivescovo di Pisa, al comando di una flotta di 120 navi (fonti bizantine coeve ne riportano 300) conquista alla guida dell'esercito crociato Gerusalemme.Come premio al suo rango di Arcivescovo della Regina dei mari, viene posto sul trono del patriarcato di Gerusalemme(lettera di Daiberto sul lungo cammino e la presa di Gerusalemme)-Prima crociata.

Aquila imperiale Pisana

 

 

 

 

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