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Il Gioco del Ponte-Il Gioco di Pisa e dei Pisani

 

 

Rudolf Borchardt

R.Borchardt

(1887-1945) Letterato tedesco. Trascorse gran parte della sua vita in Toscana, coltivò la lingua italiana realizzando una originale versione in medio alto tedesco della "Divina Commedia", fu catturato dai nazisti e morì ai confini d'Italia, poco oltre il Brennero. Scrisse saggisu ‘Venezia', la ‘Villa' italiana, ‘Pisa e il suo paesaggio', ‘Volterra', e ‘Da un giardino del Sud' (in "Città italiane", Adelphi); dedicò un volume a "Pisa, solitudine di un Impero" (Nistri-Lischi), libro talmente appassionato e pieno di amore e di curiosità storico-artistica verso Pisa che merita senza ombra di dubbio di essere conosciuto e preso come punto di partenza per chi veramente vuole cercare di comprendere un pò meglio la storia di Pisa e dell'Occidente medievale.

Ha scritto di Pisa:(da Pisa, solitudine di un impero;edit. Nistri-Lischi)

Tre volte sulle rive del Mediterraneo compare il nome Pisa: e sempre là dove due fiumi, Arno Serchio, Alfeo e Cladeo, e due rami dell'Ebro o quale altro fiume fosse di Spagna, si univano a delta per formare un'erbosa pianura.Prateria dunque, o delta, significò quel nome in qualche lingua antichissima di popoli antichissimi e scomparsi, che molto tempo prima dell'invasione indo-europeapopolavano la Spagna, l' Italia e la Grecia; e i cui toponimi, generalmente conservatidai loro discendenti Iberi, furono talvolta, dai sopraggiunti Italici e Greci, tradotti nelle proprie lingue. Così Pisa fu detta Olimpia quando prese vigore il culto di Zeus oracolo olimpio, mentre il contado intorno serbava ancora l'antico nome di Pisatide: Invece- e non senza profonda ragione-questa che è LA PIù ANTICA CITTà MADRE D'EUROPA , serbò sempre saldo il nome ibero-ligure datole dai suoi fondatori, e quel nome rimase sulle labbra e nel cuore di tutti i loro tenaci nipoti.Pisani rimasero, e non si fecero Etruschi, malgrado la valanga rasenica;pisani furono, e non italici,malgrado l'invasione indo-europea; ne si germanizzarono nonostante le calate dei Longobardi e dei Franchi.Pisani rimasero, e non divennero Toscani, resistendo alle istanze appassionate del secolo guelfo e nazionale; così come mai si erano lasciati romanizzare, ad onta della guarnigione romana, del pretorio, del circo e dell'impero.SE C'è UN POSTO AL MONDO DOVE DA UN NOME SI PUò LEGGERE LA STORIA, è QUESTO, PISA. Incompresa, anzi odiata, senza cercare comprensione, senza averne bisogno ne desiderio, poggiata su millenni di arcaica grandezza che la legano via mare ai Fenici e ad altri popoli navigatori di cui è andato sommerso il ricordo, prima che sorgano le rocche contadine del Tevere e i fondacho attorno al ponte fiesolano, Pisa volge le spalle all'Italia con spirito sidonio e cartaginese e si cerca un impero sul mare, dal quale a lei venne una morte tragica, sidonia e cartaginese.Cartagine oltre la morte patì l'invettiva poetica di Lucrezio,e Pisa quella, celebre, di Dante, che sopportò stoicamente quasi estrema corona.Ma prima che fossero abbattute le sue torri e il suo porto venisse inghiottito dalla sabbia,si era espressa con tale potenza di forme davanti agli Dei e agli uomini, che la stessa carnefice di Corinto, e tanto meno la bramosia di vendetta dei fiorentini, mai osarono toccare la sacra cerchia delle sue mura.

Particolare del dipinto Pisa soccorsa da S. Orsola. (ubicazione Museo Nazionale di S. Matteo, provenienza chiesa di San Paolo a ripa d'Arno.)

Rudolf Borchardt, Città italiane, Pisa e il suo paesaggio, 1989, edizione postuma

La vecchia cattedrale [la chiesa di San paolo a Ripa d’Arno, prima cattedrale della città, ndr.] sulla riva sinistra del fiume viene abbandonata. Sopra una zona paludosa rassodata viene a ergersi, dopo l’impresa balearica, demolendo o incorporando fondazioni o cappelle protocristiane, il foro dei templi della grande Antiroma. In nessun luogo d'Italia come in questo già nei semplici rapporti spaziali, in un più alto equilibrio tra l'assenza di ogni limite e la presenza dei limiti posti dal paesaggio, alita, legato a questo bacino d'acqua e da esso emerso, lo spirito mediterraneo della monarchia universale; e quanto vediamo oggi, difficilmente potrà suggerirci più che una pallida idea di quello che era stato il vero progetto d'insieme. Oggi si offrono alla vista, meraviglie del mondo, solo i tre edifici dell'asse mediano del foro imperiale. Nel suo cuore la cattedrale: due basiliche ellenistico-orientali compenetrate a forma di croce, ciascuna composta di una chiesa inferiore e una superiore, conchiuse all'esterno come i templi antichi con timpano a colonne che ritorna in ordine triplice sulla facciata; l'interno a cinque navate, uno spazio grandioso interamente realizzato in solido marmo apuano e pisano; le pareti esterne fino al fastigio del tetto incrostate di marmo nero, verde e rosso. E’ un complesso a cui non offrivano precedenti né le costruzioni romane, né quelle ravennati, né la basilica di San Marco; che, anzi, tendeva a superarle tutte, secondo la coscienza politica della città, pisanamente ispirandosi al mondo postclassico dell’Italia meridionale: fu questo l’edificio archetipo di Toscana per due secoli, continuamente imitato nella pianta e nei dettagli, in ogni angolo. Il battistero, eretto forse, quasi colossale arcaicizzante tempio rotondo, intorno a un preesistente ottagono tradizionale, ha le porte con le colonne scolpite o cieche tipiche dell'ellenismo asiatico mediato dal meridione d'Italia e l'ornamentazione alimentata dall'autunno di un'antichità rimasta ancor fresca nella tesa temperie tra Pisa e il Meridione. Il torso mozzato e inclinato del campanile simboleggia tragicamente il destino di quel sogno audacissimo: fu pensato in origine quale faro che accennasse il cielo, fatto ad anelli di colonne portanti, uno sull'altro, su su, verso l'immensità, a spingere nel cielo azzurro il cono dorato, immaginato, mai divenuto realtà. […] Mancano gli altri tre lati del foro. […] La città dove per tutto un secolo sono stati decisi i destini d’Italia, il cui commercio abbracciò il mondo […] entro le cui mura imperatori, re e cancellieri con tutti i loro ministri e dignitari del seguito passarono stagioni e anni interi, la città che governava le isole e scambiava i suoi consoli con quelli forestieri, non dispone di alcun edificio pubblico degno di menzione.

Da: Pisa, solitudine di un impero

Circondata dai suoi fiumi, cinta da impraticabili paludi, l'antica città marinara era costruita a non più di quattro chilometri dal mare aperto, a sfida dei pirati.La laguna lambiva, ancora in epoca storica, le sue mura.L'Arno era sbarrato, al suo uscire dalla cinta fortificata, da catene e steccate, gli isolotti dinanzi alla foce erano fortificati, e torri e gradini, come in Asia e in Egitto,proteggevano la rada.Da settentrione a levante, l'imbocco della breccia scavata da Serchio fu munito di fortificazioni che facevano perno sulla fortezza di Lucca, al margine della conca paludosa del Serchio, posto avanzato verso l'interno, a difesa dalle incursioni delle genti predatrici delle montagne.In tal modo quella che era allora l'unica città di un' Italia preistorica, potè volgere le spalle ormai sicure al continente barbaro e selvaggio, ed affacciarsi al mare e alle sue isole.Quantunque si trovasse al margine della zona controllata dai Fenici(la Sardegna, con le sue riserve di schiavi di guerra, ricercatissimi ovunque, era era nelle loro mani)appare agli occhi di quelli più come un esempio da imitare che come una preda da conquistare.In quei tempi preistorici, l'unica via di comunicazione che attraversasse la penisolaitaliana, era la cosiddetta strada dell'ambra (recentemente scoperta in provincia di Lucca) , dal delta del Po a quello dell'Arno e del Serchio; da Spina porto greco-adriatico dove giungevano i prodotti del Baltico, fino a Pisa.Questa antichissima via collegava, attraverso Pisa, il Mediterraneo occidentale, già pregno di storia, con i paesi settentrionali; sicchè l'Arameo, avendo la possibilità di acquistare la preziosa resina nel porto di Pisa, lasciava volentieri alle temerarietà dei Greci le tempeste e i pirati dell'Adriatico settentrionale....

Ma ecco improvviso il turbine nuovo: le bandiere di quella che fu la prima crociata dell'occidente salgono sui pennoni pisani; le flotte di quella unica città si avventano sul branco delle isole tirreniche, prima sulla Sardegna saracena,poi, fra Barcellona e Marsiglia,piombano sul regno saraceno delle Baleari. Un'armata di cittadini e cavalieri , prende d'assalto le fortezze di Maiorca, conquista la città, rompe ogni resistenza, distrugge, cattura; e mentre riporta alla foce dell'Arno le navi cariche di un enorme preda , trascina l'Europa in una nuova epoca storica....

sotto l'ambizione di edificare monumenti-comparabile solo a quella che fece sorgere l'acropoli dopo le vittorie sui persiani-sotto questa ambizione che riplasma, sul riconsacrato prato degli ebrei, il tesoro della Sardegna e delle Baleari nelle immani costruzioni votive innalzate a onore dei patroni della città, se c'era un'idea che, solamente per essere stata concepita, voluta, progettata, posta in atto e portata alla vittoria, legittima dinanzi alla storia la legge vitale di Pisa che si riafferma con siffatta potenza; e con quella è il disprezzo per il caotico microcosmo italiano dell'epoca e il rifiuto ad avere un'origine e una fine solamente italiane. Veramente questa grande impresa e il suo stesso concretizzarsi in quei particolari monumenti, non si può far derivare né dall'arte pisana non da un'Italia rinnovata; così come non si può far derivare l'Italia romana da premesse italiane. Quello che ora irrompe nei due secoli della Potenza pisana è piuttosto un antico impulso verso una forma mediterranea che non era mai stata raggiunta prima, impacciata commedia fra le stragi di 1000 altre forme premature, nella sua piena espressione; ella raggiunge imponendosi ad altre più recenti ma in un ambiente storico che nel frattempo gli si è fatto estraneo. Nel ribollente calderone che era la toscana di allora, i pisani non potevano fare ammenda di ravvisare, con l'antico disprezzo, pur sotto nuovi nomi, le infami razze montanare dei tempi passati, gli apuani e i corfini l, e tutte le mutevoli orde di invasori, e le bande di predoni; così come non potevano pensare che i grandi e piccoli comuni turriti delle colline potessero osare di immischiarsi nei loro commerci con la terra e col cielo. Forse l pisani avrebbero considerato loro pari, perché antichissimi navigatori, i Fenici i cretesi i Cariii i greci i cartaginesi; ma questi popoli ormai da tempo immemorabile giacevano sotto le rovine delle loro turrite meraviglie anche se scomparse, ma destinate a ricomparire sulla terra per opera dei pisani. Solamente tedeschi contemporanei erano in grado di comprendere Pisa, specialmente il sassoni e i normanni. Il risorgere e l'espandersi di Pisa rivela caratteri antichi quasi preistorici, per esempio quello del traffico che parte da una base angusta e poi si spande libero, affidato solo a se stesso a volto ad un mondo concepito come un tutto unico, non ancora accettato come il limite, come condizione; carattere così lontano dalla concezione tipica del medioevo italiano che muove un mondo diviso da guerre e alleanze per ogni minima cosa, pronto a porre condizioni che si cerca di fiaccare ponendo condizioni uguali e contrarie.Antico è soprattutto il concetto di dominio del mare conquistato e tenuto partendo da un angusta spiaggia, da una tiro, una sidone, una Focea, una Atene, una Cnosso, una cartagine. Queste concezione eroica dello Stato, fra i liguri di Pisa come tra veneti di Venezia, uscirà un giorno dal giro concluso dei popoli mediterranei per divenire Europa. Con gli spagnoli guidati da un ligure per opera dalle porte marittime dell'Europa, per chiudere sul suolo americano divenuto mondiale. Dall'Asia minore del secondo millennio avanti Cristo fino al vasco de gama e a Magellano, un'unica catena ininterrotta di dinastie di popoli si snoda entro un saldo ambito storico. Roma a Zama, benché possa sembrare il contrario, aveva interrotto questa catena che parve per 1200 anni sommersai nel mare, donde la trassero fuori, per mezzo millennio ancora, le ancore delle navi pisane salpando per le Baleari. In questo, come molte altre cose, l'epoca romana rappresenta un'interruzione dall'esterno della vera e propria storia mediterranea; giacché ne quei popoli, rurali e non marittimi, calati giù dall'Appennino, che con le loro primitive tribù intervengono, attraverso re, consoli e cesari all'impero mondiale; e neppure i mercati altocinti di mura delle miste comunità cittadine dell'alto medioevo possono essere considerati anelli della catena delle civiltà mediterranee. Sotto questo aspetto, alla storia pisana, così estranea al carattere italiano, non appartiene alla storia d'Italia, ma quella di un ideale arco di mare, di cui possiamo immaginare la corda tesa indietro a scoccare frecce dalla foce di un fiume italiano: il fusto passa attraverso le Baleari comprendendo anche la Sardegna; le estremità dell'arco, idealmente prolungate attraverso la Provenza, raggiungono il Nord della Germania, e, idealmente passando attorno a Sicilia, si estendono sulle rotte delle navi normanne. Questa prospettiva pisana di un impero sul mare non fu mai pienamente realizzata; ma quando investì il fronte, assunse di colpo un atteggiamento minaccioso nei confronti dei nuovi nazionalismi medievali italiani. In questa presa di posizione che prendevano vigore antichissime nostalgie di dominio universale sui mari che offriva alla monarchia universale dell'imperatore tedesco proprio quello che ad essa ancora mancava, la possibilità di aggirare la penisola-il vano sogno di Federico II-il luogo di quelli inutili attacchi frontali che erano state le antiche spedizioni imperiali contro la stessa muraglia delle città collegate. Se le simpatie della Provenza verso l'intero fossero giunte ad avere quella consistenza storica di cui i monumenti ci offre un pallido fantasma, le galere pisane avrebbero potuto trasportare le truppe imperiali fra Marsiglia Palermo, avrebbe trasformato il mare in una via militare, e la strategia di salaMina, ove l'invasore persiano giunse a bordo di navi finicie, sarebbe stata nuovamente impiegata, e questa volta dinanzi ad una costa del tutto indifesa. Perché queste considerazioni non siano frutto di fantasia, lo dimostra la politica ininterrotta e senza scrupoli della Francia, che con un'azione unica quantunque geograficamente duplice, sui campi della parvenza e dell'Italia meridionale, a prezzo di fiumi di sangue riuscì a bloccare la politica imperiale, così come da Volterra e da Firenze bloccò la politica di Pisa. Del resto, flotte mercantili dell'impero battevano già le antiche rotte della navigazione del commercio pisana, verso Ravello Amalfi Napoli i porti della Sicilia Bari e Brindisi. Dalla foce dell'Arno fin giù alle coste campane e pugliesi non c'erano porti, Ostia e luni erano città quasi abbandonate, sulle cui rovine brulicavano le zanzare mortali; ma le vie marittime portavano ad annodare, pur tra città lontane, stretti rapporti di buon vicinato, come le vie terrestri rendevano invece gelosi i confinanti...

Questo vuole essere un nostro caloroso omaggio ad un uomo che più di ogni altro ha saputo comprendere ed amare Pisa.Colui che ha aperto un ampio squarcio nel passato riproponendolo in una chiave di lettura del tutto nuova, procedendo di varie decine d'anni i moderni studi su Pisa antica, ridandole il giusto senso e la gloria che i conquistatori fiorentini e l'Italia poi le avevano spudoratamente tolto.Ma il Bochardt non si è fermato agli scritti accademici, grazie alla sua ripetuta presenza in Toscana, ha potuto sondare, scandagliare, rispolverare antichi testi, concentrare la sua attenzione sulla meravigliosa piazza dei miracoli e sulle pietre che costituiscono pur sempre l'ossatura di un'antica e potente capitale, senza inibizioni e senza occultamenti ma con un occhio vigile e illuminato che neppure la più attenta critica dei nostri storici dell'arte possiede, almeno per quel che concerne le cose di Pisa.Ci voleva per questo uno straniero, un uomo che viaggia con una mente senza confini, senza steccati, senza campanilismi tipici italiani e perchè no, tipicamente toscani.Tipici di quella parte di Toscana aliena a Pisa e proprio per questo incapace di preparare persone consapevoli e disincagliate dal provincialismo che attanaglia le nostre migliori risorse intellettuali, un provincialismo che tende a far bello il proprio pollaio ogni volta che gli si presenta l'occasione, ma è cieco di fronte alle bellezze di un regno antico che ha l'unico torto di non avere più il proprio re sul trono a ricordarne i fasti ed a pretenderne rispetto.Ed è solo per questo motivo che non poteva che essere uno straniero lo scrittore di un libro così veritiero e appassionato come "Pisa, solitudine di un impero" e non a caso un Tedesco, la cui antica storia era legata in profondità a quella Pisa che vedendola ai nostri giorni si stenta a credere possa essere stata così leggendaria,quella Pisa che possiede tre università ma non riesce a comprendere a fondo se stessa,quella Pisa che non si riesce a comprendere a fondo fino a quando non si entra nella magica piazza dei Miracoli.

 

 

 

 

 

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Daiberto arcivescovo di Pisa, al comando di una flotta di 120 navi (fonti bizantine coeve ne riportano 300) conquista alla guida dell'esercito crociato Gerusalemme.Come premio al suo rango di Arcivescovo della Regina dei mari, viene posto sul trono del patriarcato di Gerusalemme(lettera di Daiberto sul lungo cammino e la presa di Gerusalemme)-Prima crociata.

 

 

 

 

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