Le cose non dette(di Roberto Verruto)
Le navi di Pisa
La sete di conoscere e la curiosità di aggiungere nuovi sentieri al percorso umano in termini scientifici ha da sempre animato le energie di ogni essere umano fin dai primordi della civiltà.
Tale atteggiamento, oltre che essere collettivo, senza dubbio poggia i suoi attributi anche sul desiderio personale di sentire diminuita la propria inconsapevolezza a fronte di fatti che da immaginari necessitano di divenire reali attraverso prove inconfutabili testimonianti la loro veridicità. Ciò è reso attivo dalle ''scoperte'' sia programmate sia casuali. E l'uomo che brama conoscere si entusiasma ed è felice se la sorte lo aiuta in questo.
Ogni uomo che ha in sé questa sete si allieta nel sentire portate alla luce antiche rovine o siti archeologici. Così è stato e continua ad essere, dalla scoperta del sito dell'antica Troia fino alla stele di Roselle o alla scoperta della legge della gravità o sulle teorie astrofisiche finalmente rese certe dalla scoperta intuitiva di una formula matematica incontrovertibile.
La ricerca è stata regimentata attraverso strutture organizzative che a questo scopo organizzano le proprie strutture .
Se ricercare, scoprire, sapere sono l'imperativo e la filosofia di queste strutture verrebbe da chiedersi se a costoro interessa solo lo scoprire o anche il conoscere ciò che la scoperta evidenzia. La Conoscenza riguarda l'umanità intera e non ci sono scoperte partitiche o personali. La Mente Universale, essendo priva di carattere individualistico, non potrà mai capire il motivo di così tanta protervia faziosa nell’ attribuire al personale, cioè al proprio limite, ogni bene universale scoperto attraverso l'opera di ricerca sopradetta.
Capita che il bene altrui è visto come limite al proprio, cioè tipico di una mente partitica, quindi parziale e incompleta. Questa è la causa del dolore dentro ogni cervello umano: l'incapacità di possedere la propria 'totalità'. E la mancanza di tale qualità porta al rubare ciò che la tua separazione ha perso. La personale incompiutezza come essere umano porta al tentativo di appropriazione della parte mancante la quale opera è destinata al fallimento, al successivo dolore interno proprio perché la parte 'rubata' si colloca all'interno della propria già citata frammentazione partitica. Finché l'io umano sarà diviso nella struttura metapsichica, niente e nessuno potrà emendarlo. Se il tuo io è diviso nessun fatto potrà mai colmarlo e renderlo olistico, ossia completo e totale. L'uomo nel rendere sociali i suoi limiti ha proiettato questo psico-schema anche nelle strutture di ricerca. Se ciò che si ricerca non corrisponde a ciò che si trova allora significa che il trovare non appartiene alla mente universale ma alla mente personale. La passione delle scoperte è sopita dal personale uso delle tali. L'intuizione universale approfitta dell'incoscienza egotica per insinuarvi le verità universali le quali divengono sterili non appena la mente personale se ne appropri e intenda farne strumento di interesse personalistico. Il genio di Einstein si trasforma in protervia nel momento in cui inserisce l'ambizione egotica dei suoi desideri di fama. Diventi famoso perché l'intuizione priva di ego e di memoria ti suggerisce ciò che a nessuno era mai stato dato, ma nel momento che provi a farne materia di riscatto personale ecco che la stupidità torna a farsi tiranna e perdi la tua vita a voler andare oltre e romperti il cervello sulle forze elettromagnetiche deboli.
Queste non sono passate come intuizione come è stato per la relatività ma cercano dal noto di scoprire l'ignoto. Non sarà mai il noto che raggiunge l'ignoto ma il contrario.
Perciò possiamo dire che l'uomo che ambisce a conoscere dovrà perdere il proprio 'ambire' se vorrà veramente 'conoscere'. In archeologia quasi sempre è il caso, cioè l'incoscienza, a determinare le più clamorose scoperte.
Un caso attuale riguarda l'antico porto urbano posto ad ovest di una città che conosciamo chiamarsi Pisa, in Italia.
La scoperta è datata anno 1998. L'importanza per gli scienziati archeologi navali e non solo sembrava notevole. Spesso miriadi di cervelli umani si sforzano di poter vedere dal vivo antiche imbarcazioni purtroppo esistenti solo in immagini scolpite o disegnate in antiche pergamene degradate dal tempo. Ebbene, in quella città si ha la certezza di averle trovate finalmente ed in perfetto stato di conservazione. Sono decine e decine e chissà quante altre lì sotto i campi di girasole, a pochi metri dalle Mura medievali cittadine e a pochi colpi di badile, perfettamente conservate per la gioia degli uomini animati dalla sete di scoprire. Perché in sette anni ancora nessuno abbia allargato lo scavo o organizzato seriamente tale progetto resta un mistero che le poche giustificazioni forniteci non confortano.
Chi ha paura delle Navi di Pisa???
Per rispondere forse la prima necessità è una domanda posta con fervore ed estrema sincerità.
Non si può rispondere ad una domanda la cui risposta non faccia comodo.
Cos’è che non fa comodo in questa domanda?
Le Navi di Pisa chi disturbano al punto da inficiare l'enorme opportunità che le tali offrono al mondo del sapere universale ??
La risposta forse come diceva un poeta ebreo americano è nel vento e se avrete la capacità di ascoltarlo esso vi rivelerà la vera, reale verità…
Il fatto è; il non fatto non è.
Una mente che vive nell’angusto spazio del noto desidera liberarsi attraverso il proprio limite ma invero sarà la perdita del noto che permetterà alla mente di essere incontaminata e pronta a ricevere la verità universale.
Credo che questa scoperta meriti molto, molto di più di quanto non stia avvenendo, e al di là del progettato museo qui si tratta di riscoprire la storia finalmente svincolata da fenomeni partitici e di convenienza, poiché per troppo tempo si è nascosta la verità su Pisa e i più scaltri potrebbero essere indotti a pensare che la verità sulla città alfea in realtà spaventi proprio perché si è perseguita l'imposizione della menzogna storica da ormai troppo tempo (600 anni).
Ebbene, è ora che la verità venga a galla per il bene di noi tutti abitanti di questo machiavellico Paese.
Piazza del Duomo, volgarmente detta “dei Miracoli”.
Nel campo posto sull’altura di un tombolo fluviale, creato dall'incessante andirivieni del tempo, elevato tra dolci acque pure e feconde, i Pisani decisero di creare il proprio testamento lapideo. Ove prima avevano espresso se stessi gli arcani protostorici (sapiens-sapiens), essi decisero di esprimere ciò che aveva reso loro grazia e plenaria gioia: un tempio simbolico, forma e testimonianza della loro sublime avventura terrena. Il tempo stringeva, bisognava affrettarsi. Popoli e città che non conoscevano il valore di un’anima cristiana premevano avidamente per conquistare e depredare ciò che ai loro occhi appariva potere materiale, piuttosto che espressione di vera spiritualità. Ordendo trame brutali congiuravano la totale disintegrazione di Pisa. Dapprima dunque fu edificato il perno del progetto, la chiave di lettura di un inconscio collettivo, che essendo puramente spirituale avrebbe dovuto prendere verbo per mediare il simbolo. Ciò fu facile trovarlo nel loro mondo, la chiesa cristiana, e proprio al centro la posero, la loro bianca cattedrale, maestosa ma non presuntuosa, candida ma mai tersa, materna ma mai oppressiva. All'inizio era l'acqua. Fiumi, mari, piogge, laghi e paludi; nel loro moto determinavano la fertilità del protozoo che avrebbe generato, dall'anima del mondo, la prima forma incarnata dello spirito: l'uomo. Il battesimo dell'uomo ha bisogno di un grande battistero, da costruire a ponente - lato impuro - della chiesa. Nascita, lavacro, purificazione. Nelle forme rotonde e materne, come enorme seno, alimentava e custodiva i bisogni dei figli d’Alfea, i quali già sapevano di dover essere immolati sulla croce dei giusti. Con questa consapevolezza e con questa benedizione, Pisa conobbe la vita, gli affanni e lo scopo: emulare il Creatore cercandone i dettami più profondi, cercare di compierli in Suo rispetto e in sua grazia, sapendo bene che tale compito non sarebbe mai giunto a totale realizzazione, poiché ogni cristiano conosce i limiti corporali del proprio esistere. Decisero perciò d’innalzarsi verso Dio erigendo il loro campanile “colonna di colonne”. Dio è guida e stimolo ma non è e non può essere meta, la strada che porta verso le Sue sublimi elevatezze deve essere necessariamente caduca e destinata al fallimento e a loro parse che il campanile, inclinatosi per cause naturali a neanche metà dell’opera, avrebbe rispettato i dettami dell’utopia umana. Utopia che, rispettando la morte, avrebbe trovato in essa la molla del rilancio verso nuova vita che il camposanto finalmente sanciva. L'eternità non sta nel personale, si realizza nella totale rinuncia dello stesso: può dirsi eterno solo quel popolo e quell'essere che colga in sé la vicenda universale del proprio ruolo, il quale, non avendo mete, può in tutta umiltà usare lo spirito eterno come veicolo di rinuncia di ogni ambizione e presunzione. Coloro che con l'eterno vivono, con la morte convivono. La prova dei miracoli era finita, il testamento spirituale di un popolo illuminato era lì esposto ai venti ed agli eventi, a chi volesse e potesse interpretarlo. La missione della Città Illuminante si era compiuta. Tali miracoli si erano espressi secondo i dettami delle leggi cosmiche, e furono pronti per passare in un altro spazio-tempo, magari in qualche altro universo, dove da loro ci si aspettasse un altro messaggio per popoli e culture non baciati dalla verità.
Armonia
Il sole, nel suo calare ad ovest della famosa piazza, creava pastosi effetti di luce sui marmi candidi del tempo passato.
L'erba verde trapuntata di margherite primaverili permeava di fulgidi colori naturali quel prato così incontaminato dalla presenza di monumenti senza tempo e senza mente.
E improvvisamente divenne chiaro il cammino spirituale di un’anima cittadina votata all’espressione della propria naturale sottomissione alle leggi del creato. Tutto sembrava così semplice, naturale, non corrotto dall'ambizione dell'apparire utilitaristico tipico di storie italiane dove si nota spesso una ''pompa magna'' nel voler superare il limite delle proprie qualità. Qui il Creatore e la sua creatura si incontravano armoniosamente. Non v'era traccia di squilibrio. Anche la pendenza della Torre campanaria, faro e lanterna, guida e scopo dei navigatori archetipici, pareva perfettamente inserita nell'espressione di un Sé armonico e non disturbato dalla necessità di apparire.
Lo stesso prato creava una base naturale al sostenere tale non-progetto.
Sarebbe bastata una lastricatura a deturparne lo spirito essenziale.
Ma in tal fantasia d'effetto ecco sgorgare un canto, limpido, profondo e assolutamente deflagrante: un ragazzo forse non sano che la scienza etichettava come anormale, assalito dai messaggi di cotanta armonia universale.
Iniziò a cantare una melodia così intensa nel suo vibrare che pareva ascoltare il suono della voce di un Dio generoso e giusto che sapeva infondere negli umili la grazia dell'armonia divina.
Quel brivido, quell'intensità durò il tempo di un’eternità. Me ne andai via da quel posto col cuore in subbuglio. Come aveva potuto quel disgraziato interpretare l'armonia di quel posto?? Tramite la sua debolezza egli riuscì a comunicarci la verità di ciò che dovremmo perseguire e capimmo il vero significato delle parole umiltà, innocenza e candore divino.
La città madre
La città infelice non aveva forma, confini o identità.
La città infelice stava immersa nel proprio pianto e assisteva da sempre alle moltitudini umane che l’avevano usata. Chiunque era da lei rispettato e chiunque poteva in lei esprimersi. Non importava il valore o la necessità delle vicende umane che in lei si compivano. Lei accettava tutti e tutto.
Non avendo base solida si comportava come una zattera in mezzo al mare oceano in attesa di chi di lei avesse bisogno. Naufraghi o vagabondi, avventurieri od opportunisti, in lei trovavano ospitalità e conforto.
Mai a nessuno Pisa chiedeva pegni o pagamenti dei suoi servizi.
Lei era la negazione del proprio tornaconto e del proprio ridotto egotismo. Stava lì tra il monte e il mare a dar riparo e cibo ai reietti e agli avventurieri del mondo intero. Gabbiani, daini, lucertole, navigatori arcaici o assassini in fuga, tutti vi erano accolti con rispetto e compassione.
La città-non-città stava. Ma in questo trionfo di altruismo essa dovette fare i conti con città che non avevano in sé questa filosofia naturale.
Città artificiali costruite con scopo ed intento specifico cominciarono ad invidiarne la grazia e l’equilibrio cosmico.
Lei non poteva capire o addirittura immaginare l'intento di vicini che, in disprezzo del suo essere così aliena dai propri interessi, continuamente la usavano come preda e come viatico di personal ambizione.
Tutti usano la città infelice, ma nessuno ha pietà o compassione di lei.
Mai una parola d'elogio, mai un complimento, un ringraziamento, una carezza le era regalata. Spesso anzi, oltraggiata, derisa, vilipesa e mistificata, lei alzava il suo occhio materno e giustificava i suoi aguzzini, addirittura difendendoli o giustificandoli. Così era, ed essendo cresceva la sua energia incorrotta e pura e creava legami con ciò che è superiore. Ed ecco quell’imbratta muri che diventa un maestro della forma, ecco quel perdigiorno diventare un sublime scultore, quel romantico visionario scoprire le leggi della scienza moderna. Quell'aria che da lei emanava portava lampi di luce e di conoscenza dentro a cervelli costipati e pieni di sé, i quali si dovevano arrendere al proprio egoismo partorendo grandi verita'.
Fu così che da lei e per lei iniziò il nuovo vento del sapere, della conoscenza e del movimento creativo. “Città che illumina” la chiamò l'ultimo dei sant'uomini del secolo scorso. E non si sbagliava. Pisa ha saputo sempre creare il nuovo ed essere d'esempio alla umane genti e oggi che il suo destino l'ha relegata tra le città dimenticate ecco un Dio giusto e casuale regalarle la prova della sua grandezza, quel porto antico a testimonianza di molte verità nascoste. Ma... la lotta è sempre la stessa, il Dio della casualità e del non-intento svela i misteri mentre omuncoli che solo sanno prendere e mai dare nascondono al mondo le verità e le trasformano in ricchezza per se stessi e per le proprie mistificanti verità. Non sappiamo chi fu quell'illuminato che ha scritto la versione giusta e corretta dell'anatema dantesco che qui ben volentieri ricordo:
OH PISA, VITA E IMPERIO DELLE GENTI
DEL BEL PAESE LÀ DOVE IL SÍ SUONA,
POICHÉ I VICINI A TE LODAR SON LENTI
MUOVANSI IL MARE E I MONTI A FAR CORONA
E I COLLI INSIEME ALL’ARNO, AD UNA VOCE
SÍ CHE S'ALLIETI IN TE OGNI PERSONA.
Mi preme comunque ricordare che l’invettiva più atroce il buon Dante la riservò alla “sua” Firenze, che l’aveva esiliato, con un’amarissima, sarcastica terzina: “Godi Fiorenza, poi che sei sì grande / che per mare e per terra batti l’ali / e per lo ‘nferno il tuo nome si spande”. Ma ovviamente la propaganda fiorentina da seicento anni ha diffuso nel mondo solo ed esclusivamente i versi contro Pisa. L’odio di chi è inferiore…
Eternità senza tempo
Il cielo caldo di una mattina grigia di maggio oscurava la città.
I piccioni, depressi e bagnati dalla pioggia fuori stagione osservavano attoniti gli umani sempre indaffarati dietro ad un’idea guida.
Il mondo pareva avere il suo ordine, e la natura con lui in sintonia aspettava che le cose evolvessero, senza aspettarsi alcunché. Le persone, con ombrelli quasi sempre rotti ed evidentemente riciclati, rincorrevano frettolosamente i propri scopi senza dar peso al mondo che le circondava, e anzi dimenticandosi di essere presenti al proprio presente.
L'uomo pare aver dimenticato il giusto rapporto con la Terra, e forse quegli sguardi duri e tristi, assenti e poco 'umani' rappresentavano il trionfo dell'infelicità e delle miserie interiori. Nessun prete o politico potrà mai darti ciò che hai gettato via accettando compromessi, rifiutando ciò che sei in cambio di ciò che speri di diventare o cambiare di te. Questo è il vero dramma delle nostre vite. L'inseguire perennemente una meta determina per forza l'abbandono delle tue più vere ed intime necessità.
La città, come i piccioni, osservava in rispettoso silenzio questa tragedia umana. Le nuvole scomparvero, e la benedizione di un cielo azzurro allietò i piccioni e la città silente; ma i passanti, immutabili nei loro pensieri, non godettero di questa benedizione: reagirono al cambiamento semplicemente chiudendo gli ombrelli. Ciò che muta fuori determina il dentro, al punto che dentro e fuori sono la stessa identica cosa. Solo la mente e il suo prodotto - il pensiero- è sempre fine a se stesso, non ha tempo per apprezzare il miracolo di una terra senza tempo ma in continuo divenire. L'eterno è semplicemente la totalità dell'istante percepito totalmente.
Oltre il blu orizzonte
Aveva sempre sognato di raggiungere quelle terre circondate da acque, che laggiù così lontane e misteriose lo affascinavano fin da quando era piccolo, quando cercava ossessivamente un modo per raggiungere quel posto, essendone così intensamente animato da dimenticare spesso i propri obblighi sociali. Spesso non usciva a caccia coi maschi della tribù, al punto che più di una volta era stato reietto e costretto alla solitudine sulle montagne delle aquile. Proprio durante uno di questi esili, un giorno, riverso sulle rive di un ruscello rumoroso, vide -e la cosa lo illuminò- uno strano insetto che poggiato sopra una foglia si lasciava trasportare sul pelo dell'acqua verso l'opposta riva.
Capì immediatamente quello strano coso, cosa stesse facendo. In effetti la foglia galleggiando forniva appiglio al suo passeggero.
La mente gli fornì un’immagine e appena tornato al villaggio, dopo aver pagato pegno alla collettività, si recò nottetempo in riva al mare trascinando con sé un grosso ramo staccato da un frondoso albero. Lo gettò in acqua e vi si adagiò sopra.Il suo disappunto fu immediato, si trovò sott'acqua e una buona sorsata salata lo fece tossire.
Tornò nella sua capanna, si sdraiò sul suo giaciglio e così rimase fino all'alba, pensieroso. Sentiva che quelle terre al tramonto in mezzo al mare blu lo aspettavano e non resistendo alla curiosità decise di rendere pubblico il suo desiderio. Chiese ed ottenne udienza dallo stregone a domandargli come lui che era saggio e esperto interpretasse la presenza di quei bastioni naturali e se anche per lui rappresentassero un mistero. Lo stregone lo interruppe e colpendolo sul capo radunò i capi delle famiglie e lo additò al ludibrio della comunità, come elemento invasato e preda di spiriti malvagi e pericolosi per la comunità stessa. Questa volta venne esiliato definitivamente e costretto pena la vita ad andarsene e mai più ritornare. Lo pianse sua madre, gonfia di vergogna, e suo padre girandogli le spalle irsute gli comunicò il proprio totale disprezzo.
Visse anni nei quali crebbe e fortificò il corpo e lo spirito. Divenne un perfetto cacciatore solitario. L'esilio lo temprò e la solitudine gli permise di pensare. E così, libero dalle consuetudini e pratiche collettive, sviluppò una sua personale intelligenza svincolata da quella ripetitiva e cerimoniale della tribù. Visse a cavallo dei monti, percorrendoli lungo i costoni, cibandosi di radici e piccoli animali. Spesso tornava in riva al mare, tra coste ed anfratti che nessuno della sua tribù aveva mai veduto, rimanendo comunque mai a più di una luna dal suo villaggio natio. Dall'alto delle montagne, al tramonto, spesso gettava gli occhi verso le isole che tanto lo avevano affascinato e ancora pervaso da un sentimento inesplicabile sognava di raggiungerle. Ogni tanto un sentimento nuovo affiorava alla sua mente e gli occhi si riempivano di lacrime. Il naso otturandosi perdeva la capacità di annusare e fu così che non si accorse dell'enorme bestia alle sue spalle.Il potente morso lo colse ad una spalla, e l'impeto dell'attacco lo trovò a lottare per la propria vita. Raccolse instintivamente un'affilata pietra e con la forza che solo gli animali braccati hanno la conficcò nel cranio dell'orrendo mostro. Questi non assomigliava a nulla di ciò che avesse mai visto prima: verde, squamoso come un pesce, gli occhi due fessure piccolissime, artigli lunghi ed affilati cercavano al secondo assalto di aver di lui ragione. Il Dio degli esseri viventi era evidentemente dalla parte dell'uomo, che non capacitandosi da dove gli venisse la forza alfine vinse l'orrenda creatura.
La belva, dalle bracce corte ma dalla lunga coda, morì emettendo un rantolo gutturale e stridulo.
L'uomo per oltre un mese ebbe convulsioni e si sentì bruciare a causa delle infezioni. In preda al delirio sognò ed ebbe chiara un'immagine. Dal fiume che conosceva bene, durante le inondazioni invernali spesso aveva notato grosse antilopi galleggiare gonfie e leggere verso la foce. Sventrò allora la carcassa del suo assalitore, ne tolse ogni organo interno e della pelle ormai secca ne fece un otre che riempi di arbusti, foglie e ramoscelli. Riempì con cura quel duro involucro e ne fece una matassa irregolare che racchiuse con cura annodandovi lacci vegetali tutt'intorno. Così soddisfatto la trasportò di fretta in riva al mare, la gettò in acqua e subito gli saltò sopra. Urlando dalla gioia si rese conto che questa non affondava e lo sosteneva. Si lasciò trasportare dalle correnti e abbarbicato come un piccolo alla schiena della madre gioì di quel suo successo.
Ormai si sentiva un essere superiore, aveva scoperto l'arte del difendersi e l'arte del galleggiare e ne fu così felice che non ritornò mai più quello che era stato prima. Negli anni successivi affinò le tecniche, imparò l'arte del levigare e rendere sempre più aguzze le sue pietre e con esse imparò l'arte del tagliare e del cucire le pelli. Sovrapponendo scoperte a conoscenze, arrivò al giorno in cui partì per le sue isole armato del suo bagaglio, su un'imbarcazione fatta da otri di pelle incernierate a rami flessibili ma forti, a formare un telaio di struttura autoportante.
Usando i forti venti di maestrale e lasciandosi trasportare dalla sua sudata creazione, naufragò prima di giungere a metà strada. Il suo corpo e tutto il suo armamentario vennero raccolti dagli uomini del suo villaggio, e rendendogli onore essi ne custodirono le spoglie come fossero quelle di un dio marino, erigendogli un altare votivo in pietra, a perenne ricordo del suo coraggio.
Secoli e secoli dovettero passare prima che il popolo della bocca di fiume scoprisse l'arte del navigare. Sulla scia di quel pioniere esso divenne abile nel costruire imbarcazioni, che non solo raggiunsero le 'isole' misteriose, ma si spinsero ben oltre il limite del conosciuto, creando la base per il divenire umano, scoprendo sulle rive di altri lidi altri popoli, altre civiltà, accomunate tutte dalla stessa anima guida: comunicare per arricchire il proprio spirito.
L'UOMO ANTENNA DELLA CITTÀ SENZA TEMPO
La forza non aveva intenzioni o scopi. Si limitava ad essere ciò che era e purtuttavia non era.
Si potrebbe dire che non esistendo fosse colma di un vuoto senza il suo contrario, e non essendo era anche priva di energia anche se essa rappresentava la totalità di ogni energia. Non si poteva né misurare né quantificare. Poteva assomigliare ad una vibrazione infinita senza tempo e senza spazio. Ma questa sua caratteristica -non caratterizzata- non poteva nemmeno essere espressa a parole e nemmeno poteva lontanamente essere immaginata. Era e non era, vibrava e stava immobile, agiva ma non si vedeva. Influenzava la materia e la non materia e tutto a lei era subordinato senza esserlo veramente.
Le sue dimensioni non esistevano ma contemporaneamente poteva essere infinita nel micro e infinita nel macro. All'interno del suo vuoto spazio-temporale non esistevano né dimensioni né tempo.
Non andava né veniva eppure si muoveva perennemente intorno al suo non centro. Forse muovendo l'immobilità del suo stato si avevano movimenti nella materia ma di contro la non materia doveva stare immobile per permetterle il movimento negli universi da lei creati. Creava e distruggeva senza motivo e rinnovava tutto lo scibile dell'esistente partendo dal non esistente.
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La giornata era trascorsa invano. Ogni aspettativa era stata disattesa dagli eventi che non avevano mantenuto ciò che illusoriamente era stato sperato.
Ciò durava da un'eternità. Ogni giorno era uguale all'altro, senza alcun picco emotivo e senza nessuna buon'emozione, in nessun campo.
Anni si succedevano ad anni e le cattive impressioni abitavano stabilmente il suo percepito. Provando disgusto per tutto ciò che interessava i suoi simili, si trovò improvvisamente ad odiare la vita. Col passare degli anni la speranza che qualcosa potesse cambiare si affievolì e odiando il suo tempo si trovò profondamente depresso e disamorato.
Questa astenia lo trovò privo di ogni energia; ogni movimento del pensiero si acquietò e lo vide immobile a fissare il muro della sua stanza.
Non chiese aiuto ai medici, non chiese aiuto ai preti, né ai suoi più intimi parenti né a nessuno in generale. Usciva di rado dalla sua stanza, giusto il tempo per acquistare vettovaglie per il suo sostentamento biologico. Non amava più godere del cibo e nemmeno la pratica del fumare lo interessava ormai più.
Al tramonto guardava dalla sua finestra il sole mestamente nascondersi dietro l'orizzonte e senza alcun sussulto emotivo lasciava che la sua anima morisse insieme alla sua vita.
Il nulla e il niente gli facevano compagnia e trovava unico conforto nel lasciarsi andare al sonno notturno, mentre nessun sogno animava il suo risveglio. Passarono anni nei quali vegetando sparì completamente dall'universo degli uomini.
Un giorno di giugno nel pieno di un pomeriggio assolato ma scevro di significati, udì un guaito doloroso provenire dalla strada sotto casa sua.
Quel lamento canino lo svegliò improvvisamente dal suo torpore. Provando un forte sentimento d'empatia si commosse e desiderò che cessasse. Appena provato quell' intenso dolore per quell' essere che soffriva, il guaito col suo dolore si arrestò. Fu allora che improvvisamente risvegliato alla compassione decise di lavarsi, sbarbarsi, vestirsi e scendere nuovamente nel mondo umano. Uscì dal portone e una calda brezza estiva gli penetrò nei polmoni ed egli respirandola si meravigliò di quanto tutto ciò gli fosse piacevole. Camminando per la strada incontrò ogni sorta di esseri umani, chi andava e chi veniva, tutti ieraticamente inseriti nel proprio scopo e nel proprio pensiero. Da un'auto rombante e forse troppo veloce usciva una musica assordante e fastidiosa; egli si disse che non era cosa buona e se ne indispettì. Due passi dopo, ascoltando di nuovo, si accorse che nessuna melodia lo angosciava più, si era di nuovo imposto il silenzio e l'auto si era improvvisamente acquietata. Guardò meglio verso il guidatore e lo vide chinato sulla plancia dell'auto a imprecare e colpire con rabbia l'impianto stereo. Ma lui non ci fece caso e continuò a camminare. Vide come per la prima volta la grazia e la suprema armonia degli alberi lungo il viale, il colore sgargiante delle foglie e si rallegrò che da alberi così vetusti ancora potesse passare linfa così giovane e vigorosa. Ciò era bello e giusto, si disse.
Arrivò in centro e fu assalito da uno sciame di passanti, eterogenei nei loro modi di vestire e di essere, ma a lui parvero irreali e forse non sinceri. Non aveva particolare sentimento nei loro confronti e si astenne dal giudicarli.
Svoltando in un vicolo vide una donna che redarguiva la piccola figlia. Non seppe perché quella madre urlasse tanto ma la giudicò una cosa cattiva, ne soffrì e subito la donna si fece paonazza come se un sasso le avesse chiuso la gola e così strozzata cadde a terra. La piccola si mise a piangere disperata alla vista di sua madre così sofferente, e lui ancora una volta provò pietà; ed ecco che la madre si rialza calma e ristorata, prende in braccio la piccina e stringendola al petto la bacia con amore. Egli si rallegrò, si disse che ciò era 'buono' e se ne andò sereno verso il fiume silenzioso.
Appena sul ponte i suoi occhi si posarano sulle berne del lungofiume e vide enormi mucchi d'immondizia varia. Bottiglie rotte, cartacce, bicchieri, pezzi di pane, resti di cibo cucinato insieme a piatti di carta, evidentemente resti di bisbocce irrispettose. Ne soffrì e mentre lo faceva osservò perplesso il succedersi degli eventi. Un improvviso mulinello d'aria, come un tornado in miniatura alitò violento sugli argini inquinati e sollevandone lo sporco lo trascinò lontano dal fiume. Si disse che ciò era buono e l'equilibrio ristabilito lo vide sereno e contento. Improvvisamente capì e inorridì. Era un idea pazzesca ma cominciava a farsi strada in lui. Tornò a casa correndo come un pazzo senza più guardarsi intorno e anzi fissando le nuvole e il bel cielo blu.
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L'Entità, Galt, sollevò perplesso il pannello quantico di controllo delle galassie esterne ad Orione, nello spazio-tempo dei quasar microalimentati.
Imprecando si rese conto di aver perso il controllo del settore e un cicalino lampeggiava furiosamente. Provò a riassettare i parametri di base, riconfigurando le sequenze di gestione, ma dopo tentativi infruttuosi si rese conto di aver perduto il segnale. Dette l'allarme e aspettò ordini.
In effetti l'antenna mobile aveva perso l'allineamento e così spostata dall'asse non riusciva a trasmettere i dati per una corretta intepretazione.
Ciò rappresentava un serio pericolo per la continuità dell'infinito, dato che la non possibilità di monitorare i parametri spaziotemporali poteva a breve destabilizzare il 'processo'.
-Abbiamo bisogno di un'antenna alternativa e la dobbiamo trovare al più presto entro 4 unita temporali, disse il sovrintendente appena piombato nel centro di controllo.
-Sì, rispose Galt azionando lo scandaglio di ricerca, -è già in azione e sta cercando. Aspetti, forse ci siamo... ma non e' un'unità materiale, piuttosto sembrerebbe biologico... è un umano. Trasferiamo subito le energie su quel punto mobile stranamente ricettivo e vulnerabile. Prendo contatto... ecco ci siamo... ci siamo, lo aggancio... Fatto.
-Adesso subito alla verifica, mandate laggiù la squadra di Jecar.
Jecar era un veterano installatore, si occupava del quadrante delle galassie del settore Orione, lo faceva con piacere anche se lo disturbava alquanto raggiungere i siti in giro per manutenzione, poiché odiava il processo materializzatore. Non si sentiva bene nei panni di unità materiche primordiali, un senso di disagio lo faceva sentire sporco e pesante e ringraziava sempre il Raggio Creativo di avergli risparmiato quella forma così rozza dell'essere. Ricordava molto bene il suo precedente viaggio sulla cellula chiamata Terra dai relativi abitanti. Doveva installare l'antenna irradiante consapevolezza, del tipo 'superiore' onde poter permettere che i raggi del tempo sacro comunicassero gli stati d'avanzamento del processo evolutivo.
Quel processo si dimostrava fondamentale per l'equilibrio dell'infinito, poiché un'errata valutazione dei dati avrebbe potuto generare un cataclisma spaventoso nell'incedere dello spazio-tempo.
Si era verificato, in effetti, tante unità temporali prima, un disastro notevole nel momento in cui l'universo del quadrante Beta si trovò ad esplodere verso Orione determinando una corruzione enorme nella gestione dell'infinito.
Quella volta avevano rimesso le cose a posto ma preoccupatissimi stavolta non avrebbero permesso che succedesse di nuovo.
Si materializzarono ai piedi dell'antenna e confusi tra la folla degli "umani", abitanti della cellula Terra, osservarono attentamente la torre irradiante.
A prima vista tutto sembrava normale ma misurando l'inclinazione del faro notarono un'anomalia. La torre aveva perso il movimento, era praticamente ferma e bloccata nel suo muoversi seguendo il segnale traccia.
Non ci volle molto per avere un quadro della situazione. Gli umani, avendo scavato e tolto la terra dalla parte in contropendenza, avevano arrestato il processo automatico di riallineamento. Quella torre era stata scelta allo scopo perché era sorta in un territorio a propensione identificativa obbligata, ovvero una zona ove gli umani obbedivano alle leggi del raggio cosmico per vocazione naturale, nessuno poteva in quel posto divergere dalle leggi originali. Quel luogo era perfettamente allineato alla conseguenza naturale del divenire temporale.
Precedentemente quell'antenna si trovava in un altra area geografica della cellula, o pianeta, precisamente nella zona del delta del fiume Nilo migliaia di anni terrestri prima. La chiamavano "Torre di Alessandria" e dovettero cambiare il sito allora a causa di un disastro occorsole. Per mantenere i contatti usarono allora un umano di Nazareth, agglomerato non molto distante, in attesa di trovare un'altra torre irradiante. Questa di Pisa era perfetta e funzionava da secoli terrestri.
E adesso, forse, si disse Jecar, avrebbero dovuto fare altrettanto.
Questa torre non è riallineabile, ha perduto per sempre la sua qualità naturale, contaminata da menti caduche era ormai corrotta alle leggi dell'infinito. Rientrarono alla base smaterializzandosi e comunicarono la perdita della Torre di Pisa. L'Entità Galt, informato degli eventi, non poté far altro che rendere definitivo l'utilizzo della sorgente umana precedentemente adoperata. In fondo per loro usare una sostanza puramente materica e una biologica non faceva molta differenza, ma era raro poter trovare nella sostanza biologica tanta spersonalizzazione temporale. I biologici o erano privi di coscienza del divenire cosmico, oppure erano corrotti da scopi e ideali che creando mete e percio 'intenti', bloccavano e impedivano il fluire dell'infinito.
Lo avevano trovato e fu un miracolo. Ed ora lo avrebbero adoperato.
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Chiuse la porta alle sue spalle, cercò il suo volto nello specchio e vide la sua faccia, all'altezza degli occhi due fiammelle tremolanti illuminavano le scure cavità, ormai prive d'identità.
Obbedendo ai suoi muscoli lasciò che essi trovassero la poltrona e vi si adagiassero senza godere del ristoro. Provò a pensare ma non ci riuscì. Chi, cosa, come, dove, quando, perché...
Non seppe dire se e chi e senza preoccuparsene rimase seduto a fissare il vuoto. Un barlume di memoria lo sfiorò dopo due giorni di immobilitaà. Stimoli acustici e sensazioni viscerali lo obbligarono a entrare nella sua mente.
Con grosse lacune ricordava i suoi trascorsi e le sue esperienze e con distacco iniziò a capire.
Lui era e non era, ricordava di aver avuto un nome ma nessuna emozione lo influenzò.
Tornò a guardarsi allo specchio e finalmente trovò i suoi occhi e i suoi ricordi.
Si chiamava... no... non poteva chiamarsi... non era nulla... come poteva avere un'identità?...
Un nome pertiene a chi sa di sé. Tato gioca, tato mangia, tato adesso fa la nanna...
È cosi che funzionava quand'era piccolo. Imponendo un nome ad un essere, pian piano gli si fornisce la sensazione di un'identità attorno alla quale costruire un'immagine di sé stesso che poi si cristallizzerà in un pensiero-forma, che lo dirigerà nei sentieri dell'esistenza.
Decise, ma non decise veramente, di dire a se stesso che il suo nome fosse....
Si guardò intorno in cerca di un nome ma si accorse di non riuscire a leggere. Sapeva che quei segni significavano lettere ma non sapendo come pronunciarli e interpretarli... rinunciò al suo nome.
Dalla profondità di una briciola di neurone antico intuì un fonema: IO...IO, ripeté.
Battezzandosi IO si compiacque e il labbro inferiore si piegò a formare il suo primo sorriso della sua nuova identità: IO.
Cosa deve fare, IO?, fu la sua prima domanda.
La testa gli girava e aveva la netta sensazione di non sapere chi fosse o cosa dovesse e volesse fare. Ricordava la sua crisi, i suoi vuoti e le sue disarticolate ambizioni. Ora, così scevro di intenzioni, reagiva attonito al suo esistere nel mondo. Si disse che forse era stupido pensare che lui potesse provocare quei fatti cui aveva assistito. E resosi di nuovo atemporale decise di prendere sonno in attesa di vivere ciò che si sarebbe imposto l'indomani.
Il nuovo giorno, tra festanti richiami dei volatili, lo trovò felice e sereno.
Non era più depresso e anzi sentendosi rinvigorito da una nuova e diversa percezione del mondo, fischiettando scese in strada.
Che meraviglia, pensò, che bella che era la vita! Tutto era armonia, e tutto lo allietava. Iniziò a compiere miracoli appena fu sul marciapiede: un cane zoppicava, lui lo guardò provando una forte compassione e il cane iniziò a camminare spedito, risanato. Nell'attraversare la strada fu investito da una macchina che in doppia fila superava di slancio la colonna ferma davanti ad un semaforo, appena acceso l'indicatore color verde. Il volo che fece lo proiettò per aria per diversi metri e cadde sbattendo sul marciapiede opposto rompendosi la colonna vertebrale in più punti. L'ambulanza correva a sirene spiegate verso l'ospedale ove a detta dei medici giunse cadavere.
Da sotto il lenzuolo lo videro muoversi e poi sedersi. Tanta fu la sorpresa che la stampa e le televisioni propagarono la notizia a livello mondiale.
Il professor Mirabella, da dietro due spesso lenti, guardava perplesso da sopra le radiografie la faccia dello sconosciuto miracolato.
Non vi sono dubbi, pensò, le lesioni alla colonna vertebrale erano sparite completamente. L'individuo era sano e non presentava alcuna patologia evidente.
''Carissimo buon giorno, sono il professor Mirabella", disse rivolto al paziente. "Come si sente? Le fa male qui?, chiese mentre premeva la schiena del paziente miracolato. "E qui? E qui?...
Non ottenuta risposta insisté: "Mi capisce quando parlo? Capisce l'italiano?
Fu allora che il nostro miracolato, guardando il suo interlocutore negli occhi, parlò così:
''Sono ciò che non fui, capisco ogni idioma e riguardo alla mia salute, lo si sappia, un male senza 'macchia' guarisce ben da sé.
Fu ricoverato in psichiatria "in osservazione" gli dissero, ma a nessuno a quel punto importava più nulla di quello strano soggetto. In qualche modo lo dimenticarono, perché costui non avendo una immagine di se stesso non proiettava alcuna idea di sé tale che gli potessero affibbiare un'etichetta qualsiasi. Fu così che se ne uscì dal reparto indisturbato e addirittura di lui si perse la memoria.
Visse nella città, ai margini del sociale, non comunicava con nessuno e nessuno lo percepiva come 'qualcosa' di reale. Alcuni riuscivano a vederlo ma lo scambiavano per un accattone o per qualsiasi altra cosa avessero in mente del proprio conosciuto, barbone, turista, studente, impiegato o professore della locale università. Egli non aveva 'storia personale', presunzione, scopi, ambizioni o mete da raggiungere. Al tramonto amava sedersi sulle spallette dell'Arno in piazza San Paolo, da dove osservava il calmo fiume che obbedendo alla marea pian piano risaliva il proprio corso, ammorbidendo il panorama e il suo cuore. Era sereno e felice, non sentiva attriti interiori e placidamente immerso nella natura si sentì padrone di un'energia fenomenale, e pensando di starla in qualche modo sprecando disse a se stesso che avrebbe molto gradito adoperarla per placare quella grande compassione che sentiva ogni giorno piu grande.
Ripensava spesso ai tempi della grande crisi, tempi nei quali attraverso lo strazio emotivo aveva perso l'identità. Quegli strani fenomeni a cui aveva assistito, quel grave incidente occorsogli... Finché sentì un comando farsi strada nella sua mente. Doveva relazionarsi. Sentiva il bisogno di andare tra gli uomini e condividerne le emozioni. S'incamminò senza fretta lungo il marciapiede verso il centro cittadino e raggiunse, alla tenue luce del crepuscolo, la piazza chiamata Garibaldi. C'era una statua nel mezzo, e pensò dovesse trattarsi di un uomo importante per quella città e per quella comunità. Era di metallo e sotto al suo basamento notò molti giovani intenti a mangiar gelati. Chiese con gentilezza se sapessero chi fosse quel Garibaldi... così, anche per interagire con loro, ma nessuno ci fece caso e la sua domanda venne ignorata completamente. Non sorpreso continuò dirigendosi verso i portici del borgo antico e scansando le frotte di giovani come un cane solitario, guardò negli occhi quelle persone senza essere da loro considerato. Pensò che la gente quando è in gruppo non possa percepire la realtà circostante ma solo le parole e i pensieri che agiscono in quel gruppo, e continuando ad osservare si infilò in un locale dove tutti sembravano più tranquilli. La musica suonava e i bicchieri tintinnavano sui tavoli di fòrmica. Un baccano eterogeneo e il brusio delle conversazioni aleggiava tutt'intorno. -Beve qualcosa?, gli chiese la ragazza con aria annoiata.
Sorpreso, rispose di non aver bisogno di nulla e anzi ringraziandola di avergli rivolto la parola si offrì di alleviarle quell'orzaiolo che le spuntava sotto l'occhio sinistro.
-Senta, se non consuma nulla deve lasciare libero il tavolo. Non ne abbiamo molti, la farei stare ma non è proprio possibile, non può stare seduto lì senza ordinare da bere.
Egli non capì subito il motivo ma comprese bene che non poteva stare seduto, e alzandosi rinnovò il suo invito:
-Vuole che le curi l'orzaiolo?
La ragazza indispettita gli ordinò di andarsene, che non aveva tempo da perdere.
Questa volta obbedì e si accomiatò con molta deferenza e rispetto.
Trovandosi nella piazzetta lì fuori, sentì il desiderio di parlare, ma si rese ben conto che non sarebbe stato facile. Nessuno si curava di lui e anzi sembravano tutti intenti a chiacchierare, ridere, muoversi e bere insieme.
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Fuori da ogni possibile spazio-tempo umano, l'entità Galt davanti al suo pannello pareva soddisfatta. L'antenna umana stava funzionando perfettamente sul pianeta Terra, i segnali venivano trasmessi al Quasar radiante del settore Orione e non c'era nulla di cui preoccuparsi per il momento. La corruzione spaziotemporale degli anelli tempo-biologici era cessata. Sarebbe durata?, si chiese.
Sapeva che una possibilità di rischio in effetti usando materiale biologico c'era. L'eternità in fondo era costituita da una catena di anelli temporali e finiti, la sua natura viveva grazie alla caducità della materia, la quale deteriorandosi rigenerava l'energia per creare continuità nella creazione di infiniti scenari del divenire del tempo. Il processo era in atto e non aveva avuto un inizio né avrebbe mai avuto una fine. Galt stesso sapeva bene che la fine del tempo non esisteva nell'universo poiché il tempo era una funzione tipicamente mentale, solo gli esseri dotati di memoria psicologica lo generavano e lo creavano essi stessi per creare l'llusione di fermare la propria corsa verso la morte personale che tanto li angosciava dato che non contenendo l'infinito essi sentivano la propria disarmante caducità.
Ciò determinava in effetti la nascita del concetto di presunzione, necessaria per poter sopravvivere attraverso l'llusione del tempo. Credevano le cultivar-varietà psicobiologici di essere ciò che proiettavano di essere e questa illusione forniva l'energia perché non se ne preoccupassero più del giusto. Tutto questo avveniva tra le infinite galassie dell'universo. La vita nasceva, si riproduceva e moriva da sempre. Il mondo di Galt apparteneva ad uno stadio superiore e in un diverso spazio-tempo. Le galassie, che agli umani parevano immense ed incommensurabili, per il suo mondo significavano molto poco in termini spazio-temporali. Si poteva dire che l'universo di galassie in realtà per Galt occupasse molto meno spazio di quanto non ne occupasse il suo pannelo di controllo. In effetti ogni galassia corrispondeva ad un semplice neurone del cervello di Galt stesso, e lui stesso era il contenuto di entità a cui lui sapeva di appartenere. In questa catena infinita di scatole cinesi tutto era coordinato e perfettamente bilanciato. Ogni forma di energia conteneva duplicità polare e da ogni vertice di questa si generava il fulcro di un'infinita successione di altre copie polari, come se metaforicamente una bilancia a due piatti avesse nei singoli piatti il fulcro di altre bilance doppie il cui fulcro poggiasse su singoli piatti di altre bilance a loro volta doppie, a formare un insieme senza spazio o tempo o dimensione.
Come una scala evolutiva genetica le varietà prodotte dalla Mente Superiore raggiungevano un livello di consapevolezza del processo pari alla loro posizione sullo scacchiere spazio-temporale. Così avveniva che gli umani controllassero i microrganismi biologici del loro mondo, batteri, virus o particelle subatomiche, senza sospettare peraltro che anch'essi stessi fossero controllati da entità loro superiori.
Per Galt trovarsi in presenza di una particella che sfugge al principio della consequenzialità e della obbligatorietà causa-effetto non era cosa banale o naturale. Sì, lo aveva già visto accadere varie volte, ma non riusciva a non considerarla anomala. Sarebbe come dover accettare, appunto nel mondo umano, che un microrganismo o una particella materica cominciassero a comportarsi al di fuori delle norme preordinate dai processi che essi stessi generano. Ma tant'e che il fenomeno accadeva e abbastanza spesso tra le migliaia di pianeti disseminati tra le galassie del quadrante Orione.
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Aveva una medianica capacità di comprendere l'anima e la mente di ogni essere umano, e tale intuizione non abbisognava di grandi analisi e riflessioni. Ciò gli capitava continuamente ad ogni incontro personale o ogni qualvolta venisse in contatto con qualsiasi espressività della gente. Dalle scritte sui muri ai manifesti, alle pubblicità, dal modo in cui si muovevano le auto e le biciclette e dal modo in cui i volti degli uomini modificavano le tensioni muscolo-facciali, lui aveva questa strana capacità di "vedere". E tutto ciò non gli risultava per niente piacevole . Un fatto gli era chiaro sopra ogni altro: le persone, tutte, avevano la propria coscienza percettiva identificata con i propri personali pensieri. Nessuno pareva fare caso al fatto che il pensiero era solo una descrizione della realtà e tale descrizione, non avendo rapporto diretto con il reale stesso, soggiaceva alle interpretazioni esclusivamente soggettive. Cosi capì che un uomo triste pensa in modo triste, un uomo arrabbiato pensa in modo arrabbiato e così all'infinito, ma in realtà questi pensieri erano pertinenti allo stato individuale del proprio essere e nessuno reagiva ad essi con razionalità ma tutti
erano chiusi e prigionieri di un se stesso che era solo una immaginaria percezione delle proiezioni dei propri difetti limite.
La città era un piccolo libero manicomio dove i pazzi non sapevano di esserlo e i gestori di tale struttura eran pazzi anch'essi. Dal sindaco agli assessori, dall'ultimo vigile urbano fino all'accattone accovacciato davanti al sagrato della chiesa di San Michele degli Scalzi.
Più energia vi era dentro al corpo di un individuo, più gli esiti della pazzia si manifestavano prepotenti. In quella piazzetta perduta notava intorno a sé quei giovani gonfi di birre emanare disgustose manifestazioni cerebrali, direttamente proporzionali allo stato fisico energetico da cui si propagavano. Il senso del dovere e il senso di un sano equilibrio naturale erano corrotti dalla dissoluta permissività figlia di un dolore mai accolto come messaggio ma odiato come alieno, e attribuito a presunte violenze causali indotte dalla società. In realtà erano responsabili essi stessi del proprio dolore, vivendo una vita dissoluta e squilibrata. Lo stato energetico che si determinava era così basso e debilitato che ogni manifestazione di ordine o equilibrio era vissuta come violenza, dicevano, contro sé stessi. Da troppo tempo egli aveva capito che la percezione della realtà è sempre proporzionale allo stato della mente che la recepisce. E ciò a lui sembrava incontrovertibile.
(continua)
Oltre il proprio confine
Oltre il proprio confine
esiste uno spazio che non puoi conoscere
oltre il te stesso c'è un posto che mai hai percepito
Tutto quello che credi che pensi e che percepisci è solo il tuo limite
non dargli peso, è solo un limite da superare
non puoi fermare l'infinito, ecco perche la morte non esiste
ma se crederai alla morte tu morrai
oggi e adesso è tutto ciò di cui hai bisogno
ma se avrai paura di te stesso allora vagherai pigro e disamorato alla ricerca
di ciò che non ti appartiene ed ecco che mai potrai raggiungerlo
L'onda del mare ha una sola cresta e lì dovrai cavalcarla
non chiederti dove stai andando o da dove vieni
la risposta non può esserci
conta solo che sei sull'onda e
se saprai starci senza attaccartici
anche quando l'onda si infrangerà sulla riva
ti troverai parte del mare e del suo moto infinito
giacché sia detto che
la morte dell'onda non sarà mai la morte del mare
INFORMAZIONE O PROPAGANDA??
Deontologicamente un giornalista, nello scrivere una notizia, dovrebbe sempre chiedersi se la tale risponda ai criteri etici della filosofia professionale dell'ordine dei giornalisti. Da troppo tempo negli ultimi decenni ho assistito ad una trasformazione nella gestione dei fatti da divulgare alla popolazione dei lettori. Infatti, come a suo tempo diceva il profondo e attento Pierpaolo Pasolini, il mondo sarà diviso tra chi entra mediaticamente nella élite dell'informazione e chi usufruisce dei suoi servizi guardandone gli eventi. Ormai abbiamo capito che lobbies di non precisata matrice addomesticano i fatti dandogli importanza, magari sottraendone la visione qualora i fatti stessi non avvengano nelle città da publicizzare. È evidente che la notizia sulla pillola abortiva sperimentata all'ospedale Lotti di Pontedera non sia altro che un tentativo per me maldestro di portare il soggetto ''fatto'' non sulla pillola stessa con le sue implicazioni , ma sul nome 'Pontedera'... Ossia deliberatamente si creano ad arte i fatti per poter mettere in risalto non la notizia ma la sua ubicazione... A Pisa questo non succede. Noi amiamo prestarci per fare grandi tutti gli altri. L'Università regala disagi ai pisani e vantaggi ed opportunismi al circondario traditore. Ormai ho capito che a Pisa si inverte la frase latina ubi maior minor cessat, che diviene "ubi minor maior cessat". Dove sono le notizie sulla villa romana scoperta nella piazza piu famosa del mondo? Non v'è traccia di ciò se non nella cronaca cittadina... Perché? Spero che voi 'sappiate tutto' ma se non lo sapete, vi prego, provate ad osservare come funziona il meccanismo. Montano vince una medaglia ad Atene nel giorno in cui -guarda caso- riceve la visita del Presidente -amaranto- degli italiani, e poco dopo eccolo invitato in tv ed eccogli creata attorno ad arte una relazione sentimentale guarda caso con la donna piu desiderata dagli italiani... Mah! E poi invece osserviamo un vero campione dimenticato e trascurato solo perche è targato Pisa... SANZO, signori, è il vero eroe della scherma italiana! È questo il fatto vero che invece non è mai stato affermato. La Vezzali... sì, grande, però onestamente... Qualcuno per esempio sa che gli U.S.A. sono campioni del mondo di calcio femminile? E osservo che l'Italia vince i mondiali di calcio con Sanzo ma gli onori vanno alla Vezzali che vince il titolo delle donne... Mah! Non pretendo altro che essere da lei letto...
Grazie dell'attenzione, un saluto a tutti.
P.S.: avete notato che Pisa è probabilmente l'unica città d'Italia i cui abitanti lasciano "apolide" la targa automobilistica?!... Osservate prego. Pochi lo fanno (io per esempio sono targatissimo e fiero di quel PI incollato sulla targa).
Perché???!!!
A voi la risposta, grazie.
VERRUTUM
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